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Prerequisiti 2 giugno 2010

Inviato da Marco in : Fisica, Scienza e dintorni 76 commenti

Ogni tanto qualcuno fa capolino tra i commenti di questo blog, e – più o meno gentilmente, più o meno logorroicamente – inizia a sostenere che la meccanica quantistica è sbagliata, che la relatività generale non dice niente del mondo che ci circonda, che il Modello Standard delle interazioni fondamentali è fondamentalmente sbagliato (e non – notate bene – che ha i limiti che tutti i fisici quadratici medi conoscono, e per superare i quali lavorano), e simili profonde argomentazioni. Qualcuno di questi visitatori si spinge persino a sostenere di avere una teoria favolosa che risolverebbe tutti questi problemi: in generale si tratta di personaggi che segnano punteggi altissimi nell’indice delle bufale, ma per ora tralasciamo questo aspetto.

In generale cerco di rispondere gentilmente, persino di interloquire sui contenuti, ma immancabilmente la discussione si arena. La ragione è sempre la stessa: per quanto possa sembrare il contrario, non stiamo mai parlando della stessa cosa. Io parlo di scienza costruita su solide teorie matematiche che si è confrontata per decenni con complessi risultati sperimentali; questi personaggi raramente hanno un’idea di cosa sia una solida teoria matematica o una verifica sperimentale. Spesso non hanno proprio idea di che cosa parlano, dicono “meccanica quantistica”, o “relatività” perché sanno che la fisica moderna di inizio secolo scorso (eh si! Queste teorie hanno più o meno un secolo. E c’è stata persino dell’evoluzione in mezzo, sapete?) le ha generate, e nel migliore dei casi  – voglio essere ottimista e generoso – ne hanno un’infarinatura da ultimo anno del liceo (non me ne vogliano gli ingegneri: persino la relatività speciale che si studia nei corsi di fisica moderna dei primi anni dell’università spesso non è molto diversa da quella che si può studiare alle superiori).

Insomma, per tagliare corto, all’ennesimo intervento di questo genere ieri sera mi sono detto: adesso scrivo un bell’articoletto, magari persino incazzoso, in cui faccio la lista di quello che bisogna umilmente sapere per potersi permettere di (tentare di) criticare una di queste teorie. Faccio per mettermi a scrivere (ne stava venendo fuori una sorta di lista di argomenti di un corso di laurea in fisica, solo un dito meno noiosa) quando sono capitato su questa serie di vignette del sempre ottimo Abstruse Goose, e ho deciso di sospendere la scrittura e semplicemente di condividere la striscia. Perché, partendo dall’esempio specifico della teoria delle stringhe, il fumetto dice esattamente quello che volevo dire, solo molto meglio.

Istruzioni: partite dalla prima vignetta e cliccate pazientemente. Quando sarete alla sesta vignetta fate una pausa, riflettete bene, e ripetete mentalmente dieci volte: “non scriverò mai più sul blog di nessuno che la <inserite qui una teoria fisica affermata a scelta> non funziona senza prima aver passato almeno 8 anni della mia vita a comprenderne i dettagli”. Poi cliccate pure fino all’ultima vignetta, e meditate su quelle che sono le vostre letture giornaliere. La pratica di ogni disciplina scientifica richiede certamente audacia e anticonformismo, ma in misura certamente inferiore alla pazienza e all’umiltà. Non ci sono scorciatoie.

Batteri 19 maggio 2010

Inviato da Marco in : Famiglia, Scienza e dintorni 7 commenti

Sabato dopo pranzo, io rassetto e Giulia seduta sul pianale della cucina mi guarda fare. Ogni occasione è buona per iniziare la formazione scientifica della prole duenne: perché aspettare?

- Papà, perché metti il pollo in frigo?

- Perché in giro ci sono i batteri, che sono degli esserini piccoli piccoli che sono golosi della nostra pappa, e che se la mangiano tutta se la lasciamo fuori al caldo, e un po’ la mangiano e un po’ la fanno diventare berk e noi non possiamo più mangiarla.

- E i batteri non entrano in frigo?

- Si, entrano anche li, ma dentro fa freddo e loro si addormentano, e se dormono non mangiano la nostra pappa.

- E dove sono i batteri?

- Sono dappertutto, ma sono così piccoli che non li vediamo.

- Sono piccoli piccoli piccoli. E sono bravi i batteri?

- Beh, ce n’è di buoni e di lazzaroni, e quelli lazzaroni si mangiano la nostra pappa e la fanno diventare berk, e fanno i buchi nei dentini se ci dimentichiamo di lavarli, e a volte ci fanno persino venire male all’orecchio, e…

- (faccia duenne perplessa, occhioni sgranati) …

Dubbio: ho esagerato? È vero che ha sofferto spesso di otite e non le piace lavarsi i denti, ma forse l’immagine degli esserini che picconano lo smalto o che le pizzicano il timpano è un po’ troppo. Soprassediamo, e tentiamo di cambiare velocemente discorso:

- Senti, vuoi un budino? Al cioccolato?

- Siiii!!! Io piace budino al cioccolato!

- Poi però laviamo i denti, ok?

Cioccolato batte batteri uno a zero. O almeno così credo. Si sa, i batteri si annidano nel profondo, e vivono nelle condizioni più estreme. Ora di cena, a tavola: la prole duenne si ferma, e improvvisamente sente il bisogno di spiegare l’esistenza dei batteri e i principi della conservazione del cibo alla mamma. Entusiasta (la prole, non la mamma), roteando le mani in grandi gesti esplicativi, tutto d’un fiato:

- Mamma, papà ha messo il pollo in frigo che poi c’erano i batteri piccoli piccoli piccoli che mangiano tuuuuuutto e poi vanno nell’orecchio e fanno pic! ahi ahi ahi e poi diventano grossi grossi grossi e nel frigo fa freddo freddissimo e viene sonno e sono stanchi e allora loro vanno a casa sua da sua mamma e suo papà a fare nanna!

Nessun dubbio: Pasteur in erba, premio Nobel assicurato. La mamma non condivide, ma si sa, la strada della scienza non è mai stata facile.

Sul ruolo dei blog nella comunicazione (istituzionale) della scienza, e altre amenità 30 aprile 2010

Inviato da Marco in : Fisica, Mezzi e messaggi, Militanza, Scienza e dintorni 41 commenti

Stavo per rispondere con un commento al post di Peppe Liberti pubblicato oggi su Rangle, ma poi il commento mi è venuto lunghino e ho pensato che forse potevo scriverlo direttamente qui, ché l’argomento è interessante per seppellirlo nei commenti.

Antefatto. A inizio Aprile a Frascati si è tenuta ComunicareFisica, una conferenza dedicata alla comunicazione e divulgazione della fisica organizzata dall’INFN. Per la prima volta l’evento aveva una sessione dedicata ai blog, e molti dei migliori blogger che si occupano di fisica sulla rete sono stati invitati a presentare il loro sito e a discutere in una tavola rotonda finale del ruolo dei blog nella divulgazione: Amedeo Balbi, Tommaso Dorigo, Gianluigi Filippelli, Peppe Liberti, Annarita Ruberto e anche Stefano Bagnasco (inciso: anche il sottoscritto era stato invitato, ma alla fine non ci è andato per una serie di ragioni sulla quali sorvolo, perché non fanno esattamente onore agli organizzatori). Nel corso della conferenza e dopo sul suo blog, Tommaso ha sollevato la questione del riconoscimento “ufficiale” dell’attività di blogging divulgativo dei ricercatori. Peppe oggi riprende l’argomento, cogliendo l’occasione della micro-intervista che il blog ufficiale di LHC Italia ha fatto al sottoscritto venerdì scorso (per telefono, da Madrid), e che apparentemente linka per la prima volta questo blog da un sito di comunicazione della fisica istituzionale. Peppe (oltre a fare un complimento nemmeno tanto nascosto al sottoscritto, che non sono sicuro di meritare) è ovviamente contento della cosa, perché vi legge un’apertura della comunicazione scientifica istituzionale a quella più personale e anarchica dei blogger ricercatori. Sarà vero?

Forse è così, ma io non ne sono molto sicuro. È vero, ci sono segnali di apertura e interesse della comunicazione scientifica ufficiale a quella dei blog dei ricercatori e degli insegnanti. La sezione dei blog a ComunicareFisica ne è probabilmente una prova (il link di LHCItalia a queste pagine forse un po’ meno: penso sia più un accidente quasi casuale che una scelta programmatica), ma i blogger che hanno partecipato alla conferenza sanno bene che la presenza dello spazio dedicato ai blog non era apprezzata veramente da tutti. Penso ci siano ragioni culturali piuttosto chiare del perché quella che Peppe chiama la “comunicazione fuori dai canoni” non è amata da chi commissiona la comunicazione istituzionale (non necessariamente da chi la fa, ma la cosa non conta: questi devono comunque rendere conto). E del perché non lo sarà, perlomeno non prima di un profondo cambiamento culturale che mi sembra lontano. Vediamo se riesco a spiegarmi.

Conversazione. La parola chiave che sorregge tutta la novità (beh, novità che ha già qualche annetto) del Web 2.0, di cui i blog sono una delle espressioni, è conversazione. Questo blog piace certo ai suoi lettori perché io sono bravo e brillante e scrivo bene e so intrattenere :-) , ma anche (io direi persino soprattutto!) perché chi passa da queste parti può commentare quello che scrivo, lanciare le sue domande, interagire con gli altri lettori e con me, che faccio un punto d’orgoglio del rispondere a tutte le domande e i commenti che ricevo. Alla fin fine, le chiacchiere nei commenti ai post sono spesso altrettanto informative degli articoli stessi, e molte delle risposte arrivano degli stessi lettori, alcuni dei quali sono anch’essi fisici o studenti di fisica. La comunicazione ufficiale della fisica (ma non solo) in Italia non ha ancora affatto digerito questo modello interattivo, non mi sembra affatto pronta a lanciarsi su questo sentiero, e preferisce sistematicamente il modello unidirezionale (io parlo, voi ascoltate). Le ragioni sono sicuramente storiche e culturali, ma anche di impegno (pratico e politico) richiesto: investire in uno spazio anche interattivo efficace è molto più costoso (in termini di tempo e di coinvolgimento) di uno spazio monodirezionale, e richiederebbe probabilmente una delega politica troppo grossa ai sui redattori e collaboratori (chi risponderebbe ai commenti su un sito ufficiale dell’INFN o del CERN? Con che tempi? La dirigenza sarebbe disposta a delegare questo compito a dei semplici ricercatori? Con quali spazi di manovra, quali libertà?). Se e quando avverrà, si tratterà di una scelta molto coraggiosa, che mi sembra decisamente non in linea con la tipica cultura odierna della comunicazione in Italia.

Il volto umano dello scienziato. L’altra ragione per cui i blog personali che affrontano la divulgazione scientifica hanno successo è proprio il loro aspetto personale. Io qui parlo di fisica, certo. Ma spesso lo faccio con il mio cane, e non disdegno il raccontare anche qualcosa della mia vita di persona dietro al grembiule di ricercatore, il gridare le mie indignazioni politiche, il condividere le mie altre passioni di uomo. Molti degli altri blogger (Lo stesso Tommaso, per esempio, o Peppe) fanno lo stesso, ognuno con il suo stile e le sue sensibilità. Questa cosa piace, avvicina, riduce la distanza tra una scienza spesso percepita come arcana e irraggiungibile. Ma non può che funzionare nella dimensione di un blog personale e autonomo, o al limite – ma comunque in misura minore – in un blog collettivo lasciato libero e senza troppe pretese di ufficialità (come per esempio quello di USLHC. Ma quelli sono americani, la comunicazione moderna l’hanno inventata loro).

La libertà di dire cosa penso. Come scrivo chiaramente nell’introduzione, quello che dico da queste parti non è che la mia personale opinione. Se scrivessi per un blog collettivo dell’INFN o del CERN potrei certo metterci un po’ del colore della mia passione personale, ma non mi permetterei mai di affrontare certi temi che mi stanno a cuore, o di divagare troppo sulla mia vita privata. Esiste un patto chiaro – anche se spesso non scritto – tra l’editore di una pubblicazione e chi quella pubblicazione la fa: se si vuole la libertà assoluta, allora bisogna accettare di essere gli editori di sé stessi, altrimenti si cadrà necessariamente in contraddizioni che non dovrebbe essere possibile ignorare. Non c’è niente di male, certe battaglie si possono certamente combattere dall’interno (vedi per esempio la recente questione di Saviano con la Mondadori), quello che deve essere chiaro però è che queste battaglie ci saranno inevitabilmente (e facilmente si perderanno), a meno scegliere di rispettare la linea editoriale. La speranza di una totale libertà di dire quello che si vuole, associata però con il riconoscimento ufficiale del proprio pensiero come parte di una comunicazione istituzionale – cose che sembra essere un po’ la richiesta di Tommaso – mi sembra un’illusione, e per certi versi  persino una richiesta ingiusta e infantile. Per le stesse ragioni, mi sembra improbabile che un’istituzione come l’INFN o il CERN possa anche solo linkare ufficialmente una serie di blog personali come risorse “consigliate”: si tratterebbe di un avvallo a priori su tutti i contenuti, che dubito possa arrivare gratuitamente. Al limite posso immaginare qualcosa come una serie di link a risorse esterne dichiarate “interessanti”, ma ovviamente si tratterebbe di un’altra cosa.

Nessuno mi paga per scrivere questo blog. Non ne traggo nessun vantaggio professionale, e lo faccio nel mio (raro) tempo libero, per divertimento, curiosità, vocazione, una certa dose di intenzionalità educativa e politica, e certamente anche vanagloria. Se qualcuno decidesse di pagarmi, o mi proponesse di fare qualcosa di simile in un contesto più ufficiale, non lo farei certo nello stesso modo in cui lo faccio qui. Non sarebbe necessariamente peggio, ma credo debba essere chiaro che il risultato sarebbe diverso. Magari non molto, ma certamente un po’. Non facciamoci illusioni.

Purché sia accertato 16 aprile 2010

Inviato da Marco in : Scienza e dintorni, Zen da taschino 223 commenti

Un vero scienziato accetta qualsiasi fenomeno, anche se inspiegato, purché sia accertato.

Giuliano Toraldo di Francia, “Errori e miti nel concetto comune di scienza”, in Pensiero scientifico e pensiero filosofico, Muzzio (1993)

(hat tip al Prof. Sentimento Cuorcontento)

La fisica non è una carnevalata 31 gennaio 2010

Inviato da Marco in : Fisica, Scienza e dintorni 11 commenti

Come è di rigore nei confronti dell’ospite, vi segnalo che ieri ha avuto luogo la terza edizione del Carnevale della Fisica, ospitato a questo turno da Science Backstage. Fatevi un giro, ci sono parecchie cose interessanti da leggere. Ma per favore, fate anche attenzione, perché non è tutto oro quello che luccica. Il sottoscritto ha partecipato (quasi per caso) con i consigli per aspiranti Summer Student, ma soprattutto si è ritrovato tra ieri e oggi a indignarsi e a discutere con un altro partecipante all’iniziativa a proposito del contenuto, della validità e dell’opportunità dei suoi contributi. Traduzione non-politicamente-corretta: uno dei partecipanti puzza fastidiosamente di crackpot, e nella marea di contributi Gianluigi, il padrone di casa di Scienze Backstage, non sembra essersene accorto. I dettagli nella sezione commenti alla pagina dell’evento.

Quanto a me, questa potrebbe essere l’ultima volta che partecipo. Come mi fa sospettare uno dei commenti di Peppe, l’iniziativa potrebbe troppo facilmente diventare solo un trucchetto per soddisfare i nostri già smisurati ego. Personalmente, non è per questo che tengo aperto queste paginette. Zampillo saluti polemici (oggi sono in vena).

Aggiornamento [1/2/2010]: dopo una discussione anche piuttosto accesa in cui il sottoscritto si è ritrovato a giocare il ruolo del poliziotto cattivo, Gianluigi ha modificato il post spostando in contributi incriminati, sistemandoli sotto il cappello di teorie alternative (sic). Qualcuno condivide anche, ma c’è rimasto comunque un po’ male.

Aggiornamento [2/2/2010]: la discussione è continuata, grazie al cielo spostandosi dall’episodio specifico alla forma e alla natura dell’evento “carnevale della fisica” in generale; spostamento che mi sembra buono, e per certi versi addirittura necessario. Naturalmente, al di là degli estremi concreti dell’iniziativa, la discussione sfiora e accarezza una serie di punti nevralgici importanti: a che serve la divulgazione scientifica? Come la si fa? Dove? Chi? E poi anche, non secondariamente: il fatto di farla in modo casuale, saltuario, volontario, non professionale insomma, autorizza un rigore minore? È l’eterno dilemma del volontariato. Io un’idea a proposito ce l’avrei anche.

Sposare uno scienziato 11 dicembre 2009

Inviato da Marco in : Famiglia, Scienza e dintorni 18 commenti

Dove nella fattispecie lo scienziato sarebbe il sottoscritto, e la mia signora quella che lo ha sposato, e che ne scrive oggi su La Stampa, o meglio su Torino Sette, l’inserto della capitale sabauda che non sta mai ferma. Uno stralcio al volo, il resto qui:

Sposando uno scienziato ho sposato, mi verrebbe da dire, un metodo. Un approccio rigoroso, ragionato e lucido ai problemi e, soprattutto, alle paure (in genere le mie). Un antidoto alle credenze, alle ingenuità, alle semplificazioni o, detto altrimenti, un costante incoraggiamento al dubbio, alla verifica, alla riproducibilità.

È perché ho sposato uno scienziato – nel dettaglio, un fisico sperimentale – che nessuno in casa ha paura del forno a microonde, tutti (se si esclude la suocera) ci teniamo galileianamente alla larga dall’omeopatia, e persino io che sono un’impenitente umanista, ho riscoperto il valore liberatorio delle misure. Perché lo scienziato, si sa, misura tutto.

Che cosa potrei aggiungere di più a un quadro così esageratamente lusinghiero? :-)

Cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due? 18 novembre 2009

Inviato da Marco in : Letture e scritture, Mezzi e messaggi, Scienza e dintorni 14 commenti

Un uomo che vuole la verità, diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due?

Robert Musil, L’uomo senza qualità

Citazione stimolata dalla recente discussione a proposito della comunicazione della scienza, di come la si possa fare decisamente male, e di come sia allo stesso tempo irrinunciabile e necessaria.

Bonus per i ricercatori:Comunicare la scienza, raccontare la complessità“, un quaderno de Il Mestiere di scrivere, riemerso dai miei segnalibri di quando a tempo perso mi occupavo di scrittura e comunicazione sul web in tutt’altro ambito.

Cartesio cosmologico 6 novembre 2009

Inviato da Marco in : Tentazioni metafisiche, Zen da taschino 14 commenti

“L’homme pense, donc je suis” – dit l’universe -

Paul Valery

Che noia (le chiacchiere sull’omeopatia) 8 ottobre 2009

Inviato da Marco in : Scienza e dintorni 38 commenti

Maledizione a me quando ho deciso di esternare la mia opinione negativa sull’omeopatia.

Maledizione a me, perché evidentemente non sono stato chiaro abbastanza; o meglio, perché per quanto mi sia sforzato di essere chiaro (e didattico, equilibrato e documentato), tutto questa chiarezza continua a dimostrarsi inutile verso chi non vuole stare a sentire.

Per quanto infatti abbia cercato di mettere in risalto le caratteristiche del metodo scientifico, dei protocolli di doppio cieco, dei campioni randomizzati e di tutte quelle belle cosette che servono a costruire un’indagine scientifica credibile (e che mancano o falliscono nel caso dell’omeopatia), continua a esserci qualcuno che di tanto in tanto passa da queste parti e mi sente il dovere morale di scrivermi. Per dirmi nell’ordine: che non capisco un’acca; che sono un servo delle case farmaceutiche; che se fossi un vero scienziato accetterei la sfida di riprodurre il miracoloso fenomeno di guarigione che lo scrivente ha ottenuto, ma siccome non capisco un’acca e sono uno servo delle case farmaceutiche ovviamente non accetterò.

Cosa posso fare perché questi signori smettano di tediarmi, e soprattutto per non dover ripetere all’infinito le stesse cose? Vediamo se riesco a essere chiaro una volta per tutte.

Uno. Il punto non è credere o non credere. Non si tratta di discutere se io “creda” o “non creda” nell’omeopatia. L’efficacia terapeutica dell’omeopatia (o l’esistenza dell’antimateria, o la dimensione del raggio della Terra, o la fotosintesi clorofilliana, o…) non è una cosa in cui si crede o non si crede. Qualunque cosa che ricada nella categoria del “verificabile sperimentalmente” o è verificato (secondo certi criteri statistici su cui qui sorvolo) e ripetibile, o non lo è. Punto. L”azione di “credere” è da riservarsi a categorie che non sono verificabili sperimentalmente. Scegliete quella che vi piace, ma lasciate fuori lo sperimentabile.

Due. Affermazioni clamorose richiedono evidenze clamorose. Uno dei miei lettori (l’ultimo in ordine di tempo, lo scelgo per dare un’idea) sostiene di poter provare l’efficacia di un preparato omeopatico a base di arsenico per curare l’avvelenamento da arsenico (suggerisce di avvelenare una pianta, per fortuna). Benissimo. Che lo provi. Che. Lo. Provi. È così difficile da capire? Scriva un protocollo di indagine sensato (quali piante? Quante ne dobbiamo avvelenare? In quali condizioni? Cosa diamo come “placebo” al gruppo di controllo? Va bene l’acqua? Cosa mi devo aspettare dal gruppo trattato con il placebo? Schiatteranno tutte? In quanto tempo? E le altre, quelle curate con il preparato? Come facciamo la randomizzazione? E così via…) e lo renda pubblico insieme ai suoi risultati (immagino, da quanto afferma, positivi). In questo modo io o chiunque altro nel mondo potremo riprodurre il fenomeno (o magari no!) e confermare (o smentire!) la sua affermazione. È il metodo scientifico, baby. Stiamo aspettando. Il resto sono chiacchiere.

Tre. Io faccio il fisico delle particelle. Passo la mia giornata a immaginare fenomeni bizzarri e particelle mai viste prima prodotte da meccanismi esotici. Veramente qualcuno pensa che mi scandalizzerei a vedere l’evidenza sperimentale di un fenomeno (ancora) inspiegabile? Ma per favore! Concedetemi almeno il beneficio della flessibilità intellettuale. Ma fino a quando non avrò un’evidenza sperimentale, le mia particelle-mai-viste-prima prodotte-da-meccanismi-esotici rimangono un’ipotesi. I-p-o-t-e-s-i. Più o meno credibile, ma pur sempre niente che abbia a che fare con la realtà. Ergo, non vado in giro a venderle come se realmente esistessero. E soprattutto non cerco di farci dei soldi sostenendo che abbiano effetti miracolosi mai provati se messe dentro a costosi tubetti colorati pieni di palline di zucchero. Chiunque ha lo stesso dovere morale e intellettuale, altrimenti è un ciarlatano.

Sei premi nobel nello stesso castello 30 giugno 2009

Inviato da Marco in : Fisica, Nomadismo, Scienza e dintorni 13 commenti

La settimana scorsa era una una conferenza per presentare un review delle ricerche del bosone di Higgs a LHC. La conferenza in questione si teneva nel castello di Blois, sulla Loira: vi lascio immaginare il lusso e lo spatusso, vi basti sapere che per il banchetto finale ho persino messo la cravatta (roba rara, per un fisico che normalmente gira in sandali e bermuda)!

Tra le tante cose interessanti della conferenza, è stato interessante contare il numero di Premi Nobel per la fisica presenti: ben sei! Per evitare brutte figure, prima di partire ho fatto i compiti e mi sono andato a rivedere perché questi simpatici signori sono stati spediti a Stoccolma. Ecco chi c’era:

A complemento di questo bel corredo di testoline, alla conferenza c’era anche un potenziale Premio Nobel, Francois Englert, che potrebbe condividere il premio con Robert Brout e Peter Higgs nel caso il bosone di Higgs venisse scoperto. Poveretto: dev’essere una vita durissima sentire chiamare la particella della cui invenzione sei responsabile sempre e soltanto con il nome del tuo concorrente!

Ho avuto modo di pranzare allo stesso tavolo di Steinberger (cosa peraltro non ultrarara: Steinberger è un gioviale pensionato del CERN, e lo vediamo arrivare da queste parti in bicicletta un giorno su due) e Englert:  dopo un vago imbarazzo iniziale (immaginate domande del tipo: “su che libri avete studiato la meccanica quantistica? Perché ai miei tempi non ce n’erano, li stavamo scrivendo”. oppure “Ma tu la capisci veramente l’astrofisica? Perché io fatico un po’…”) si sono dimostrati entrambi gioviali, curiosi, gentili. Non è un caratteristica tipica di tutti Premi Nobel (un nome a caso: Carlo Rubbia), ma sicuramente dei sei che ho incrociato la settimana scorsa. Ho avuto l’impressione che fossero tutti talmente al di sopra delle beghe accademiche da potersi permettere (ancora, di nuovo) una genuina curiosità. Le domande di Cronin durante la mia sessione ne sono state un buon esempio.

Un paio di considerazioni al volo. Le presentazioni dei Premi Nobel alla conferenza sono state tutte molto interessanti, e proprio ben preparate (veramente eccellenti Smooth e Taylor: gli astrofisici ci sanno fare, a quanto pare): poche trasparenze, quasi niente testo sulle slide, una certa attenzione alla retorica del discorso e alla logica della struttura del contenuto. Ci sarebbe molto da imparare: alla conferenza ho anche visto presentazioni mal preparate, con speaker fuori tempo massimo, slide penose e troppo cariche, gente che leggeva il testo delle trasparenze e altri simili insulti all’intelligenza (scriverò una serie di articoli su questo tema, prima o poi). E poi: questi benedetti Premi Nobel sono quasi tutti americani, o naturalizzati tali. Che ci piaccia o meno, sembra proprio che gli Stati Uniti continuino ad avere un certo vantaggio nella ricerca scientifica (anche di questo sarebbe interessante parlare).

Mercoledì sera si festeggiava il compleanno di Martin Perl. Trovarsi a canticchiare “Happy birthday… dear-Professor-Perl…” aveva un che di surreale, oserei dire.