Cinque cose (più una) che ho imparando seguendo il mio primo MOOC

A settembre ho deciso che volevo imparare qualcosa di più di Machine Learning. "Machine Learning" è una buzzword che va molto di moda in questi tempi di Big Data. Anche i fisici delle particelle usano sempre di più queste tecniche di trattamento multivariato dei dati, che stanno aprendo possibilità molto interessanti per le nostre analisi. Io volevo dunque  saperne di più proprio perché non piace usare strumenti come se fossero scatole magiche dentro cui buttare i dati, scatole che mi danno sì risposte efficienti e performanti, ma del cui funzionamento interno spesso capisco poco. Insomma, nonostante per lavoro usi già tecniche come Neural Network o Boosted Decision Tree, mi premeva capire meglio che cosa ci stava sotto. Per questo, ho deciso di iscrivermi a un MOOC.

MOOC sta per Massive Open Online Course, ovvero un corso online accessibile a tutti (anche se non necessariamente gratuito). Della storia dei MOOC vi lascio leggere su Wikipedia: diciamo che l'idea è nata in ambito universitario (iniziando con il rendere accessibili sul web i corsi delle facoltà più famose del mondo), ed è evoluta verso imprese anche con motivazioni commerciali. Nel mio caso, più per comodità del mezzo che per scelta di contenuto, ho optato per il corso di Machine Learning tenuto su Coursera da Andrew Ng, che di Coursera è anche il fondatore, e che insegna Machine Learning a Stanford. Il corso è durato undici settimane, con video-lezioni da seguire, test da passare ed esercizi da fare. Ieri ho terminato l'ultimo test dell'ultima settimana, finendo con successo il corso. Vi elenco qui una serie di cose che penso di aver imparato, non tanto sul Machine Learning in sé (per quello vi lascio seguire un corso!), ma su come sia seguire un MOOC.

  1. Trovare il tempo per seguire lezioni, studiare e fare gli esercizi di un MOOC, mantenendo il ritmo richiesto, non è affatto semplice, specie se lo si fa nel tempo libero e di ha un altro lavoro. Nel mio caso, qualche volta ho considerato che la mia impresa fosse assimilabile a una formazione di lavoro e ho sbordato un po' sugli orari di ufficio, ma ho cercato nella maggior parte del tempo di fare tutto la sera o nei weekend. È stato impegnativo.
  2. Rimettersi nel ruolo di studente è bello, anche per qualcuno che, come me, "studia" di mestiere. Tornare (anche solo virtualmente) dall'altra parte della cattedra è appassionante, e l'idea che ci sia nuovamente qualcuno a guidarti nell'apprendimento è molto rinfrescante. Proprio chi come me "studia" per mestiere, lo fa sempre in modo autonomo, e spesso si trova invece a dover seguire lui stesso degli studenti. Mi sono tuffato nel corso con un misto di eccitazione (per il tornare a qualcosa di prossimo al periodo dell'università) e di leggerezza (nel non dover essere direttamente responsabile del mio percorso di studio, ma solo del mio impegno) che mi è piaciuto molto.
  3. Rimettersi nel ruolo di studente è anche dannatamente, persino per qualcuno che (almeno sulla carta, eh...) è pagato per pensare, risolvere problemi e farsi venire delle idee. Non ci sono dubbi, c'è una ragione per cui si va a scuola da giovani: il cervello e la sua plasticità invecchiano, e, sebbene sia possibile tenerli allenati, come per tutti gli allenamenti la fatica e lo sforzo aumentano con il tempo.
  4. Coursera è una bella piattaforma, e i continui richiami a proseguire, fare i compiti, finire i test in tempo sono molto utili per mantenere il ritmo e arrivare in fondo. Io sono una persona abbastanza metodica, ma penso che avrei faticato di più se avessi seguito ai miei ritmi lo stesso corso direttamente dalle pagine dell'università di Stanford. Come Coursera ci sono diverse altre piattaforme che propongono programmi simili, e mi sento di raccomandarle rispetto al "libero accesso" dei corsi universitari soprattutto a chi a poco tempo, e necessita di qualche stimolo in più per proseguire.
  5. Coursera è una piattaforma generalista, e i suoi corsi hanno tendenza ad essere più "applicati" che "teorici". Non vuol dire che siano meno utili, ma semplicemente che sono spesso semplificati per permetterne la fruizione di qualcuno che non abbia necessariamente le basi teoriche (per esempio matematiche) per digerirne i dettagli formali. La cosa va benissimo, anche se per me in particolare ha qualche rappresentato un limite. Ovviamente ci sono modi per ovviare questa caratteristica, per esempio integrando con altre risorse (nel caso del Machine Learning, io ho sempre tenuto un occhio sulle dispense del corso di Stanford per andare un po' più in là), o scegliendo una piattaforma diversa. Leggere le descrizioni dei corsi spesso non basta per farsi un'idea chiara delle stile di un corso, mentre le recensioni di chi lo ha già seguito possono essere illuminanti.

In conclusione: lo rifarei? Certo! La formazione permanente ai tempi del web è una risorsa fantastica. Non usufruirne, qualunque siano le proprie ambizioni e curiosità, sarebbe veramente un peccato. Nel mio caso, sto pensando di lanciarmi di nuovo e di seguire questo, questa volta con modalità molto diverse dal corso che ho appena terminato.

Per la cronaca, ho passato il corso con un voto del 96.1%. Ottenere l'80% di media era il livello richiesto per considerare il corso completato. Ammetto senza vergogna di aver spesso evitato di rifare i test passati con una domanda sbagliata per guadagnare tempo. Avrei potuto puntare al 100%, ma non era lo scopo dell'esercizio. Ho invece sempre fatto tutti gli compiti a casa, compresi quelli facoltativi, perché solo sporcandosi le mano si impara per davvero.

Ecco infine la cosa in più, oltre alle cinque elencate la sopra, che ho imparato:

  • Andrew Ng, il docente del corso, sa il fatto suo ed è un buon insegnante, ma ha un vezzo nel parlare che alla lunga ho trovato insopportabile. Usa la parola concretely (concretamente, usato per dire "in pratica") a un ritmo esagerato: dopo averglielo sentito dire cinque volte in cinque minuti, avrei voluto ucciderlo. Concretely.
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Vanità della fotografia

(...) Cerco di fare una fotografia di questo fenomeno, ma l'immagine non ne rende per niente la brillantezza. Vanità della fotografia. Lo schermo riduce il reale al suo valore euclideo. Uccide la sostanza delle cose, ne comprime la carne. La realtà si schianta contro gli schermi. Un mondo ossessionato dall'immagine si priva del gustare le misteriose emanazioni della vita. Nessun obiettivo fotografico riuscirà a captare le reminiscenze che un paesaggio evoca nei nostri cuori. (...)

da Dans les forets de Sibérie di Sylvain Tesson

Questa estate sono stato in vacanza in montagna, a marciare e scalare tra i picchi delle Dolomiti. Diversamente dal solito, non ho fatto molte fotografie, principalmente per una ragione prettamente logistica: la reflex che da anni mi accompagna nei viaggi era affidata allo zaino di Irene (a me toccavano imbraghi e corda): di conseguenza, gli scatti li ha quasi sempre fatti lei. Mano a mano che passavano i giorni, mi sono però reso conto che c'era un'altra ragione più intima, perfettamente riassunta da quell'estratto che ho appiccicato lì sopra (tratto da Dans les forets de Sibérie di Sylvain Tesson, libro che peraltro mi ha accompagnato proprio mentre ci spostavamo di rifugio in rifugio tra le Pale di San Martino). Mai tanto quanto nella solitudine delle montagne mi sono reso conto di come viviamo in una società ossessionata dall'immagine, meglio se filtrata e resa perfetta dall'algoritmo di turno. Vivere il mondo attraverso lo specchio di una fotografia continua e condivisa, però, annacqua la sostanza delle cose, e riduce l'intimità dell'esperienza e la capacità di memorizzarla (è provato). Sempre più consapevole di questa trappola, dunque, ho scattato di meno, e ho cercato di guardare di più con i miei occhi, di mandare a memoria, di gustare le esperienze senza la stampella del ricordo digitale che avrei ritrovato a casa. Poi, sia chiaro, qualcosa ho pur fotografato, perché il mezzo mi piace, e mi appartiene da troppo tempo per abbandonarlo del tutto. Però una pausa mi ci voleva, e mi ha fatto bene.

Quest'estate ho anche ascoltato Sylvain Tesson, lo stesso del libro di cui sopra, in una trasmissione radiofonica francese su Omero. Tra i tanti spunti, anche lì ho trovato qualche idea sulle immagini, e sulla loro relazione con la narrazione. La nostra società, come si diceva ossessionata dalle immagini, sta progressivamente abbandonando la parola (raccontata e scritta) come mezzo di espressione e di conoscenza del mondo. Gli antichi, che invece non conoscevano la rappresentazione fotografica o cinematografica, facevano della parola, e in particolare la parola raccontata, la loro arma per sconfiggere il tempo che passa, costruire memorie comuni, idee condivise, briglie per la complessità mondo. Possono immagini e video fare la stessa cosa? Forse, ma è più difficile. Mi sembra infatti che, a meno di non essere grandi artisti, l'immediatezza odierna dello strumento fotografico (o cinematografico) lo renda in primo luogo specchio (narcisista) di chi scatta e corre a condividere. Non mi interessa molto.

Tutto questo per dire cosa? A tempo perso, come periodicamente mi capita, mi sto chiedendo dove portare queste pagine. Se la direzione futura di questo blog non mi è affatto chiara, mi è più evidente cosa non vorrei farne. Ovvero: non voglio mettermi a fare video e trasformarlo in un video blog , anche se pare il futuro della divulgazione; e non voglio mettermi a fare (soltanto, principalmente) foto, anche se è chiaro che senza delle belle immagini nessuno verrebbe a cliccare quello che scrivo (per dire: la serie "Cose che vedi al CERN" ha fatto più hit su questo blog di molte lunghe tiritere, per quanto informate e ben pensate). Voglio invece continuare a scrivere e misurarmi con le parole, e con le parole che raccontano. Forse, semplicemente, mi basterebbe che queste pagine tornassero a essere (o continuassero a essere) un blog personale. Poco importa quanti vengono a visitarle.

Per la divulgazione, che tanto spazio ha invece preso su queste pagine, prima o poi mi inventerò qualcosa di nuovo. Un libro? Un podcast? Una serie di racconti? Ancora non so. Ma, anche qui, vorrei qualcosa che avesse a che fare con parole e storie, racconti e narrazioni. Vedremo.

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Cielo grigio sù, foglie gialle giù

Una chiamata tardi la sera, un vecchio amico dall'altra parte del mondo se n'è andato, inaspettatamente, all'improvviso. Vecchi ricordi che rimontano in superficie, antichi persino di quando non ti cresceva la barba, e non eri più un bambino, ma nemmeno ancora un uomo. Ricordi che non sono solo memorie, che sono anche e soprattutto identità, sotterrate e latenti, nascoste ma imprescindibili. Chi sono diventato, negli anni, anche grazie a te.

Una cicatrice sull'indice sinistro, che oggi a pena si vede: era il mio primo sangue, ma niente paura, dicevi, così si impara a maneggiare un coltello. Un ponte costruito sopra il niente, ché basta un fiume di foglie per immaginare un sentiero fatto di legno e spago. Il camino della casa di Casalborgone, i sentieri della val di Susa coperti di ricci di castagna, i fuochi in mezzo alla neve. Quel poco che so di alberi e piante, di animali e nuvole e pioggia e vento. La minestra di foglie d'ortica, le ricotte cagliate in mezzo al bosco, le biciclette, i mazzapicchi, le stelle. Il mio primo fazzolettone posato intorno al collo, una promessa come fossimo su un'isola inglese, e invece eravamo in Piemonte, ma intorno al fuoco non si sarebbe detto.

La ricerca di una spiritualità diversa, la sua necessità: allora, non facciamo nemmeno una cazzo di preghiera? Le provocazioni, i fantasmi. Le cassette cambiate nell'autoradio con una mano, mentre con l'altra sul volante entri in curva a 150 all'ora. Gli incidenti, la fortuna. La chitarra, sempre. Allora, vediamo se questa la conoscete, pischelli, adesso che siete cresciuti. E poi, vediamo quanto siete coerenti, se avete finalmente incontrato i miei stessi dubbi, gli stessi fantasmi. Certo che sì, erano in agguato per tutti, o almeno per me. La puntina che scende, nella tua casa di Torino, sul vinile dei fabolous Mamas & Papas in concerto, un'ultima chicca prima di andare. Molto meglio dei Dik Dik, vero?

In Paraguay non sono poi mai venuto a trovarti, e lo rimpiangerò sempre. Ciao Elio, ciao Nonno, che il viaggio ti sia lieve, buona strada. Cielo grigio sù, foglie gialle giù. Cerco un po' di blu, dove il blu non c'è.

La Luna affianca la Sacra di San Michele illuminata dai primi raggi del Sole. Foto di Emanuele Balboni, ti sarebbe piaciuta.

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Buon compleanno ATLAS!

Il 1 ottobre 2017 ATLAS ha compiuto 25 anni!

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Cose che vedi al CERN: you matter, then you energy

Il senso dell'umorismo dei fisici è particolare (il cartello è appeso sulla porta di un ufficio vicino alla biblioteca del CERN, di chi non ve lo dico. Qui qualche approfondimento sulla formula a cui il cartello fa riferimento).

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché. Prima o poi ne scriverò un altro.

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