Tenere traccia dei percorsi per immergersi in profondità

L'altra sera ho finito di leggere un libro che mi è piaciuto parecchio. [1]Il libro specifico di per sé non è importante per la storia che voglio raccontare, il perché presto sarà più chiaro. Mentre mettevo giù il Kindle su cui l'ho letto, mi sono reso conto che non mi ricordavo come fossi arrivato a decidere di comprare proprio quel saggio. Forse un suggerimento di Amazon? Conoscendomi, mi pareva difficile, l'algoritmo di Amazon sottovaluta parecchio i miei gusti eclettici. Più probabile io avessi intercettato una recensione, o una segnalazione online. Ma quale? Dove?

Visto che la lettura era stata stimolante, ho cercato di risalire a come ci fossi arrivato. Ho scavato nel mio lettore di feed RSS, prima sotto la categoria Letture (quella che raccoglie tutti i siti che seguo che pubblicano pezzi di approfondimento), poi dappertutto, senza però trovare nulla. Ho allora cercato sui vari social network che frequento, sperando di rintracciare una segnalazione, un'articolo che ne parlasse, una recensione. Niente.

Stavo per abbandonare, quando mi è venuto in mente che forse avevo salvato la fantomatica recensione su Instapaper. Instapaper è il sistema che uso per salvare gli articoli interessanti che incrocio durante la giornata, per leggerli con calma la sera o durante il weekend. Tra i vari vantaggi, un sistema come Instapaper ha anche quello (per me fondamentale) di poter archiviare tutti i pezzi letti. Io, che non butto via mai niente, segno con un cuoricino i pezzi che mi sono piaciuti molto e che penso valga la pena condividere (e tra quelli non c'era nulla che avesse a che fare con il libro in questione), ma salvo anche tutti gli altri che ho letto, perché non si sa mai. A forza di cercare, Proprio tra questi ultimi ho trovato un reportage che recensiva di una trasmissione televisiva del National Geographic, e che aveva, tra le letture consigliate per approfondire il tema, proprio il tomo in questione. Bingo.

A questo punto non mi mancava altro che capire come fossi arrivato a quel particolare articolo. Una rapida ricerca su Twitter mi ha confermato che era stato in effetti condiviso proprio sul social dei cinguettii da una delle persone che seguo, un collega fisico teorico:

Avevo salvato l'articolo da leggere su Instapaper per leggerlo in un secondo tempo, ma non avevo marcato il tweet con una cuoricino: se lo avessi fatto, la ricerca sarebbe forse stata più rapida. [2]Se il contenuto del tweet vi incuriosisce, vi lascio seguire i link ed esplorare da soli.

Questa storia non ha una morale, forse solo una riflessione finale. La rete è una risorsa immensa, ma proprio la sua immensità è una delle ragioni per cui gli stimoli di qualità che riceviamo, e con loro i percorsi che facciamo per arrivarci o che intraprendiamo quando li incontriamo, si perdono spesso, travolti dai flutti del rumore dei luoghi in cui vengono segnalati. Trovare il modo per tenere traccia delle proprie escursioni a me sembra importante, proprio per marcare la differenza tra il surfare in superficie e l'immergersi in profondità. Fine dell'aneddoto.

Note   [ + ]

1. Il libro specifico di per sé non è importante per la storia che voglio raccontare, il perché presto sarà più chiaro.
2. Se il contenuto del tweet vi incuriosisce, vi lascio seguire i link ed esplorare da soli.
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Doomsday Book, l'anno del contagio

Il secondo romanzo di fantascienza vincitore sia del premio Hugo che del premio Nebula che ho letto nel 2016 è The Doomsday Book di Connie Willis. Pubblicato nel 1992, e tradotto nel 1996 in italiano come L'anno del contagio, è un romanzo di fantascienza particolare, perché, per una volta, l'azione si svolge principalmente nel passato. Immaginate dunque un romanzo storico, basato però sulla premessa che, in un futuro relativamente prossimo, sia stato inventato un modo per viaggiare indietro nel tempo. I dipartimenti di storia e di archeologia delle università prossime venture sono stati rivoluzionati dalla scoperta: la ricerca "sul campo" si fa mandando fisicamente i ricercatori nel periodo che si vuole studiare, con tutte le complicazioni del caso. Servono dunque tecnici qualificati per garantire che il viaggio vada bene, e che il ricercatore arrivi nel posto e soprattutto nel momento previsto. E serve un'organizzazione certosina, per permettere al ricercatore di integrarsi nel passato senza destare sospetti o disturbare l'ordine degli avvenimenti: abiti adeguati, lingue antiche da imparare, usi e costumi da comprendere e a cui abituarsi in anticipo, e vaccinazioni a larghissimo spettro per sopravvivere a standard di igiene e medicina d'epoca.

Le cose non vanno sempre per il verso giusto, e le porte temporali non si aprono sempre con la precisione sperata. Può capitare dunque che la giovane dottoranda Kivrin, pronta a partire per il 1320 per studiare la vita dell'Inghilterra medievale, si ritrovi per errore catapultata nel 1348, e d'altronde nessuno fino ad allora aveva viaggiato così indietro nel tempo. Ventotto anni di differenza possono sembrare pochi, ma nel 1348 le cose sono diverse da come gli studiosi del presente si sarebbero aspettati. Nel 1348 nessuno sembra capire la lingua tardo medioevale che Kivrin ha imparato, i vestiti con cui è partita non sono adeguati, la carenza di pulizia a cui si è preparata non ha niente a che vedere con la totale mancanza di igiene che incontra. Ma sopratutto nel 1348 l'Inghilterra è nel bel mezzo dell'epidemia di peste nera che ne decimerà la popolazione. Il romanzo alterna dunque il disperato soggiorno di Kivrin nel passato, tra fatiche personali, incomprensioni e barriere culturali insuperabile, e la devastazione della peste; e il presente/futuro prossimo dell'Inghilterra, dove una molto più banale epidemia di influenza rende il recupero di Kivrin dal salto temporale sbagliato ancora più complesso di quanto non sarebbe normalmente.

Toccante e capacissimo di descrivere l'insuperabile alterità tra culture separate da secoli, The Doomsday Book mi è piaciuto moltissimo. Molto diverso dalla fantascienza di futuro, spazio e astronavi, è stata una rinfrescante boccata d'aria fresca nelle mie letture. Connie Willis ha scritto altri due romanzi gemelli basati sulla stessa meccanica della ricerca storica basata sui viaggi nel tempo, Blackout e All Clear, anche loro vincitori della coppia Hugo/Nebula (nella sua carriera la Willis ha vinto dieci Hugo e sette Nebula!), e anche loro dunque nella lista di romanzi da leggere. Visto quanto mi era piaciuto The Doomsday Book mi ci sono subito buttato sopra, per scoprire però con un certa delusione che la giovane Kivrin, alla quale mi ero tanto affezionato, non era più tra protagonisti dei nuovi viaggi nel tempo. Sembrano esserci ancora il suo supervisore all'università, Mr. Dunworthy, e Colin, il ragazzino intraprendente che in The Doomsday Book è fondamentale per il ritorno di Kivrin al presente. Per adesso li ho messi da parte, ci tornerò. Peccato però, visto che Kivrin è uno dei rari casi di donne protagoniste di viaggi nel tempo. Buona lettura.

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L'ultima estate. Romagna, martedì 16 agosto 1994

Cinque palline (foto di Dan Masa da Flickr)

(L'ultima estate è un esperimento di scrittura post-adolescenziale postuma, ispirato al podcast Mortified. Ho scritto questo testo tra l'estate del 1994, l'autunno del 1997 e la primavera del 1999, ma se passate il mouse sui numerelli appariranno dei box di commento scritti oggi, a più o meno 20 anni di distanza. Questa è la tredicesima puntata, il racconto inizia qui.)

Il martedì è il giorno di chiusura degli alimentari in Romagna (e noi siamo ancora a S. Sofia per blocco-auto-Tecla). Questo, unito alla tarda ora del risveglio, ci conduce a rifocillarci da “La Contessa”, dove, alle h. 15, con 18.000 lire mangio gnocchetti in salsa rosa, pomodori al forno, braciola di maiale alla griglia, caffè. [1]Non riesco a ricordarmi se questa annotazione fosse per il prezzo spropositato, o per congratularmi per tanto ben di Dio a così poco. Oggi il ristorante sembra esistere ancora, ed è segnalato come per budget medio-alti. Chissà.

Sto cominciando a soffrire un po’ la mancanza di Willi e Flip; [2]Nel caso il lettore avesse dimenticato, sono rimasto con un solo compagno di viaggio maschio - pelato, xenofobo e maniaco - e una serie di ragazze in perenne crisi. Evviva. Kurt è un buon compagno di viaggio [3]La disperazione fa apprezzare tutto. (e di letto, vista la sistemazione nel lettone a casa di Sheila [4]Per chi si fosse perso, Sheila  è la cugina di Lamù, compagna di liceo di Cassandra. A casa sua io sono stato confinato in stanza (e nel letto!) con l'unico altro uomo della compagnia, non perché non abbia una fidanzata con la quale potrei voler condividere l'scova  ma perché il gineceo ha deciso di vivere insieme e separatamente. ), ma gli altalenanti umori delle ragazze tutte non sempre sono di grande conforto, o facili da sopportare. Io dal canto mio, cerco sempre di “sorridere e cantare anche nelle difficolà” (e d’altronde ho i miei buoni motivi per farlo); ieri al telefono con Willi abbiamo deciso che il motto per la sopravvivenza è “PICI FOREVER!”, [5]Per i non piemontesi, "pici" è il plurale di "piciu". e ce n’è ben bisogno...

Ecco che come di consueto salta fuori il Padre Ralph [6]Ho sempre usato l'espressione "Padre Ralph" per dire "il bravo pretino", ignaro che, nella mia astinenza televisiva dell'epoca, si trattasse del protagonista di Uccelli di rovo, dunque non esattamente un esempio paradigmatico di santità. Probabilmente il curato di Ambricourt sarebbe stata una scelta più appropriata. che è in me, la Pollyanna [7]Sulla santità di Pollyanna, e sul masochismo del suo "gioco della felicità", invece, non dovrebbero esservi dubbi. La mia referenza naturalmente era ed è la serie animata giapponese. delle occasioni più cupe. Come se bastasse. Che paura avevo quando scrivevo queste cose... una vacanza in cui bisogna “sopravvivere”? Ma scherziamo? Con la pia illusione che scrivere su un diario mi sollevasse dalla tristezza, mi rendesse più forte, mi scaricasse dalle responsabilità, verso gli altri e soprattutto verso me stesso.

Qui Sheila sembra ormai un po’ stufa della nostra irruente presenza, o forse è solo un’idea, ed ella invece ha solo i cavoli suoi; comunque, per sicurezza e per non creare ulteriori tensioni, oggi pomeriggio ci trasformiamo in una squadra delle pulizie e rassettiamo i due appartamenti. [8]Appartamenti che avevamo abbondantemente devastato nel corso dell'occupazione, cosa che spiegava ampiamente il nervosismo di Sheila.

La tristezza e la desolazione si spandono definitivamente sulla mia giornata. Dovrei partire, urlare, fare qualcosa, prendermela con qualcuno, rigare la macchina di Kurt, [9]Chiaramente una pulsione suicida, viste le conseguenze che avrei dovuto patire fossi mai passato all'atto. litigare con Cassandra, [10]E invece. baccagliare qualche donnina del luogo anche solo per attirare l’attenzione, [11]Ma anche per qualcosa di più, smidollato che non ero altro. pretendere e magari sembrare un po’ arrogante o presuntuoso o indelicato, che tanto di delicatezza intorno non ce n’è neanche l’ombra e non farei tanti danni in più. E invece niente, in questo velo di silenzio, di finto rispetto delle altrui esigenze o stranezze.

Mi sento solo, solo rimango. Niente da aggiungere.

Indi Kurt si assopisce, Maia sparisce, Cassandra si consulta con Lamù che dipinge con Tecla. Io suono un po’, poi mi annoio un po’ e decido di andare ad allenarmi un po’ a fare il giocoliere con le palline e a stare sulla testa, con i piedi in sù, nel pratone davanti a casa. Immancabilmente attiro un po’ di bambini, e di mamme preoccupate dei capelli lunghi (peraltro legati) o dei piedi nudi. [12]Fare l'intrattenitore di infanti era segnato nel mio destino. È una maledizione da cui non ci si affranca facilmente. E anche, a volte, una comoda scusa.

Ceniamo alla Festa dell’Unità, che comincia oggi ed è IDENTICA (stesso luogo, stesse cose, altre bandiere) alla Festa dell’AVIS. [13]Come per il maiale, delle logistica delle feste romagnole non si butta via niente. Qui mangio meglio che alla Festa di Liberazione, in modo più popolare ma spendendo meno.

Cassandra si accorge di aver perso l’orologio, cosa che coinvolge in una drammatica ricerca (non scherzo) al buio nell’erba del sopracitato pratone, ricerca di cui vengo a capo vittorioso abbastanza in fretta (meno male!) – Padre Ralph, Pollyanna –. [14]Cielo, che pazienza. Ricordo bene la ricerca spasmodica nell'erba al buio. Certo, era un orologio prezioso; certo, era un regalo caro. Però il livello di stress impostomi era solo comparabile a tutto il resto, ciliegina sulla torta di un perfetto trattamento da servo della gleba, di cui Elio e compagni cantavano ormai da due anni.

Seguono le consuete danze a palchetto con il gruppo d’occasione, poi si va a nanna (domani, in giornata, S. Marino e – forse – recupero auto aggiustata). Io non ho molto sonno, mi piacerebbe chiacchierare gentilmente davanti ad un bicchiere di vino fraternizzando un po’, ma evidentemente non è serata (forse siamo troppo stanchi), [15]Stanchi di stare insieme, immagino volessi inconsciamente. e così , di riffa o di raffa, resto solo davanti al bicchiere, a suonare sottovoce e scrivere il diario.

Note   [ + ]

1. Non riesco a ricordarmi se questa annotazione fosse per il prezzo spropositato, o per congratularmi per tanto ben di Dio a così poco. Oggi il ristorante sembra esistere ancora, ed è segnalato come per budget medio-alti. Chissà.
2. Nel caso il lettore avesse dimenticato, sono rimasto con un solo compagno di viaggio maschio - pelato, xenofobo e maniaco - e una serie di ragazze in perenne crisi. Evviva.
3. La disperazione fa apprezzare tutto.
4. Per chi si fosse perso, Sheila  è la cugina di Lamù, compagna di liceo di Cassandra. A casa sua io sono stato confinato in stanza (e nel letto!) con l'unico altro uomo della compagnia, non perché non abbia una fidanzata con la quale potrei voler condividere l'scova  ma perché il gineceo ha deciso di vivere insieme e separatamente.
5. Per i non piemontesi, "pici" è il plurale di "piciu".
6. Ho sempre usato l'espressione "Padre Ralph" per dire "il bravo pretino", ignaro che, nella mia astinenza televisiva dell'epoca, si trattasse del protagonista di Uccelli di rovo, dunque non esattamente un esempio paradigmatico di santità. Probabilmente il curato di Ambricourt sarebbe stata una scelta più appropriata.
7. Sulla santità di Pollyanna, e sul masochismo del suo "gioco della felicità", invece, non dovrebbero esservi dubbi. La mia referenza naturalmente era ed è la serie animata giapponese.
8. Appartamenti che avevamo abbondantemente devastato nel corso dell'occupazione, cosa che spiegava ampiamente il nervosismo di Sheila.
9. Chiaramente una pulsione suicida, viste le conseguenze che avrei dovuto patire fossi mai passato all'atto.
10. E invece.
11. Ma anche per qualcosa di più, smidollato che non ero altro.
12. Fare l'intrattenitore di infanti era segnato nel mio destino. È una maledizione da cui non ci si affranca facilmente. E anche, a volte, una comoda scusa.
13. Come per il maiale, delle logistica delle feste romagnole non si butta via niente.
14. Cielo, che pazienza. Ricordo bene la ricerca spasmodica nell'erba al buio. Certo, era un orologio prezioso; certo, era un regalo caro. Però il livello di stress impostomi era solo comparabile a tutto il resto, ciliegina sulla torta di un perfetto trattamento da servo della gleba, di cui Elio e compagni cantavano ormai da due anni.
15. Stanchi di stare insieme, immagino volessi inconsciamente.
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Novant'anni di particelle che si comportano come onde, e un amico cane

La figura chiave dell'articolo di Davisson e Germer del 1928

Quest'anno ricorrono i 90 anni dalla pubblicazione del risultato dell'esperimento della doppia fenditura con gli elettroni, quello di Clinton Davisson e Lester Germer, fatto nel 1927. Si tratta dell'esperimento che ha mostrato per la prima volta come anche le particelle di materia abbiano un comportamento ondulatorio, e che il mondo è fondamentalmente quanto-meccanico. L'articolo originale del 1927 è disponibile sul sito di Nature, ma non accessibile senza pagare, o con un abbonamento istituzionale. È un peccato (e dell'accesso libero alle pubblicazioni potremmo parlare a lungo), perché andrebbe letto da tutti gli aspiranti fisici. Mi sembra infatti molto importante tornare sempre alle fonti originali, e non soltanto apprendere l'evoluzione della disciplina dai manuali. In questo caso uno può leggere la pubblicazione successiva di Davisson e Germer del 1928, che riporta i nuovi risultati dello stesso esperimento e da cui è tratta la figura là in alto.

A proposito della necessità di leggere le fonti originali, pensate che in questo caso, per esempio, la famosa "doppia fenditura" è soltanto un espediente didattico. Se si trattava di una vera doppia fenditura nell'esperimento di Young fatto con la luce, nel caso degli elettroni il ruolo di reticolo diffrattivo è assunto da un cristallo di nickel. Lo sapevate?

Se ci pensate, novant'anni non sono poi un periodo così lungo per una rivoluzione così radicale del modo di vedere il mondo. L'idea che il comportamento dei componenti fondamentali della materia sia regolato da leggi di probabilità, e che queste probabilità (e il loro interferire) siano le uniche cosa che siamo in gradi di calcolare e predire, è stata ed è ancora dura da digerire. A livello macroscopico il mondo sembra infatti essere deterministico, e il cervello umano si è evoluto per interpretare ciò che lo circonda proprio immaginandone l'evoluzione in un modo che un fisico chiamerebbe "classico".

In realtà anche a livello macroscopico valgono le leggi della meccanica quantistica, ma le distribuzioni di probabilità sono talmente localizzate da rendere i comportamenti indistinguibili dalle loro descrizioni classiche. Per capirci: esattamente come per un elettrone esiste una probabilità non nulla di attraversare una barriera di potenziale che sarebbe classicamente impenetrabile (da cui l'effetto tunnel), anche per un insieme macroscopico di particelle come il corpo di una persone esiste una possibilità finita di attraversare un muro di mattoni altrettanto classicamente impenetrabile. Peccato che nel primo caso la probabilità sia sufficientemente grande da permettere al fenomeno di manifestarsi di tanto in tanto, mentre nel secondo, sebbene non nulla, è talmente piccola da far si che, sulla scala dei tempi della vita dell'universo, il fenomeno non si manifesti mai.

Qualche anno fa, nel periodo delle passeggiate in cui spiegavo la fisica a Oliver, ne avevo scritte cinque dedicate proprio alla meccanica quantistica e alla spiegazione dell'esperimento delle due fenditure. Le raccolgo qui sotto, per chi volesse rileggerle o per chi non le avesse mai lette. Vi prego di notare che contengono anche dei raffinatissimo lavori di manipolazione delle immagini, con Oliver multipli che fanno la guardia alle fenditure (per esempio nella quarta passeggiata).

Recuperare questi link è stato allo stesso tempo un'occasione simpatica e mesta. L'avventura di Oliver su questa terra è infatti arrivata alla fine proprio un anno fa, e, nonostante qui ci ripetiamo quanto la sua sia stata un'esistenza piena, fortunata e lunga, resta quel fondo di tristezza per un compagno fedele che non è più con noi. Ciao Oliver, mi manchi.

Monte Molaz, 2004

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Comunicare la fisica al tempo dei social?

Ieri e oggi sono stato in visita all'Università degli Studi di Milano per la discussione della tesi di dottorato di uno studente che ho co-supervisionate negli ultime tre anni (congratulazioni Simone!). È stato un po' un ritorno a casa, avendo io fatto il dottorato e due anni di assegno di ricerca proprio in Via Celoria, orma ben 12 anni fa. Nonostante il tempo passato, il mio cervello sembrava ricordarsi benissimo dove stavo nell'edificio che ospita i dipartimento di fisica. Per due giorni mi sono così ritrovato a entrare inconsciamente in quello che all'epoca era stato il mio ufficio, e a profondermi ripetutamente in scuse ancora con gli attuali occupanti: la memoria ha delle qualità a volte sorprendenti! Mi ricordavo anche la qualità discutibile del cibo del bar di fisica, confermata a distanza di anni nonostante i cambi di gestione, ma questa è un'altra storia...

Come si usa in queste occasione, i miei colleghi milanesi mi hanno invitato a tenere un seminario. Pensavamo inizialmente a una carrellata degli ultimi risultati di ATLAS, ma dopo un po' di discussioni gli amici si sono detti più interessati a qualcosa legato alla divulgazione e comunicazione della fisica: le recenti diatribe su come si può (o non può) parlare di scienza sui social sembravano infatti l'occasione giusta per fare il punto. Ne è venuta fuori una chiacchierata interessante, che mi ha richiesto parecchio studio e preparazione, ma che si è dimostrata utile e stimolante per tutti quelli che sono venuti a sentirmi pontificare.

Sarebbe bello potervi offrire una trascrizione dell'intervento, ma mi ci vorrebbe troppo tempo e fatica. In compenso, posso regalarvi la foto dello schema che ho messo in piedi dopo aver studiato e letto tutti gli articoli che avevo messo da parte per l'occasione, che potrebbe darvi un'idea del flusso di idee che ho provato a affrontare.

Ci sono poi anche le slide dell'intervento. Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, le slide (o perlomeno le mie slide) sono solo un supporto, e senza il conferenziere servono a poco. Nel caso specifico però sono anche infarcite di link e citazioni, messe apposta per invitare gli astanti a approfondire, leggere, meditare oltre quel poco su cui ho sorvolato io oggi. Le metto anche qui, per i curiosi che volessero dare un'occhiata.

 

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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