La torta è una bugia

GameWatchFire

Non credo di poter essere definito essere un videogiocatore accanito. Certo, durante la mia infanzia ho passato ore e consumato pollici sui Game&Watch della Nintendo (il mio - perché ne possedevo solo uno, da scambiare con quegli altri di proprietà dei cugini - era Fire!, probabilmente uno dei più famosi), ma non ho ma avuto una console, e ho dovuto aspettare l'inizio dell'università perché un personal computer entrasse in casa. A quel punto, però, complice la curiosità per il mezzo e una crescente attitudine geek, i videogiochi hanno iniziato ad accompagnare discretamente la mia vita.

Dico "discretamente", perché il tempo da dedicare all'attività video-ludica è sempre stato poco, e gli altri interessi altrettanto sviluppati. Inutile negarlo, c'è una certa incompatibilità tra il diventare un hardcore gamer, e voler  allo stesso tempo studiare fisica, fare il capo scout, suonare in un gruppo, andare in montagna, fotografare il mondo, avere una fidanzata, e così via. Ma, nonostante l'impegno saltuario dedicato all'attività videoludica, il mezzo mi ha sempre affascinato, in particolare per le sue potenzialità narrative. L'altra sera mi sono ritrovato a pensare che, esattamente come potrei citare musiche o canzoni associate a eventi particolari della mia esistenza senziente, allo stesso modo ci sono video-giochi specifici che associo a periodi ben definiti. Non tutti i giochi che ho affrontato hanno lasciato lo stesso segno indelebile, per alcuni però il marchio resta, anche a decenni di distanza.

Indiana-Jones-e-il-Destino-di-Atlantide

Il primo vero gioco per computer che ho amato è stato Indiana Jones e il destino di Atlantide. Era il 1995, facevo il caporeparto scout per la prima volta, e i quattro floppy disk del gioco mi furono passati, insieme alla fotocopia del manuale necessaria per superare la schermata iniziale del gioco, da Paola, allora scolta del mio gruppo che faceva servizio con me. Fu una folgorazione, e l'inizio della mia passione per le avventure grafiche. Tra il 1995 e il 1996 ho giocato e rigiocato Indiana Jones e il mistero di Atlantide in tutte le combinazione possibili. Ricordo persino di aver scritto uno script di lancio in linguaggio batch di DOS che salvava e rimpiazzava automaticamente i salvataggi in funzione del giocatore selezionato, in modo che mia sorella, mio fratello ed io potessimo giocare in parallelo senza sovrascrivere i rispettivi avanzamenti. Nel bel mezzo dell'avventura ho anche perso la fidanzata di allora e conosciuto Irene. Lei non è mai riuscita ad andare oltre le prime schermate di Indy, e continua tutt'ora a guardare le mie (sempre più brevi) incursioni video-ludiche con aria di sospetto e di rimprovero. La colpa deve essere stata anche mia successiva infatuazione per i first person shooter.

Doom

Se aveste incontrato il mio amico Andrea per strada una sera del 1998, avreste probabilmente cambiato marciapiede: cranio rasato, aria cattiva, una stazza pericolosamente imponente ricoperta da una buona quantità di cuoio e borchie. Ad Andrea le avventure grafiche non erano mai interessate, troppo intellettuali e lente. Sparare al buio contro mostri orripilanti ascoltando musica metal, invece, faceva decisamente di più al caso suo. La prima volta che ho messo le mani su Doom è stato a casa sua, sul suo 486 con scheda audio (aveva una scheda audio! Nel 1997!) collegata allo stereo. Io stavo scrivendo la tesi di laurea, e mi serviva qualcosa per evacuare lo stress. Al tempo c'era chi, per assolvere allo stesso scopo liberatorio, giocava a Supaplex nella piccionaia dell'istituto vecchio di Via Giuria. Io, la sera tardi, una volta chiuso l'editor di Latex, preferivo partire per Phobos armato di fucile, e sventrare qualche alieno. Le incursioni su Marte bardato da marine cazzuto mi hanno aiutato ad arrivare in fondo: a fine marzo 1998 avevo massacrato la testa di John Romero, saldata una pila sulla motherboard e  installato 4 Mb di RAM aggiuntivi al mio povero 486 per farci girare anche Quake 1, conseguito una laurea in fisica col massimo dei voti, ed ero pronto per partire per il CERN per un anno con una borsa di studio. A Irene i giochi sul computer continuavano a non piacere.

caesar3

Durante il dottorato a Milano, all'inizio del nuovo millennio, condividevo l'ufficio con Leonardo. Nel corso di quegli anni, Leonardo è diventato un buon amico, un eccellente fisico, ed un affidabile spacciatore di videogiochi. Se durante l'anno al CERN non avevo più toccato una tastiera e un mouse se non per lavorare, a Milano, tra un'analisi e l'altra, Leo mi ha introdotto alle gioie ed i dolori dei giochi strategici in tempo reale. Il periodo del dottorato è segnato da una passione compulsiva per Age of Empire e Caesar 3. Ricordo benissimo le notti passate all'ostello del CERN condividendo la stanza con Leo, e affrontando lo stesso scenario di Caesar in parallelo, in attesa che arrivasse il momento di tornare in shift.

Leonardo è anche colpevole di avermi passato Half Life, riaccendendo la mia voglia di maciullare alieni con una sbarra di metallo (e come privarsi di una simile esperienza durante il dottorato, se il protagonista del gioco è un dottore in fisica?), e di aver condiviso l'installazione clandestina di un server di Doom e Quake sulle macchine dell'Università di Milano (bucate senza vergogna per avere ai privilegi necessari: ah, che colabrodo erano i kernel dell'epoca!). Su quell'installazione ci sfidavamo in deathmatch più ilari che mortali durante le pause pranzo, scontri ai quali peraltro partecipava anche un serio ricercatore INFN, fino all'anno scorso direttore della sezione INFN di Milano. Che non si dica poi che i videogiochi fanno male alla carriera.

Riven

Silvia, un'amica della mia amica Elisa, per un certo periodo aveva lavorato nell'industria dei videogiochi. Per della ragioni che non ricordo nel dettaglio, Elisa non era interessata ai giochi che Silvia le regalava, e un giorno ha deciso di sbarazzarsene passandoli a me. Mi sono ritrovato tra le mani diverse scatole, tra cui quella di Riven. Non avevo giocato a Myst, ma sono rimasto intrappolato tra i mondi nascosti nei libri inventati dai fratelli Miller. Ho finito il dottorato, ho finito Riven, Irene ed io ci siamo sposati, lei è andata a lavorare per un anno in Mozambico ed io al CERN. Lì, per sconfiggere la solitudine, ho esplorato le ere del primo Myst e quelle di Myst 3: Exile. Irene è poi rientrata dal Mozambico, la vita è proseguita, e un paio d'anni dopo, mentre aspettavamo Giulia, ero ancora in viaggio per i mondi di Myst 4: Revelations. Myst e i suoi seguiti sono state le ultime avventure grafiche per computer che mi abbiano veramente appassionato (e ne ho giocate - o provato a giocare - ben altre: Still Life, la serie di Syberia, ...): onestamente, all'inizio degli anni 2000, il genere aveva definitivamente perso lo smalto. Da parte mia, alla fine del 2007 è arrivata Giulia, e una ben diversa avventura è cominciata.

MonkeyIsland2

Se qualcuno di voi ha la fortuna di essere genitore, conoscerà certamente il desiderio di condividere con i proprio figli le proprio passioni dell'infanzia. Con certe cose è facile: leggere insieme i nostri libri di bambini, ascoltare la musica amata, giocare con i giocattoli sopravvissuti. Ma i videogiochi? Quando Giulia ha cominciato a interessarsi a questi schermi su cui la sua mamma ed io passiamo così tanto tempo, mi sono chiesto se fosse possibile, prima o poi, farla ridere quanto ho riso io seguendo Indiana JonesGuybrush Threepwood. E ho scoperto in fretta che si può fare, perché il sottobosco degli emulatori è ben popolato e attivo. Quando Giulia ha compiuto quattro anni, con la scusa di preparare il terreno, ho installato ScummVM sul mio portatile, e rigiocato avidamente a Indiana Jones, Monkey Island 1 e 2, Broken Sword 1 e 2, Beneath a Steel Sky e persino a Loom (e, mi spiace dirlo avendoli amati molto, non tutti sono invecchiati bene allo stesso modo). Quest'anno, la settimana prima di Pasqua, Giulia ha fatto un campo con la scuola ambientato nell'universo di Indiana Jones: l'occasione era troppo ghiotta, e le ho mostrato le schermate iniziali dell'avventura grafica. La curiosità c'è, e credo che non manchi molto al momento in cui potremo giocarci insieme. Sempre che Irene ce lo permetta, naturalmente.

SwordSworcery

Se prima era poco, oggi il tempo per giocare sul computer è ancora meno. Il lavoro che faccio mi assorbe quanto sapete, e nel tempo libero che non dedico alla famiglia cerco di scrivere qui e altrove, e per scelta non tengo giochi sullo smartphone. Quando ho però scoperto l'esistenza di Sword & Sworcery, non ho resistito. Era la primavera del 2011, e avevo appena vinto il concorso del CNRS: ho deciso che potevo concedermi un premio, che mi meritavo un nuovo mondo da esplorare e una storia da raccontare giocando. Il gioco è stato un'esperienza fulminante: il miscuglio di grafica pixellata retrò, modalità di gioco moderna, e storia profonda e intrigante come un'adventure d'altri tempi valevano decisamente la pena. È finita che ho persino comprato la colonna sonora di Jim Guthrie.

Portal

Gli ultimi mesi sono stati difficili, per ragioni che non ho voglia di raccontare su queste pagine. Io penso che, quando c'è un dolore da accudire nell'attesa che si affievolisca, aiuta avere un luogo bello dove andare a rifugiarsi. Non si tratta di scappare dalla realtà, anzi, è un modo per coltivare la speranza che esista un domani meno faticoso, più ottimista, anche quando la quotidianità sembra negare questa possibilità. Nella maggior parte dei casi mi basta un sentiero in montagna, o un libro. Con Irene, negli ultimi tempi siamo andati a accomodarci tra le vicende dello staff presidenziale di The West Wing, i cui protagonisti sono diventati una compagnia di buoni amici la cui arguzia,  intelligenza e integrità è consolante. Irene, poi, legge e rilegge gli script delle puntate, nutrendo il suo desiderio insaziabile di buone parole e buoni pensieri. Io, invece, ho pensato che fosse arrivato il momento per un nuovo videogioco. La scelta è stata semplice: come ai tempi della tesi di laurea, sentivo il bisogno di muovermi in uno spazio tridimensionale con un fucile in mano. Pensandoci bene, però, non avevo per niente voglia di (troppa) violenza gratuita: una settimana fa ho dunque comprato, installato e iniziato a giocare a Portal. Da quello che ho visto finora, è certamente un gioco geniale (per un fisico, poi, in particolare!). Non so ancora come andrà a finire: gioco a spizzichi e bocconi, e lentamente. Ma una cosa è chiara: lascerà il segno, come tutte le cose della vita, e non sarà l'ultimo gioco che affronterò. The cake is a lie.

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Sulla naturalezza del Modello Standard, due mesi dopo Aspen

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Image credit: Symmetry Magazine

C'era una cosa che volevo ancora scrivere sulla conferenza di Aspen, ché i miei racconti si sono fermati al penultimo giorno, e ci sarebbe stata ancora la giornata di venerdì da raccontare. Poi la vita si è messa in mezzo, proprio quando uno pensava di essere immune alle sue batoste, e la voglia si scrivere è andata a nescondersi in fondo al cassetto più in basso della scrivania. Ma insomma, anche a distanza di un paio di mesi, quelle cose restano probabilmente interessanti, e sono una buona scusa per provare a rimettere in moto le dita sulla tastiera, anche contro ogni mancanza di motivazione.

La sessione conclusiva di Higgs Quo Vadis prevedeva le presentazioni di tre fisici teorici piuttosto famosi, quelli che senza dubbio chiamerei i vip invitati alla conferenza: Lisa Randall, Nima Arkani-Hamed e Nati Seiberg. Tutti e tre dovevano provare a tirare qualche conclusioni dalla recente scoperta di quella particella che tanto assomiglia al bosone di Higgs, e a tracciare le possibili strade per il futuro della fisica delle particelle. Sorvolo sul fatto che la presentazione di Lisa Randall è stata decisamente deludente (l'ho trovata allo stesso tempo trascurata, poco stimolante e troppo concentrata su se stessa. Ma lasciamo perdere...), e prendo invece spunto dalle interessanti presentazioni di Nima e Nati. In modo non troppo diverso, entrambi hanno affrontato il grosso problema che la scoperta di un bosone di Higgs con massa di circa 125 GeV pone alla nostra compresione del mondo, giungendo tutti e due a conclusioni a mio parere preoccupantemente simili. Per spiegare il senso del ragionamento dei due fisici teorici, e del perché lo trovo preoccupante, è necessario perì prima parlare di un concetto poco noto ma largamente usato in fisica: la naturalezza di una teoria.

Partiamo da un'analogia. Immaginate di conoscere un ricco magnate dell'industria, che gestisce un giro d'affari pluri-miliardario. Si tratta di un persona onesta e aperta, che vi ha lasciato libero accesso ai suoi libri contabili. Sfogliando a caso le pagine dei suoi conti, osservate - senza sorprendervi troppo - che i suoi conti riportano grandissimi movimenti di capitali: certi giorni sono documentate ingenti spese, in altri invece si annotano imponenti guadagni. Quando però andate a guardare il bilancio complessivo alla fine di ogni anno, scoprite che è sempre esattamente... zero euro! Ogni anno, nonostante la taglia mastodontica dei movimenti finanziari in ingresso e uscita, il vostro amico magnate registrare sistematicamente un guadagno netto nullo. La cosa non vi insospettirebbe? Come è possibile che grandissime cifre in ingresso e uscita, distribuite in modo apparentemente casuale nel corso dell'anno, finiscano sempre per compensarsi perfettamente? Non penso avreste alcuna esitazione a definire la cosa come "innaturale": vi sareste piuttosto aspettati un bilancio positivo certi anni, altri invece uno negativo. Di fronte libro contabile così peculiare, iniziereste probabilmente a sospettare un qualche "arrangiamento" dei conti. Forse il vostro amico sta truccando il bilancio per truffare il fisco. O magari la sua società ha un sistema di ammortizzamento di cassa, per cui ogni guadagno positivo viene sistematicamente investisto in un'altra società, ed esiste un conto esterno che interviene a colmare ogni fluttuazione negativa. Qualunque sia la ragione, un tale bilancio "innaturale" vi spinge a sospettare la presenza di un qualche altro meccanismo finianziario (non necessariamente illegale!) non documentato nei libri contabili a cui avete accesso. Interpretereste l'innaturalezza come sintomo della presenza di qualche fenomeno che ancora ignorate, e che magari vale la pena di esplorare.

In fisica, esiste un concetto di naturalezza delle teorie molto simile a quello appena descritto. Quando una teoria contiene delle quantità molto piccole, nonostante molte delle altre quantità in gioco siano spesso ordini di grandezza più grandi, i fisici sospettano la teoria così com'è di essere innaturale. È il caso della massa del bosone di Higgs nell'ambito del Modello Standard. Il bosone di Higgs assume massa esattamente come tutte le altre particelle elementari della teoria, interagendo con il campo di Higgs. Questa interazione, però, non è in teoria l'unica responsabile della sua massa. Essendo una particella soggetta alle leggi della meccanica quantistica, il bosone di Higgs può infatti temporaneamente trasformarsi in una coppia di altre particelle (una particella e la sia antiparticella), che si ricombinano immediatamente dopo nello stesso bosone di Higgs. Queste fluttuazioni influenzano il valore della massa del bosone di Higgs, e i fisici sanno calcolarne l'effetto. Tipicamente, l'impatto di queste fluttuazioni sulla massa del bosone di Higgs si ottiene prendento un valore associato alla probabilità del bosone di Higgs di fluttuare in una coppia di bosoni, e sottraendone il valore associato alla probabilità di fluttuare in una coppia di fermioni. Siccome la massa del bosone di Higgs che abbiamo osservato è relativamente piccola (è poco maggiore di quella dei bosoni W e Z, e inferiore a quella del quark top), la conseguenza è che l'effetto associato alla fluttuazione in coppie di bosoni deve essere molto simile a quello legato alla fluttuazioni in coppie di fermioni. La probabilità che questa cancellazione di effetti avvenga per caso (un po' come nel caso della perfetta compensazione tra entrate e uscite nei libri contabili del vostro amico magnate) è veramente molto bassa, ragione per cui i fisici dicono che, così com'è, il Modello Standard con il suo bosone di Higgs con piccola massa, è "innaturale". Proprio come voi con l'amico magnate, i fisici pensano che debba esistere, nascosto da quale parte, un meccanismo ancora ignoto (forse una frode del fisco, o un conto tampone) che spieghi in modo esplicito perché questa cancellazione di effetti sia così efficace e perfetta, e perché la massa del bosone di Higgs sia così piccola.

Una delle soluzioni più gettonate al problema della naturalezza della massa del bosone di Higgs è la Supersimmetria: se postuliamo l'esistenza di un nuovo fermione per ogni bosone che conosciamo, e di un nuovo bosone per ogni fermione noto, ecco che la cancellazione degli effetti sarebbe perfettamente spiegata. Il problema, ovviamente, è che nessuna delle presunte nuove particelle spersimmetriche è stata ancora osservata. Ma insomma, ci siamo capiti: l'innaturalezza della piccola massa del bosone di Higgs indicherebbe un'incompletezza del Modello Standard, e segnalerebbe la potenziale presenza di nuova fisica dietro l'angolo, a scale di energie non troppo diverse dal valore stesso della massa (ci sono altre soluzioni al problema, considerate forse un po' più eretiche all'interno della comunità, ma che puntano ugualmente a una compresione completa e riduzionista della teoria che usiamo per descrivere le interazioni tra le particelle).

Entrano in scena i teorici come Arkani-Hamed e Seiberg. Negli ultimi anni, questa generazione di pensatori, complice il dominio incontrastato dall teoria delle stringhe nel panorama della fisica teorica moderna, hanno invece proposto un approccio diverso al problema della naturalezza del Modello Standard, approccio a mio parere insoddisfacente e persino rinunciatario. Come forse sapete, le varie versioni della teoria delle stringhe hanno finora fallito il compito di fornire una descrizione univoca della teoria delle interazioni, riproducendo nel loro limite di bassa energia il Modello Standard che tanto bene funziona. Il problema principale dietro a questo fallimento è che la teoria delle stringe sembra avere un numero di soluzioni possibili (e dunque do mondi possibili che potrebbe descrivere) smisuratamente grande. Siccome nessuno è finora riuscito a trovare una soluzione a questo problema di soluzioni multiple, molti fisici teorici, piuttosto che abbandonare le stringhe bollandole come teoria insoddisfacente, hanno preferito ripiegare su una interpretazione antropica della teoria. La presenza di innumerevoli soluzioni non sarebbe un problema della teoria, ma il segno che esisterebbero realmente innumerevoli universi, in ciascuno dei quali sarebbe realizzata una della possibili soluzioni. Ci ritroveremmo dunque a vivere in un multiverso, e solo per caso noi ne abiteremmo quella parte in cui le leggi delle fisica sono quelle che osserviamo, e, tra le altre cose, il bosone di Higgs avrebbe la piccola massa che misuriamo. Altrove, le cose sarebbero diverse, in modo imprevedibile e inconoscibile.

Questi signori stanno dicendo è che il non aver ancora osservato nessun fenomeno fisico al di là del Modello Standard, nonostante la sua apparente innaturalezza, non sarebbe altro che il segno che i parametri della teoria non sono fondamentali, bensì ambientali. È un po' come se vi raccontassi che il vostro amico magnate ha in realtà qualche miliardo di miliardi di colleghi che gestiscono attività finianziarie delle stesso genere: alcuni di questi signori hanno libri contabili con chiusure annuali positive, altri negative, e solo per caso voi vi siete ritrovati a conoscere quello che, sul grande numero, ha proprio un bilancio sempre pari a zero. Non ci sarebbe dunque una ragione specifica da cercare, se non nel fatto di essersi ritrovati a vivere un questo particolare angolo della realtà, dove abita il magnate a somma zero. Una soluzione del genere implica la fine del riduzionismo, inteso in particolare come la possibilità di avanzare nella conoscenza del modo in modo induttivo secondo una comprensione sempre più capace di descrivere un numero maggiore di fenomeno con un un numero inferiore di parametri. In buona sostanza, a mio parere, si tratterebbe una resa alla stessa nostra missione di scienziati. Magari si tratta di un passo necessario, ma mi sembra prematuro.

Quel famoso venerdì sono finito a pranzare con Nima, che, posizioni sul riduzionismo condivisibili o meno, è un fisico e una persona eccezionale. Di fronte al nostro enorme hamburger di Aspen, non è certo riuscito a convincermi che sia già arrivato il momento di mettere nel cassetto le ambizioni di quattro secoli e mezzo di ambizione scientifica. Resto caparbiamente convinto che i nostri amici teorici debbano fare uno sforzo ulteriore, forse provando strade radicalmente diverse da quelle percorse fino ad adesso. Non è la prima volta nella storia che qualcuno si azzarda a dichiarare il cammino della scienza concluso: in tutte queste occasioni, la Natura ha sempre riservato delle belle sorprese a questi profeti di sventura.

(L'analogia dei conti bancari dell'amico magnate miliardario, e l'immagine del bosone di Higgs sulla bilancia, sono presi da questo articolo di Symmetry Magazine)

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Soltanto una meno dolorosa delle altre

Sometimes there is no happy choice, only one less grievous than the others. (...) No happy choices and no happy endings.

A volte non c'è una scelta felice, soltanto una meno dolorosa delle altre. Nessuna scelta felice, e nessun lieto fine.

Da "A feast for crows" di G.R.R. Martin, capitolo 15.

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Una questione di spazio

Mario-Calabresi-Cosa-tiene-accese-le-stelleNelle vacanze di Pasqua sono stato in Italia per qualche giorno. Tra le altre cose, ho fatto un salto in biblioteca, e ho preso in prestito e divorato Cosa tiene accese le stelle, l'ultimo libro di Mario Calabresi, l'attuale direttore de La Stampa di cui avevo già apprezzato Spingendo la notte più in là e soprattutto La fortuna non esiste. Se in quest'ultimo Calabresi raccontava un'America che non si arrende di fronte a crisi, problemi e disgrazie, mostrando una forza d'animo e una riserva di risorse a volte veramente incredibile, in Cosa tiene accese le stelle l'esercizio è trasferito in Italia, con risultati letterariamente altrettanto stimolanti, anche se parecchio diversi nelle conclusioni.

La sensazione che mi era rimasta, dopo aver chiuso La fortuna non esiste, era che non esiste disgrazia che possa fermare la determinazione di uomini e donne, straordinari nella loro normalità. Finita l'ultima pagina di Cosa tiene accese le stelle, mi sono convinto che questa eccezionale resilienza sicuramente non può applicarsi alla società italiana, e che forse è un tratto esclusivo di quella statunitense. Il sottotitolo di Cosa tiene accese le stelle è Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro. Quasi a voler confermare l'ipotesi contraria, ovvero che l'Italia ha smesso sistematicamente di credere in una possibilità di riscatto, i personaggi fiduciosi nel futuro che Calabresi incontra e racconta sono tutti anzianotti: il lusso di non pensare al passato come ad un'epoca d'oro, e di credere che l'oggi sia meglio di ieri e il domani sarà meglio di oggi, nelle pagine di  Cosa tiene accese le stelle sembra riservato quasi esclusivamente a simpatici e resistenti ottuagenari. I tratti distintivi che emergono per le generazioni italiane più giovani sono invece il mugugno, e la rassegnazione. Scrive Calabresi, rispondendo a una giovane lettrice, trovandomi (purtroppo) a sottoscrivere in pieno:

La cultura della lamentela in questi anni ha raggiunto livelli terribili, è la cosa più negativa che ci sia, perché cancella davvero ogni possibilità di riscatto e cambiamento. Innamorarsi delle proprie sfighe è rassicurante e ti fa vivere in un territorio protetto, in un mondo che riconosci e che ti rassicura. Ogni epoca impone una forma di resistenza, la nostra è non essere lamentosi.

Uno potrebbe chiedersi dove affondino le radici di questa cultura della lamentela che paralizzerebbe le nuove generazioni. In buona misura, Cosa tiene accese le stelle propone una risposta a questa domanda. La si trova, a mio parere, nel capitolo intitolato "Perché abbiamo bisogno di un sogno", che inizia  con questa analisi lucidissima e spietata dell'asfittico panorama italiano:

Oggi, ciò che manca di più agli italiani è lo spazio, uno spazio fisico ma anche mentale, che significa possibilità, futuro e speranze. Per decenni questa sensazione di apertura è stata il motore della nostra crescita e lo stimolo a pensare positivo.

La riflessione sulla mancanza di spazio continua con le parole di Juan Carlos De Martin, professore al Politecnico di Torino, che approfondiscono proprio il divario con la società americana:

Il concetto di spazio è essenziale per capire i problemi dell'Italia di oggi. Negli Stati Uniti tutto è più largo e mobile: prima della crisi,  ogni anno una persona su sette cambiava luogo di lavoro; la loro è una società più vasta e con più opportunità, e dunque con meno individui. Qui, invece, quel che hai intorno a te, i colleghi o anche gli amici, te li tieni per tutta la vita, così sei costretto a tenerne continuamente conto, e questo ti frena e ti inibisce. L'atteggiamento peggiore è quello di guardare con sospetto chi cerca di emergere, chi ha idee e proposte nuove. È questa l'altra grande differenza: la società americana ha un pregiudizio favorevole per il nuovo, mentre da noi c'è un pregiudizio negativo. Il messaggio che passa è che sia meglio stare tutti nel fango piuttosto che lasciare uscir fuori qualcuno.

Viene naturalmente da chiedersi il perché di questa differenza. Mentre leggevo il libro di Calabresi, mi domandavo se una parte di responsabilità non fosse da cercare proprio tra quegli anzianotti che sembrano i soli a riuscire a immaginare il futuro come una possibilità di miglioramento. Mi viene da pensare che la generazione dei nostri padri (o nonni, a seconda dell'età. Insomma coloro che oggi hanno tra i 60 ed i 70 anni) questo problema di spazio non l'hanno sentito, perlomeno non con la stessa intensità. Anzi, sicuramente quello spazio l'hanno occupato e utilizzato, per molti versi soffocando le generazioni successive. Ne scrivevo in passato a proposito dell'università italiana, ma penso che la riflessione si applichi a molti altri ambiti.

A proposito di università italiana, nell'autunno del 2012 mi sono impegnato nelle bizantine procedure necessarie per partecipare al grande gioco dell'Abilitazione Scientifica Nazionale. Per chi non fosse addentro alle questioni accademiche, si tratta - semplificando molto, e tenendosi deliberatamente fuori dalle polemiche - di una procedura collettiva inventata l'anno passato per valutare chi, nell'esercito di ricercatori più o meno precari e diversamente impiegati, fosse atto a diventare professore associato o ordinario della propria disciplina. Perché l'ho fatto? In buona parte, perché in Italia non si sa mai quando si riaprirà una finestra: in teoria, l'ASN dovrebbe avvenire ogni anno, ma è difficile fidarsi vista la stabilità governativa degli ultimi tempi. Ma anche, lo confesso senza problemi, perché io in Italia, se ci fosse spazio, tornerei anche. Dove spazio, in questo caso, significherebbe (anche) rientrare in una posizione che tenga decentemente conto della mia età e carriera, e mi offra opportunità comparabili o migliori di quelle che ho adesso. Il che, lo ammetto senza problemi e senza rimpianti prima di tutto a me stesso, non sembra uno scenario molto probabile, perlomeno oggi.

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Strade lunghe, ripide e polverose, da percorrere in silenzio

Cheryl esce dalla foresta tre mesi e 1600 chilometri dopo. Trasformata dal viaggio, dalla fatica, dalle ferite, dalla paura, dallo sfinimento, dalla lentezza dell’andare, dalla fuga, dall’umiltà necessaria per tagliare il traguardo. «Wild», il libro che racconta la sua storia, è arrivato sul mio comodino dritto dritto da una libreria di Aspen, Colorado.

Il mondo è pieno di strade lunghe, ripide e polverose da percorrere in silenzio. E tutti noi dobbiamo prima o poi trovare il coraggio di scoprire dove vanno.

 da Stornelli d'Esilio

Io, quando viaggio, finisco sempre a cercare una libreria nei posti in cui finisco. Ad Aspen sono stato fagocitato dall'Explore Book Seller, che da fuori sembrava una casa americana a due piani anonima e qualunque, e che dentro nascondeva invece segreti di stanze dalle pareti completamente ricoperte di libri, libraie gentili e appassionate che sembravano uscite da un romanzo di Nick Hornby, e un bistrò mica male infilato al primo piano. Ho portato a casa diverse cose, tra cui quel Wild di cui scrive Irene, la cui ultima copia disponibile mi è stata letteralmente incollata in mano da Minerva McGonagall, e che mi è stato caldamente riconsigliato alla cassa da una Liv Tyler spilungona, nel caso avessi ancora dei dubbi.

È tardi, ma prima di andare a dormire assaggerò ancora qualche pagina del libro che mi accompagna in questi giorni. Il libri ci salvano, si fanno barriera, rifugio, coperta, in quelle giornate in cui il mondo morde, la realtà rovescia e calpesta le aspettative, la vita sembra riservare soltanto dolore e disincanto. A volte i libri sono l'unico spazio di speranza possibile, quando fuori dalle pagine le ultime gocce sembrano esaurite. Uno spazio da percorrere in silenzio, nella fatica.

http://www.fs.usda.gov/pct/

http://www.fs.usda.gov/pct/

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Aspen 2013, giorno 4: i fotoni di CMS, il bosone è un bosone di Higgs

Giovedì mattina il nervoso era completamente passato. Se c'è una cosa che non sopporto alle conferenze, sono i relatori che leggono stentatamente dalle slide proiettate sullo schermo. Da parte mia, provo e riprovo la presentazione fino a quando il contenuto non esce fluido, naturale, senza bisogno di puntelli. Il che normalmente significa che il giorno prima sono nervoso come un attore la sera precedente alla prima rappresentazione, ma che il giorno dopo mi scende addosso una calma atavica, quasi zen. Sono pronto.

La mattina di giovedì inizia con una serie di presentazioni di teorici, tra i quali Massimiliano Grazzini, con il quale ho già interagito nel passato. Grazzini ci ricorda come non sia banale misurare lo spin – una proprietà che assomiglia molto al momento angolare - della nuova particella che abbiamo scoperto. Da una parte, siamo in difficoltà perché le selezioni sperimentali modificano proprio le proprietà angolari dei prodotti di decadimenti (per esempio, i due fotoni), spesso tanto da diminuire in modo drammatico la nostra capacità di distinguere tra scenari diversi: per dire, proprio se abbia spin 0 (come un bosone di Higgs) o spin 2 (come un gravitone). Dall'altra, perché non abbiamo una teoria chiara che descriva le proprietà di un bosone a spin 2: a seconda di come questo verrebbe prodotto, le proprietà angolari delle particelle in cui decade potrebbero essere anche molto simili a quelle di un bosone a spin 0. È l'introduzione perfetta ai nuovi risultati di ATLAS che mi preparo a presentare.

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Da dicembre a oggi, ATLAS ha analizzato tutti i dati raccolti nel 2012, accumulando tutti i possibili decadimenti in due fotoni provenienti dal bosone scoperto l'anno scorso. Con la somma dell'intera statistica raccolta nel 2011 e nel 2012, la significanza del segnale osservato è cresciuta a ben 7 sigma, grazie anche all'analisi migliorata. La quantità di dati a disposizione, e un duro lavoro sulla comprensione delle proprietà del rivelatore,  ci ha permesso di misurare con maggiore precisione la forza del segnale osservato, e di farlo separandone i diversi modi di produzione. Se ricordate, una delle ragioni per cui il decadimento in due fotoni era sotto i riflettori di tutti, era legata al fatto che nell'estate 2012 sia ATLAS che CMS avevano osservato un ritmo di disintegrazione superiore a quello previsto dal Modello Standard. Niente di cui eccitarsi, per carità, ma il fatto che il fenomeno fosse apparentemente consistente nei due esperimenti rendeva le cose intriganti. Studiando l'intero pacchetto di dati raccolti nel 2012, ATLAS conferma questo eccesso di decadimenti in due fotoni, 1.6 volte più frequente di quanto vorrebbe il Modello Standard. Si tratta di nuova fisica, o soltanto di una fluttuazione statistica? L'effetto corrisponde a una deviazione dal Modello Standard pari a 2.3 sigma, dunque una fluttuazione resta un'ipotesi assolutamente credibile. A questo punto, molto dipende molto da quello che osserva CMS nello stesso canale.

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Ma prima di passare a CMS, due parole sullo spin. Ad ATLAS abbiamo effettuato la misura delle proprietà angolari dei due fotoni, nella speranza di poter distinguere tra le ipotesi che la nuova particelle abbia spin 0 oppure 2 (il solo fatto che decada in due fotoni mette fortemente fuori gioco l'ipotesi che abbia spin 1, per via del teorema di Landau-Yang). Se osservassimo soltanto i fotoni che provengono dal decadimento del bosone, le cose sarebbero semplici. Il problema è che questo fotoni sono annegati nella marea di quegli altri che rappresentano il rumore di fondo: questi ultimi danno fastidio tanto quanto si tratta di isolare un segnale, tanto quando ne si vuole misurare le proprietà. Con tutti i dati a disposizione, e facendo delle ipotesi molto precise su come venga prodotto un eventuale bosone a spin 2, siamo ormai in grado di dire che questa ipotesi è esclusa con un ottimo livello di confidenza: i dati sembrano privilegiare l'ipotesi che la nuova particella abbia spin 0. Se le ipotesi sui modi di produzione cambiano, allora l'esclusione dell'ipotesi di spin 2 diventa meno stringente, ragione per la quale è sempre bene restare cauti. Ma le evidenze a favore del fatto che questa particella sia proprio un bosone di Higgs si accumulano. Applausi, qualche domanda da parte dei teorici e di un collega di CMS interessato ai dettagli tecnici dell'analisi, di nuovo applausi. Il talk è andato bene, sono contento e soddisfatto, posso finalmente rilassarmi.

Torniamo a CMS. Anche i nostri colleghi hanno analizzato tutti i dati raccolti nel 2012, isolando tutte quelle coppie di fotoni che potrebbero venire dal decadimento del bosone di Higgs. Come appaiono le cose dalle loro parti? La situazione è particolare, e spiega perché abbiano esitato così tanto a rendere questi risultati pubblici. Se nel luglio 2012, analizzano una frazione di dati pari a circa 10 femtobarn inversi, CMS vedeva nel canale in due fotoni un segnale pari a circa 4 sigma, accumulando tutti i dati 2011 e 2012 (circa 25 femtobarn inversi, più del doppio della statistica) il segnale sembra essere sfuggito loro di mano. Invece di crescere, come ci si aspetterebbe dall'aumento dei dati a disposizione, la stessa analisi dell'anno scorso riporta un eccesso pari a 3.2 sigma, quando se ne sarebbero aspettate circa 6. Che cosa è successo? È difficile dirlo, nonostante la povera speaker di CMS sia stata bombardata di domande, e la discussione sia proseguita a lungo, durante la sessione, nel pomeriggio e in serata. Quello che si sa è che CMS nell’autunno 2012 ha introdotto una nuova calibrazione, per tenere conto della variazione nel tempo della risposta dei cristalli del suo calorimetro elettromagnetico. Apparentemente (ma mancano veramente i dettagli – i colleghi sono stati laconici a dire poco - per cui prendete questa cosa con una certa cautela) questa nuova calibrazione, che dovrebbe migliorare le performance del rivelatore, ha un qualche effetto perverso sui dati.

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CMS ha presentato anche  un'analisi alternativa, meno sofisticata dal punto di vista del trattamento dei dati e della statistica, che dà un risultato diverso (ma compatibile) dall'analisi ufficiale, più lusinghiero in termini di intensità del segnale (3.9 sigma) ma sempre basso rispetto ai risultati dell'estate scorsa. Sono molte le domande che restano aperte: la calibrazione del calorimetro è veramente responsabile del cambiamento? Se si, che risultato dà allora l'analisi dei dati usati per l’annuncio dell'estate 2012, se si usa la calibrazione nuova? O è forse l'analisi statisticamente sofisticata ad aver giocato un brutto scherzo? È stata sufficientemente validata sui dati, prima di essere messa al lavoro per il risultato finale? Molte di queste domande sono rimaste senza risposta durante la conferenza, ma sono sicuro che i colleghi di CMS se le siano poste (insieme a moltissime altre) prima di decidere di rendere pubblico il risultato. La documentazione di supporto all'analisi purtroppo non è ancora disponibile, speriamo che nei prossimi giorni ci veda dato qualcosa di più corposo da masticare.



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Devo dire che, nonostante un certo riservo (per non dire reticenza!) da parte dei colleghi nel divulgare i retroscena dell’analisi, ho apprezzato la scelta di CMS di rendere pubblici i risultati, per quanti non lusinghieri (è chiaro a tutti che una discesa simile del segnale mette in un ottica ben diversa il loro annuncio della scoperta nel luglio 2012). Ed è anche encomiabile il fatto che abbiano scelto di mostrare i risultati di entrambe le analisi: qualcuno avrebbero potuto immaginare di mostrare solo il risultato migliore, e nascondere sotto il tappeto l'altro. Chiaramente non è un questo modo in cui procede la scienza: la scelta del metodo si fa prima di guardare i risultati, e tocca attenercisi, qualunque cosa si ottenga. Detto questo, sono anche piuttosto sicuro che questo non sia il punto finale della storia, e che nei prossimi mesi sentiremo ancora parlare dell'analisi in due fotoni di CMS. Non mi stupirei affatto se entro la fine dell'anno uscisse una nuova versione dell'analisi, una volta che un  qualche problema recondito e impensato sia stato magari individuato. Vedremo.

Quello che è chiaro a questo punto, è che l'eccitazione per l'eventuale eccesso di decadimenti in due fotoni si è ben sgonfiata. Il risultato di CMS, che misura un'intensità del segnale assolutamente compatibile con il Modello Standard se non più bassa, mette in un luce ben diversa il risultato di ATLAS. L'ipotesi di una fluttuazione positiva sembra decisamente più probabile della presenza di nuova fisica. Cosa che naturalmente ha gettato nello sconforto una buona dose di teorici qui ad Aspen, che fino a ieri cercavano di propagandare la loro ricetta più o meno esotica per spiegare l'eccesso.

Dall'altra parte, però, il risultato ha dato coraggio al CERN, che in un mossa di chiaro marketing scientifico, all'annuncio dei risultati di CMS se ne è uscito con un comunicato stampa che afferma senza troppi mezzi termini che la particella che abbiamo osservato nel 2012 è un bosone di Higgs. In effetti, le evidenze sono sempre più stringenti, e anche i pochi segni di deviazioni dalle predizioni stanno rientrando ad uno ad uno. Il Modello Standard resta vincitore indiscusso sul campo, e di fisica nuova all'orizzonte non se ne vede ancora. Certo, resta tutta la sottigliezza tra il dire che abbiamo trovato un bosone di Higgs, invece che il bosone di Higgs: la differenza racchiude tutta la forza dell'incertezza di un risultato scientifico. Fino a quando non avremo la certezza che questo oggetto sia l'unico (e solo la misura precisa dei suoi accoppiamenti con le varie particelle ce lo dirà), manterremo l'articolo indeterminativo.

Nell'attesa, e soprattutto pregustando i talk conclusivi di domani, me ne vado a sciare a Snowmass. Penso di essermelo meritato.

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Aspen 2013, giorno 3: come produrre un può più di fotoni, in teoria

Mercoledì qui a Aspen è stato un giorno spento. D'altronde, non c'erano molti frizzi da aspettarsi, tenendo conto che le presentazioni del mattino avrebbero passato in rassegna le varie ricerche di segnali di altri bosoni di Higgs previsti da estensioni super-simmetriche del Modello Standard. Il punto è che, stando a quanto abbiamo potuto vedere finora, non c'è nulla fino a masse di diverse centinaia di GeV. Per estendere questi limiti oltre bisognerà guardare tutti i dati collezionati nel 2012, ché non tutte le analisi di ATLAS e CMS lo hanno già fatto, oppure migliorare le tecniche di indagine. Ma, a meno che una vera sorpresa non si nasconda dietro l'angolo (ed è sempre meno probabile), per vedere della nuova fisica bisognerà veramente solo salire in energia, o scavare nel torbide delle piccole discrepanze.

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A proposito di discrepanze, naturalmente tutto qui attendono l'aggiornamento della misura H\to\gamma\gamma di CMS, atteso per domani. Come forse ricordate, nelle misure passate sia ATLAS che CMS sembravano vedere un eccesso di decadimenti del presunto bosone di Higgs in due fotoni, eccesso che non sarebbe previsto dal Modello Standard, e potrebbe dunque rappresentare il primo segno di qualche fenomeno nuovo. Naturalmente, la cosa potrebbe semplicemente essere una fluttuazione, e l'eccesso un puro artefatto dovuto ai dati ballerini. In attesa che CMS si decida pubblicamente qualcosa, i teorici sono ovviamente partiti alla caccia. Qui ad Aspen c'è un particolare il sanguigno e rumoroso Carlos Wagner dell'Università di Chicago, che, oltre a interrompere sistematicamente tutte le presentazioni fino dall'inizio della conferenza, oggi ha presentato il suo lavoro. Indovinate un po'... Un serie di possibili modelli che aumenterebbero la quantità di decadimenti dell'Higgs in due fotoni. Per sapere se ci ha visto giusto, dovrà aspettare fino a domani.

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Nel pomeriggio a Aspen c'è un incontro pubblico per la popolazione animato dall'ottimo Matt Strassler, ma ho deciso di saltare per rivedere la mia presentazione di domani. Sottolineo, ripeto e ristudio, mentre di fianco a me arriva a pranzare Nati Seinberg, uno dei tre fisici VIP che concluderanno la conferenza venerdì. Nonostante sia ben preparato, sono stranamente nervoso.

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Aspen 2013, giorno 3: VIP, il deserto ed i tau

Oggi ho conosciuto Lisa Randall. È arrivata stamattina a Aspen per la conferenza, farà una presentazione nella sessione conclusiva di venerdì. Me la sono ritrovata al tavolo a colazione, attirata dalle chiacchiere sul risultato dell'analisi H\to\gamma\gamma di CMS che dovrebbe venire presentato domani, dopo il mio intervento. "Ciao, sono Lisa", "Ciao, sono Marco". Nel mondo della fisica delle particelle sono ben pochi i grandi calibri che si comportano in modo spocchioso o altezzoso (paradossalmente, sono molti di più personaggi di caratura medio-bassa a tirarsela). Le grandi personalità sono interessate solo alla fisica, e poco importa se la discussione avviene tra premi Nobel o pischelli come il sottoscritto. Forse è proprio questa curiosità senza barriere che rende queste persone eccezionali.

Oggi è stata la giornata del deserto. Tutte le presentazioni che hanno passato in rassegnale ricerche di fisica oltre il Modello Standard hanno desolatamente confermato che, almeno per ora, non c'è nessun segnale nei nostri dati: nessuna traccia di SUSY, di bosoni di Higgs alternativi, di segnali di nuova fisica nei decadimenti rari misurati da LHCb. A proposito,  LHCb proprio oggi ha annunciato che la violazione di CP nei decadimenti dei mesoni D, che l'anno scorso sembrava essere ben superiore a quanto predetto dal Modello Standard, è rientrata nei ranghi. Il Modello Standard stravince ancora, e la cosa inizia a diventare deprimente.

Il risultato più interessante della giornata arriva da CMS. Nella ricerca del bosone di Higgs nel canale di decadimento in fermioni \tau, i nostri colleghi sembrano avere un "forte indizio" dell'esistenza anche di questo accoppiamento. Non sono ancora alle 3 sigma necessarie per dichiarare un'evidenza, ma non sono lontani. La cosa è importante, perché questa sarebbe la prima evidenza di un accoppiamento del nuovo bosone con un fermione: fino ad ora, lo abbiamo visto solo decadere in bosoni. In questa particolare analisi, ATLAS sembra essere vergognosamente in ritardo: bisognerà darsi da fare!

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Appunti di folklore americano. A Snowmass, mezz'ora da Aspen, si scia molto bene: la neve è migliore che a Aspen, forse a causa dell'esposizione, le piste molto belle. Nel pomeriggio K., un collega tedesco che scia perfettamente, mi ha convinto a seguirlo su due piste nere-double-diamond-EX, dove EX sta per "Extreme". In sostanza, dei muri stretti non battuti in mezzo agli alberi. mancavano solo i cecchini che sparavano da dietro le rocce. Sono ormai ufficialmente uno sciatore esperto. Gli hamburger ad Aspen sono buonissimi, anche nel diner più sfigato. IPA sta per India Pale Ale, ed è un tipo di birra, non un marca: molte breweries fanno la loro IPA. C'è una fabbrica di birra locale anche a Aspen, che fa una IPA non male. La sala del birrificio di Aspen è un ottimo posto per bere una pinta di IBA, e ritrovarsi a litigare cordialmente con lo speaker di CMS che ha presentato i risultati di H\to\tau\tau, difendendo a spada tratta Fabiola Gianotti contro gli attacchi del nemico. La farmacia di Aspen sembra un supermercato, e sugli scaffali si trovano medicine per le quali in Europa servirebbe la ricetta medica e l'autorizzazione del prefetto. Devo aver acchiappato un virus sull'aereo, da lunedì tossivo che metà basta, ma, grazie alla spesa fatta alla farmacia-spermercato, tutto è passato di colpo. Meno male, visto che domani devo parlare. Basta che non mi facciano l'anti-doping.

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Aspen 2013, giorno 2: lavagne, domande aperte, WW e ZZ

La conferenza si tiene nell'Aspen Center for Particle Physics. Immaginate un centro vacanze montano piuttosto lussuoso, dotato di stanzette per lavorare se uno ne ha bisogno, e di una sala conferenze con le pareti in legno e un affascinante sistema di tiranti metallici a sostenere il soffitto. Lungo i corridoi del centro, ogni due porte c'è una lavagna a disposizione per i partecipanti: ai fisici piace scribacchiare formule e schemi quando discutono. La migliore che ho trovato è questa con uno schema delle possibili evoluzioni dell'universo. La curva migliore è quelle che parte dell'angolo del Big Bang e finisce sotto l'asse delle ascisse: invece di espandersi più o meno velocemente, l'universo in questo caso si contrarrebbe, e, come sottolinea l'anonimo autore, l'universo e noi saremmo semplicemente fottuti.

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Il premio per la presentazione più interessante della mattina va senza dubbio a Matt Strassler, un fisico teorico che è anche un ottimo divulgatore. Il suo contributo, intitolato "Post Discovery Era" (l'era che segue la scoperta), si concentrava sulle domande che la recente scoperta di una nuova, particella che con probabilità sempre maggiore è un bosone di Higgs, lascia aperte. Cosa cercare adesso? In che direzione? Con quale priorità? E non tanto con i dati che verranno, che esploreranno regioni inaccessibili per il momento (tipicamente, qualche angolo  rimasto libero dello spazio delle fasi di qualche teoria SuperSimmetrica), quanto piuttosto con i dati che già abbiamo. Oggi sappiamo che la natura ha una particella scalare con massa di circa 125 GeV, probabilmente responsabile della rottura della simmetria elettrodebole. Questo risolve diversi problemi, ma ne lascia aperti parecchi altri, non ultimo il problema della naturalezza del Modello Standard. Che aggiunte possiamo fare al Modello Standard con un semplice campo di Higgs (al di la della SuperSimmetria già citata) per risolvere questi problemi? E come possiamo andare a testare queste possibili aggiunte con i dati già in possesso. Secondo Strassler c'è parecchio da fare, in attesa che LHC riprenda a funzionare, andando a cercare eventi con molti leptoni, o molti fotoni, o molti quark. La misura di questi eventi potrebbe mettere dei limiti (o persino identificare un segnale!) su possibili decadimenti della particelle osservata a 126 GeV in nuove particelle ignote che decadrebbero a loro volta in particelle più comuni. Paradossalmente, questo decadimenti, se reali, potrebbero avvenire più frequentemente di quello che pensiamo.

Alla fine, oggi non sono andato a sciare, e mi sono fermato a pranzo con Strassler e un altro paio di colleghi di ATLAS, proprio per cercare di capire meglio come organizzare queste nuove strategie di ricerca. Il bello delle conferenze sono gli incontri informali, dove alla fine si impara e si scambia molto di più che nelle sessioni ufficiali.

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Nel pomeriggio, ATLAS e CMS hanno presentato i loro ultimi risultati nelle misure delle proprietà del presunto bosone di Higgs nei suoi decadimenti in WW e ZZ. Qui c'è stata qualche piccola novità rispetto a quanto visto la settimana scorsa a La Thuile, ATLAS aveva degli aggiornamenti nel canale WW, ma in fondo niente di drammatico. Gli occhi di tutti sono puntati sulle misure di spin di questa benedetta particella: messa da parte l'ipotesi di spin 1 (decade in 2 fotoni, e per il teorema di Landau-Yang la possibilità d=che abbia spin 1 è dunque fortemente sfavorita), resta da vedere se la bestia possa avere spin 2 (ed essere per esempio un gravitone). Lasciando da parte per un attimo il fatto che non abbiamo una teoria decente con un bosone a spin 2, i dati sembrano chiaramente favorire l'ipotesi di spin 0 sia nei canali WW che ZZ. La particella che potrebbe essere il bosone di Higgs assomiglia sempre di più a un bosone di Higgs.

In queste occasioni, resto sempre impressionato dalla baldanza degli speaker di CMS. Insomma, da come la mettono sembra sempre che siano i migliori in tutto quello che fanno. Per carità, molte volte è vero. Purtroppo in molte altre invece, ho l'impressione che nascondano sotto il tappeto i problemini che abbiamo tutti noi comuni mortali che facciamo misure con i rivelatori. Prendete per esempio la misura della massa del forse-bosone nel canale ZZ: potete vederne le tracce in eventi con 4 muoni, 4 elettroni o 2 muoni e 2 elettroni, a seconda di come decadono i due bosoni Z. Si tratta di una canale a bassissima statistica, ergo molto prono a fluttuazioni. La speaker di ATLAS ha mostrato questo molto chiaramente, facendo vedere come cambia la misura di massa i diversi canali sono considerati separatamente, e come queste differenze influenzino la misura finale combinata. Lo speaker di CMS non aveva un grafico simile, e, a richiesta, dichiarava baldanzoso che nel loro caso le diverse misure coincidono perfettamente. Ecco, questo non è semplicemente possibile, o perlomeno resta un'eventualità statisticamente rarissima. Per favore, facciamo scienza, non propaganda.

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A chiudere la giornata è intervenuto Howard Haber, l'autore della Higgs Hunter's Guide che tutti qui abbiamo prima o poi studiato. Se questa particella assomiglia sempre di più al bosone di Higgs del Modello Standard, possiamo dire se è IL bosone di Higgs del Modello Standard, o UN bosone di Higgs del Modello Standard? Haber ha mostrato chiaramente come sia semplice costruire una teoria al di là del Modello Standard che contenga diversi bosoni di Higgs, di cui ha proprietà che lo rendono praticamente indistinguibile da quello del Modello Standard. Come fare in questo caso a distinguere? Potrebbe non essere banale, perché la verità risiede nelle costanti di accoppiamento di questa particella con le altre, costanti che a LHC possiamo misurare (in molto tempo!) con precisioni dell'ordine del 10%. Se la bestia fosse il bosone di un'altra teoria travestito da bosone del Modello Standard, le differenze rispetto alle costanti di accoppiamento previste sarebbero piuttosto dell'ordine dell'1%. E allora? Qui si aprirebbe tutta la discussione sulla necessità o meno di costruire un altro acceleratore dedicato alla produzione e studio delle proprietà del bosone di Higgs, una Higgs factory. Ma ormai era tardi, e siamo andati a mangiare al messicano.

 

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Aspen 2013, giorno 1: sciare in Colorado, misurare l'Higgs nel futuro

Il mio talk è stato spostato a giovedì. L'ho scoperto sabato notte appena arrivato, dando un'occhiata ai messaggi di posta elettronica. Pare che CMS si sia finalmente deciso a presentare i risultati della loto analisi dei decadimenti del bosone di Higgs in due fotoni (che non aggiornano dal luglio 2012), ma che per avere i risultati approvati abbiano bisogno di qualche giorno in più. Le voci di corridoio dicono anche molte altre cose, ma ovviamente non riferirò, non prima di giovedì. A questo punto, visto il talk rimandato (era previsto lunedì mattina) e il programma di domenica, ho deciso di andare a sciare.

Higgs Quo Vadis è una "conferenza invernale", come Les Rencontres des Moriond a La Thuile. Le conferenze invernali funzionano in genere così: la sessione del mattino inizia molto presto, diciamo intono alle 8. Questo permette di finire la sessione del mattino verso le 11-11:30. A quel punto inizia la "pausa pranzo", che dura fino alle 16: la sessione del pomeriggio va poi avanti fino alle 20. In sostanza, l'idea è che nella "pausa pranzo" uno vada a sciare.

Nessuno si scandalizzi, per favore. Avendone provate un paio, posso dire che il meccanismo di queste conferenze funziona molto bene. Non tanto perché si ha il tempo di sciare (cosa che non guasta, ci mancherebbe), ma perché una pausa di attività fisica a metà giornata rinfresca veramente le idee, e predispone a una attenzione per la sessione pomeridiana migliore di quella che si avrebbe restando chiusi tutto il giorno nella stessa stanza. Credetemi.

Il problema è che qui ad Aspen sciare costa cifre vergognose. Il giornaliero viene la simpatica cifra di 117 $, il mezza-giornata 89$. A questo aggiungete una cinquantina di dollari - al giorno, senza riduzioni per periodi lunghi - per l'affitto del materiale (visto il viaggio allucinante, l'idea di portarmi dietro anche gli scarponi da sci era fuori discussione). La conferenza offre un giornaliero scontato a 80$, che è ovviamente super-conveniente anche per sola mezza giornata visti i prezzi, ma che è comunque caro.

Sabato notte, mentre volavo su Aspen da Chicago, ha nevicato. Il che significa che domenica mattina c'è neve freschissima, e si prevede tempo bellissimo. Un'occhiata rapida al programma della mattina (introduzione, escursus storico sulla ricerca dell'Higgs, presentazione di ATLAS e CMS) e mi sono fatto convincere a saltare e sciare dal mattino fino alle 16. In più, sciare tutto il giorno e non solo 4 ore è un modo per ammortizzare i costi, mi ripeto mentre striscio la carta di credito e acquisto giornaliero "scontato" e affitto gli sci.

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Il comprensorio di Aspen è enorme, la neve splendida. Certo, non ci sono le Alpi a cui sono abituato e affezionato, e la roccia rossa delle montagne del Colorado che affiora qua e là fa un effetto strano. Mentre affittavo gli sci, ho deciso di prendere anche il casco, per la prima volta in vita mia. Mi ha convinto E.S., il post-doc di SLAC con cui scierò tutto il giorno. Mi dice candido infilando il suo elmetto: "Ci guadagniamo da vivere con le nostre teste, rischiare mi sembra stupido". Non fa una piega.

Le piste americane si dividono in verdi (facili), blu (medie), e nere con uno o due diamanti. Quasi nessuna delle piste diamantate è battuta: qui sembra che sciare per davvero voglia dire sciare nella neve fresca, anche sulle piste. E.S. scopriamo presto che possiamo scendere senza troppi problemi sulle piste con due diamanti neri, ma che la cosa non è necessariamente divertente, con venti centimetri di polvere a coprire pendenze del 50% e più, gobbute che metà sarebbe bastato. A fine giornata E.S. mi dirà che ho uno stile di sci "pulito e controllato", che probabilmente vuol dire che vado troppo piano per lui. Io, oltre a non volermi spaccare le testa, ho deciso che tenevo anche all'integrità delle mie gambe fuori allenamento.

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Le cose più interessanti della sessione del pomeriggio sono le prospettive della fisica a LHC con grandissime quantità di dati. E., la post-doc italo-americana che non ama volare, presenta un bel sommario delle prospettive di misurare le interazioni del bosone di Higgs con se stesso a LHC. C'è un po' di maretta al momento delle domande: i rappresentanti della comunità che vorrebbe costruire subito n Linear Collider accusano la comunità di LHC di aver fornito numeri poco credibili, dall'altra pare ci si difende a spada tratta. La verità è che scrutare oggi il futuro della fisica delle alte energie su un'orizzonte temporale di vent'anni è difficilissimo: prevedere che cosa si vedrà a LHC dal 2015 con i 14 TeV di energia nel centro di massa, e combinarlo con l'evoluzione dei finanziamenti è impresa da sfera di cristallo.

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