Per un pugno di sigma

Ho scritto un articolo per l'ultimo numero di Asimmetrie, la rivista di divulgazione dell'INFN, che parla di errori, incertezza, e di come si costruisce la conoscenza scientifica a partire da misure per definizione imprecise e sporcate da rumore e fluttuazioni. Lo trovate qui sotto, oppure direttamente sul sito della rivista, su cui potete anche leggere il numero completo. Buona lettura, e, se la rivista vi piace, abbonatevi: è gratis.

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Ci sono sempre almeno tre domande

Alla fine della conferenza, Margherita mi accompagna a prendere un caffè. I centocinquanta studenti che gremivano l'aula stanno sciamando, dopo una pausa li aspetta un altro incontro della Settimana della Cultura Scientifica di Lecce. Abbiamo fatto un po' tardi: per iniziare abbiamo atteso le classi del liceo di Matera, che sono partite apposta alle 6 del mattino per venire a Lecce, ma si sono perse per strada. Complice il mal di gola, poi, io ho parlato più lentamente del solito. I ragazzi però ascoltavano attenti e partecipavano con entusiasmo, il tempo è volato per tutti.

Nonostante i tempi lunghi, dopo il seminario abbiamo dato spazio alle domande. Davanti al caffè, Margherita mi chiede come faccio a rispondere in modo apparentemente così disinvolto, nonostante l'estrema varietà delle richieste che arrivano. Le spiego che in parte conta l'esperienza - di queste conferenze comincio ad averne tenute parecchie - ma la verità è che la varietà è solo apparente, e ci sono domande che, in una forma o nell'altra, arrivano puntualmente sempre.

C'è sempre la domanda della paura. "Ho sentito dire che le collisioni di LHC possono produrre un buco nero / l'antimateria / un tunnel spazio-temporale / delle particelle strane. C'è pericolo?". Questa volta era una studentessa che sospettava un uso dell'antimateria come potenziale arma, mutuato da Angeli e Demoni di Dan Brown, ma il contenuto specifico della richiesta di rassicurazione importa poco. La fisica delle particelle è in primo luogo un soggetto astruso e difficile da comprendere, e l'idea che si manipolino i "costituenti fondamentali della materia" alimenta sempre timori e interrogativi. Interrogativi leciti e timori infondati, che spesso però vengono malamente alimentati dall'informazione di quarta categoria che circola in rete. Una sola risposta per questo tipo di domande: no, non c'è pericolo, punto. Disquisire di probabilità di eventi rarissimi e stima dei rischi, che sono discipline altrettanto astruse e difficili da comprendere che la fisica delle particelle, non aiuterebbe necessariamente a comprendere.

C'è sempre la domanda sulla Teoria del Tutto. Tra i banchi c'è infatti sempre qualcuno che ha letto qualcosa di più, che si è già informato e ha approfondito, e vuole sapere che cosa penso della teoria delle stringhe, o della grande unificazione, o della gravità quantistica a loop. Non c'è mai tempo per entrare nei dettagli, e rispondere a queste domande rischia di diventare una conversazione privata che escluderebbe il resto della platea. C'è però un punto importante, che penso serva a tutti i partecipanti, e su cui dunque insisto a prescindere dalla complessità della teoria su cui mi vengono chiesti lumi. Una teoria vale tanto quanto le predizioni sperimentalmente testabili che fa. Altrimenti resta una pura speculazione, magari elegante e affascinante, ma non esattamente scienza per come la intendo.

Infine, c'è sempre la domanda sulla spiritualità. Il formato oscilla dal direttissimo "Lei crede in Dio?" al più generico "Scienza e religione sono compatibili?". Il fatto che questa domanda arrivi costantemente (ho veramente tenuto il conto, non c'è stata scuola superiore nella quale non mi sia stata posta in qualche forma) è secondo me il segno che la ricerca spirituale resta una componente importante, fosse anche solo come elemento problematico, nelle persone. E questa è per me una delle domande più difficili a cui rispondere: non tanto perché non abbia un'opinione a riguardo, quanto perché, dietro alla questione, intravedo sempre il desiderio di una conferma. Che da confermare sia l'idea che la scienza abbia definitivamente dimostrato che il sentimento religioso è inutile, oppure invece che esista una possibilità di interazione e affiancamento delle due imprese, poco importa. Non mi sembra mai onesto intervenire, dall'alto dello scranno su cui mi trovo, in una posizione chiaramente asimmetrica e di potere, su un argomento rispetto al quale penso che ognuno, e soprattutto dei giovani nel corso della loro formazione, debba formarsi un'opinione in modo autonomo. Di solito dunque glisso, e al limite invito a leggere Stephen Jay Gould e iniziare dalla sua teoria dei magisteri non sovrapposti, che mi pare un buon punto di partenza per approfondire la questione, qualunque sia la posizione di partenza.

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L'ultima estate. Romagna, mercoledì 17 agosto 1994

La rocca di San Marino (foto di fdecomite da Flickr)

(L'ultima estate è un esperimento di scrittura post-adolescenziale postuma, ispirato al podcast Mortified. Ho scritto questo testo tra l'estate del 1994, l'autunno del 1997 e la primavera del 1999, ma se passate il mouse sui numerelli appariranno dei box di commento scritti oggi, a più o meno 20 anni di distanza. Questa è la quattordicesima puntata, il racconto inizia qui.)

Ieri sera Cassandra, alla domanda: “come stai?”, rispondeva con un gesto che significava all’incirca “ho una specie di maldipancia spirituale...”. Oggi invece è allegra, anche se verso sera si puppa la consueta dose di malditesta da troppo sonno in auto, che prontamente sconfigge con “KILIOS”! [1]Della dipendenza da acido acetilsalicilico della mia fidanzata dell'epoca avevo già parlato.

Quando avevo quindici anni [2]Ovvero nel intorno al 1998. ho cominciato a realizzare che tutte o quasi le mie amiche, di cui ammiravo le belle gambe lisce e abbronzate al ritorno delle vacanze estive, [3]Al ritorno delle vacanze estive con i loro genitori: i tempi delle vacanze insieme sarebbero arrivati solo qualche anno dopo. E, a quindici anni, che invidia avevo per quegli amici di famiglia che le avevano vedevano durante le vacanze, in bikini sulle spiagge. si depilavano. Cavoli, è proprio banalità, ma io mica l’avevo veramente capito. In fondo, credevo, soltanto le modelle e le altre si depilano, le mie amiche non hanno peli. E non fanno la cacca, non vomitano, mangiano in modo equilibrato, sono estremamente pudiche e riservate e alla fin fine del tutto asessuate. [4]Attenzione, lettore pudico, quest'ultima invocazione dovrebbe darti un'idea dell'argomento che mi frulla intesta in questa puntata del diario. A volte soltanto hanno qualche malditesta o generica indisposizione, tipicamente una sorta di maldipancia periodico.

Negli anni ho cominciato a intuire che gli ormoni c'entravano qualcosa, la luna e i ritmi strani, scorbutiche un giorno e affabili il giorno dopo. Ancora adesso mi domando se sia veramente così, o non sia a volte una facile scusa, [5]A dirla tutta, a più di vent'anni di distanza, mi trovo a pormi esattamente stessa questione di tanto in tanto. oppure se io, maschietto gretto e lineare e sempre lì a viaggiare diritto come una locomotiva con il pensiero e le azioni e le scelte e le frasi ed i comportamenti e le riflessioni proprio, [6]Che poi i maschietti siano costituzionalmente lineari e semplici è un'altro stereotipo bello e buono, una scusa,  una maschera altrettanto utile per nascondersi a nostra volta. non ci arrivi a capire, e sia condannato perennemente a tentare di intuire, ed a essere accondiscendente in assenza di comprensione. [7]Non capire è una cosa, dover essere accondiscendente per contratto un'altra. All'epoca le due cose - non capire ed essere comunque accondiscendente - mi sembravano sensazioni ineluttabilmente collegate, l'una la risposta obbligatoria all'altra. Per fortuna nel tempo ho imparato a separarle, e a trovare modalità di reazione diverse (la fuga funziona benissimo, per esempio!). Mah...

La sveglia oggi è stata alle 7:30: andiamo a San Marino. Un qualche silenzioso processo alchemico ha incaricato silenziosamente me di dare la sveglia. [8]O forse mi sono offerto volontario? Conoscendomi, potrebbe essere possibilissimo. Il confine tra assumere deliberatamente un ruolo, e farselo invece appiccare addosso dagli altri, è spesso molto sottile. Per essere certo di alzarmi, ne preparo due (7:30, 7:35): una è la mia elettronica, l’altra una vecchia meccanica che ho trovato qui. L’effetto è positivo (7:40 in piedi); altra storia è svegliare Kurt, tanto che devo mettergli una sveglia dietro l’orecchio. Mentre chiamo le ragazze, Kurt lotta con l’ordigno, sognandosi prima una battaglia spaziale, poi non riuscendo a spegnere la suoneria. Svegliare le ragazze non è impresa da meno, ma alle 9:00 riusciamo a partire per San Marino.

Sveglia alle 7:30. Sveglia alle 7:30. Non vi suona un po’ storto per essere una vacanza? [9]Per fortuna, già scrivendo questi commenti nel 1999 mi rendevo conto della follia di questo modo di viaggiare per "diletto". Mi alzo tutto l’anno a quell’ora, domenica compresa perché faccio il capo scout e quindi porto a giocare i ragazzini in oratorio e cose così . Ma anche in vacanza? C’è qualcosa di masochista in tutto questo. Come un tentativo di rigorosa ricerca ascetica con un po’ di mortificazione della carne, direi. Che mi autoinfliggo per dimenticare? O è di nuovo Pollyanna che salta su?

Ovviamente troviamo code incredibili, ressa e carnaio, e inoltre fa un caldo bestia. [10]E avremmo potuto prevederlo senza problemi. Il punto è però che una vacanza il cui successo si misuri in funzione della quantità di posti visti e di chilometri percorsi è destinata a produrre stanchezza e delusioni come risultati più probabili. Il posto è suggestivo (rocche sul monte Titano), ma è rovinatissimo dagli infiniti negozi di squallidume e souvenirs.

Io odio i negozietti, i souvenirs, la paccottiglia, i ricordini, le statue di San Francesco con il termometro in mano, le gondole che cambiano colore con il tempo, le piastrelle con i proverbi (“A Siena andai, a te pensai, questo ricordo ti portai”, e tutti gli altri scaltri consigli sul credito nei negozi, padri e figli, mogli e buoi, la vita, il vino, le donne). Ci tenevo a ricordarlo. [11]Non ho cambiato idea. Paccottiglia e ricordini uguale cacca, anche quelli di miglior fattura.

Per telefono scopriamo che la macchina di Tecla è a posto (batteria sostituita), cosa che rinfranca molto: domani potremo riprendere il viaggio verso Urbino. Recuperata l’auto a Faenza, seguono contatto telefonico con mamma e papà, [12]Niente cellulari all'epoca, ancora carte telefoniche e cabine. Aggiornare periodicamente i genitori era un dovere, senza la scusa del facile SMS. e l’immancabile cena con danze tra la disco e il liscio alla Festa dell’Unità. L’orchestra di oggi conclude con “Bandiera Rossa” in questa singolare versione: “evviva il PDS e la libertà!” (ai posteri l’ardua sentenza). [13]Ecco, mi sembra che i posteri abbiano abbonamento sentenziato. DS, Ulivo, PD, l'ennesima scissione recente dei cui frammenti non ho ancora imparato in nomi, mi sembra confermino una chiara vocazione suicida della sinistra italiana con vocazione parlamentare.

Non è da dimenticare che nel corso della serata Maia colleziona tre inviti a ballare di aitanti signori romagnoli, il più insistente dei quali balla con lei e con Tecla profondendosi in complimenti (addirittura a me per una mia breve e folgorante apparizione in pista). [14]Io ballo benissimo, sia chiaro. Seguo però un mio ritmo e stile interiore, che spesso appaiono disarmanti all'osservatore occasionale.

Non trovate che sia qualcosa che manchi in questo racconto? [15]Attenzione, inizia la parte più deliberatamente esplicita del racconto. Se ci sono minorenni in lettura, smettete immediatamente! Siete stati avvisati, declino ogni responsabilità. Dai, quella cosa che fa vendere i libri, questi libri giovani che tirano tanto e che poi si ristampano volentieri nei supereconomici millelire e anche meno con la copertina argentata? Ma certo! Il sesso, ecco, manca il sesso. Ma qui nessuno scopa mai? [16]Mi si perdoni il francesismo. Oppure, per non essere troppo grezzi, che poi i bambini si preoccupano, insomma , ma ci sono delle tresche, dei becchi, insomma, qualcosa di piccante?

Buona domanda. La risposta è: boh?

O meglio, qualcosina forse si, chissà...

O meglio, lo so benissimo, non so se posso dirvelo...

Io non combino molto. [17]La cifra rappresentativa di quel periodo. Le mie migliori occasioni le avrei con Kurt, che ci ha provato già almeno una volta nel sonno. Ma diciamo che questa possibilità non mi interessa particolarmente...

Io aspirerei a Cassandra, credo. [18]E ci mancherebbe altro. E invece. Perlomeno ci aspirerei un po’ di più di quanto ufficialmente non abbia già conquistato. Ma sono stupido, a quanto pare, e mi trincero dietro un falso rispetto di non so bene nemmeno quale esigenza di libertà o indipendenza o cazzi propri, per cui rimango spesso e volentieri a bocca asciutta, ma è colpa mia. [19]Ovvero, traducendo per i meno acuti: la mia fidanzata preferisci passere giornate e nottate con chiunque altro durante le nostre vacanze, e io me lo faccio andare bene raccontandomi ogni tipo di storia per giustificarla, invece di fare una scenata, mandare lei e tutti gli altri a stendere, a partire molto rapidamente per altri lidi. Chi è il responsabile?

Kurt aspira a Maia, credo. Ma lei non lo caga e lui allora in contemporanea aspira anche a Lamù o a Sheila e nel tempo libero anche a Cassandra, mi sa. E poi a tempo perso si incazza e punta le tedesche o le signore sole. [20]Come già abbondantemente documento, all'epoca Kurt sarebbe saltato addosso a qualunque signorina che mostrasse il minimo segno di vita. A chi puntasse veramente allora era di fatto irrilevante.

Maia punta a Flip, ormai è chiaro. [21]Parecchi anni dopo Maia e Flip sarebbero convolati a giuste nozze e avrebbero messo su famiglia. Il percorso che li avrebbe portati dove sono oggi, però, non sarebbe stato affatto lineare, come spesso succede nella vita. Ma questa è un'altra storia. Ma Flip è partito, e quindi dovrà aspettare ancora un po’. E intanto deve risolvere i punti in sospeso con Tecla. [22]E anche questa è un'altra storia.

Flip non si sa bene. [23]A ripensarci, la proverbiale riservatezza di Flip ha probabilmente rappresentato per lui un certo vantaggio nell'agone degli amori. Se nessuno sa di te, puoi giocare su mille fronti. Ad averlo capito all'epoca.

Kurt odia Tecla perché gli sottrae Maia, Tecla non lo sopporta perché  rompe i marroni su tutto. [24]Malsopportazione del tutto giustificata, mi si permetta di reiterare.

Io non odio nessuno perché sono buono e Padre Ralph e Pollyanna. [25]Del senso dell'uso di "Padre Ralph" e "Pollynanna", magari improprio ma chiaramente connotato, ho detto abbondantemente nella puntata precedente.

Però poi nel segreto odio Cassandra perché non mi dedica il tempo e lo spazio che vorrei e credo mi spetti e desidererei, poi odio Tecla perché pianta casino e mi ruba Cassandra e in definitiva mi rovina la vacanza, odio Maia perché idem, odio Kurt perché è un asociale, Flip perché è partito. [26]Insomma, sono incazzato nero, ma me lo tengo dentro a rimestare senza dire niente a nessuno, come si confà all'immagine di me ce mi piaceva all'epoca proiettare.

Willi aspira a Beatrice, [27]Beatrice, allora fidanzata di Willi, è menzionata furtivamente solo nella prima puntata, che invito a rispolverare. e dunque giustamente se l’è portata su un furgone della Guinness ad attraversare gli States, dove se la può spupazzare come gli pare e come è giusto, previo il di lei consenso.

Il danzatore di liscio che ripetutamente porta le ragazze a ballare aspira a una qualunque gnocca disponibile in questa calda notte romagnola, e in fondo è il più serio e sincero tra noi. [28]Questa è probabilmente l'unica vera perla di saggezza di tutto il racconto.

Esauriti i vari risentimenti, per lui e per Willi mi è rimasta solo un po’ di invidia. Spero che basti.

Note   [ + ]

1. Della dipendenza da acido acetilsalicilico della mia fidanzata dell'epoca avevo già parlato.
2. Ovvero nel intorno al 1998.
3. Al ritorno delle vacanze estive con i loro genitori: i tempi delle vacanze insieme sarebbero arrivati solo qualche anno dopo. E, a quindici anni, che invidia avevo per quegli amici di famiglia che le avevano vedevano durante le vacanze, in bikini sulle spiagge.
4. Attenzione, lettore pudico, quest'ultima invocazione dovrebbe darti un'idea dell'argomento che mi frulla intesta in questa puntata del diario.
5. A dirla tutta, a più di vent'anni di distanza, mi trovo a pormi esattamente stessa questione di tanto in tanto.
6. Che poi i maschietti siano costituzionalmente lineari e semplici è un'altro stereotipo bello e buono, una scusa,  una maschera altrettanto utile per nascondersi a nostra volta.
7. Non capire è una cosa, dover essere accondiscendente per contratto un'altra. All'epoca le due cose - non capire ed essere comunque accondiscendente - mi sembravano sensazioni ineluttabilmente collegate, l'una la risposta obbligatoria all'altra. Per fortuna nel tempo ho imparato a separarle, e a trovare modalità di reazione diverse (la fuga funziona benissimo, per esempio!).
8. O forse mi sono offerto volontario? Conoscendomi, potrebbe essere possibilissimo. Il confine tra assumere deliberatamente un ruolo, e farselo invece appiccare addosso dagli altri, è spesso molto sottile.
9. Per fortuna, già scrivendo questi commenti nel 1999 mi rendevo conto della follia di questo modo di viaggiare per "diletto".
10. E avremmo potuto prevederlo senza problemi. Il punto è però che una vacanza il cui successo si misuri in funzione della quantità di posti visti e di chilometri percorsi è destinata a produrre stanchezza e delusioni come risultati più probabili.
11. Non ho cambiato idea. Paccottiglia e ricordini uguale cacca, anche quelli di miglior fattura.
12. Niente cellulari all'epoca, ancora carte telefoniche e cabine. Aggiornare periodicamente i genitori era un dovere, senza la scusa del facile SMS.
13. Ecco, mi sembra che i posteri abbiano abbonamento sentenziato. DS, Ulivo, PD, l'ennesima scissione recente dei cui frammenti non ho ancora imparato in nomi, mi sembra confermino una chiara vocazione suicida della sinistra italiana con vocazione parlamentare.
14. Io ballo benissimo, sia chiaro. Seguo però un mio ritmo e stile interiore, che spesso appaiono disarmanti all'osservatore occasionale.
15. Attenzione, inizia la parte più deliberatamente esplicita del racconto. Se ci sono minorenni in lettura, smettete immediatamente! Siete stati avvisati, declino ogni responsabilità.
16. Mi si perdoni il francesismo.
17. La cifra rappresentativa di quel periodo.
18. E ci mancherebbe altro. E invece.
19. Ovvero, traducendo per i meno acuti: la mia fidanzata preferisci passere giornate e nottate con chiunque altro durante le nostre vacanze, e io me lo faccio andare bene raccontandomi ogni tipo di storia per giustificarla, invece di fare una scenata, mandare lei e tutti gli altri a stendere, a partire molto rapidamente per altri lidi. Chi è il responsabile?
20. Come già abbondantemente documento, all'epoca Kurt sarebbe saltato addosso a qualunque signorina che mostrasse il minimo segno di vita. A chi puntasse veramente allora era di fatto irrilevante.
21. Parecchi anni dopo Maia e Flip sarebbero convolati a giuste nozze e avrebbero messo su famiglia. Il percorso che li avrebbe portati dove sono oggi, però, non sarebbe stato affatto lineare, come spesso succede nella vita. Ma questa è un'altra storia.
22. E anche questa è un'altra storia.
23. A ripensarci, la proverbiale riservatezza di Flip ha probabilmente rappresentato per lui un certo vantaggio nell'agone degli amori. Se nessuno sa di te, puoi giocare su mille fronti. Ad averlo capito all'epoca.
24. Malsopportazione del tutto giustificata, mi si permetta di reiterare.
25. Del senso dell'uso di "Padre Ralph" e "Pollynanna", magari improprio ma chiaramente connotato, ho detto abbondantemente nella puntata precedente.
26. Insomma, sono incazzato nero, ma me lo tengo dentro a rimestare senza dire niente a nessuno, come si confà all'immagine di me ce mi piaceva all'epoca proiettare.
27. Beatrice, allora fidanzata di Willi, è menzionata furtivamente solo nella prima puntata, che invito a rispolverare.
28. Questa è probabilmente l'unica vera perla di saggezza di tutto il racconto.
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Tenere traccia dei percorsi per immergersi in profondità

L'altra sera ho finito di leggere un libro che mi è piaciuto parecchio. [1]Il libro specifico di per sé non è importante per la storia che voglio raccontare, il perché presto sarà più chiaro. Mentre mettevo giù il Kindle su cui l'ho letto, mi sono reso conto che non mi ricordavo come fossi arrivato a decidere di comprare proprio quel saggio. Forse un suggerimento di Amazon? Conoscendomi, mi pareva difficile, l'algoritmo di Amazon sottovaluta parecchio i miei gusti eclettici. Più probabile io avessi intercettato una recensione, o una segnalazione online. Ma quale? Dove?

Visto che la lettura era stata stimolante, ho cercato di risalire a come ci fossi arrivato. Ho scavato nel mio lettore di feed RSS, prima sotto la categoria Letture (quella che raccoglie tutti i siti che seguo che pubblicano pezzi di approfondimento), poi dappertutto, senza però trovare nulla. Ho allora cercato sui vari social network che frequento, sperando di rintracciare una segnalazione, un'articolo che ne parlasse, una recensione. Niente.

Stavo per abbandonare, quando mi è venuto in mente che forse avevo salvato la fantomatica recensione su Instapaper. Instapaper è il sistema che uso per salvare gli articoli interessanti che incrocio durante la giornata, per leggerli con calma la sera o durante il weekend. Tra i vari vantaggi, un sistema come Instapaper ha anche quello (per me fondamentale) di poter archiviare tutti i pezzi letti. Io, che non butto via mai niente, segno con un cuoricino i pezzi che mi sono piaciuti molto e che penso valga la pena condividere (e tra quelli non c'era nulla che avesse a che fare con il libro in questione), ma salvo anche tutti gli altri che ho letto, perché non si sa mai. A forza di cercare, Proprio tra questi ultimi ho trovato un reportage che recensiva di una trasmissione televisiva del National Geographic, e che aveva, tra le letture consigliate per approfondire il tema, proprio il tomo in questione. Bingo.

A questo punto non mi mancava altro che capire come fossi arrivato a quel particolare articolo. Una rapida ricerca su Twitter mi ha confermato che era stato in effetti condiviso proprio sul social dei cinguettii da una delle persone che seguo, un collega fisico teorico:

Avevo salvato l'articolo da leggere su Instapaper per leggerlo in un secondo tempo, ma non avevo marcato il tweet con una cuoricino: se lo avessi fatto, la ricerca sarebbe forse stata più rapida. [2]Se il contenuto del tweet vi incuriosisce, vi lascio seguire i link ed esplorare da soli.

Questa storia non ha una morale, forse solo una riflessione finale. La rete è una risorsa immensa, ma proprio la sua immensità è una delle ragioni per cui gli stimoli di qualità che riceviamo, e con loro i percorsi che facciamo per arrivarci o che intraprendiamo quando li incontriamo, si perdono spesso, travolti dai flutti del rumore dei luoghi in cui vengono segnalati. Trovare il modo per tenere traccia delle proprie escursioni a me sembra importante, proprio per marcare la differenza tra il surfare in superficie e l'immergersi in profondità. Fine dell'aneddoto.

Note   [ + ]

1. Il libro specifico di per sé non è importante per la storia che voglio raccontare, il perché presto sarà più chiaro.
2. Se il contenuto del tweet vi incuriosisce, vi lascio seguire i link ed esplorare da soli.
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Doomsday Book, l'anno del contagio

Il secondo romanzo di fantascienza vincitore sia del premio Hugo che del premio Nebula che ho letto nel 2016 è The Doomsday Book di Connie Willis. Pubblicato nel 1992, e tradotto nel 1996 in italiano come L'anno del contagio, è un romanzo di fantascienza particolare, perché, per una volta, l'azione si svolge principalmente nel passato. Immaginate dunque un romanzo storico, basato però sulla premessa che, in un futuro relativamente prossimo, sia stato inventato un modo per viaggiare indietro nel tempo. I dipartimenti di storia e di archeologia delle università prossime venture sono stati rivoluzionati dalla scoperta: la ricerca "sul campo" si fa mandando fisicamente i ricercatori nel periodo che si vuole studiare, con tutte le complicazioni del caso. Servono dunque tecnici qualificati per garantire che il viaggio vada bene, e che il ricercatore arrivi nel posto e soprattutto nel momento previsto. E serve un'organizzazione certosina, per permettere al ricercatore di integrarsi nel passato senza destare sospetti o disturbare l'ordine degli avvenimenti: abiti adeguati, lingue antiche da imparare, usi e costumi da comprendere e a cui abituarsi in anticipo, e vaccinazioni a larghissimo spettro per sopravvivere a standard di igiene e medicina d'epoca.

Le cose non vanno sempre per il verso giusto, e le porte temporali non si aprono sempre con la precisione sperata. Può capitare dunque che la giovane dottoranda Kivrin, pronta a partire per il 1320 per studiare la vita dell'Inghilterra medievale, si ritrovi per errore catapultata nel 1348, e d'altronde nessuno fino ad allora aveva viaggiato così indietro nel tempo. Ventotto anni di differenza possono sembrare pochi, ma nel 1348 le cose sono diverse da come gli studiosi del presente si sarebbero aspettati. Nel 1348 nessuno sembra capire la lingua tardo medioevale che Kivrin ha imparato, i vestiti con cui è partita non sono adeguati, la carenza di pulizia a cui si è preparata non ha niente a che vedere con la totale mancanza di igiene che incontra. Ma sopratutto nel 1348 l'Inghilterra è nel bel mezzo dell'epidemia di peste nera che ne decimerà la popolazione. Il romanzo alterna dunque il disperato soggiorno di Kivrin nel passato, tra fatiche personali, incomprensioni e barriere culturali insuperabile, e la devastazione della peste; e il presente/futuro prossimo dell'Inghilterra, dove una molto più banale epidemia di influenza rende il recupero di Kivrin dal salto temporale sbagliato ancora più complesso di quanto non sarebbe normalmente.

Toccante e capacissimo di descrivere l'insuperabile alterità tra culture separate da secoli, The Doomsday Book mi è piaciuto moltissimo. Molto diverso dalla fantascienza di futuro, spazio e astronavi, è stata una rinfrescante boccata d'aria fresca nelle mie letture. Connie Willis ha scritto altri due romanzi gemelli basati sulla stessa meccanica della ricerca storica basata sui viaggi nel tempo, Blackout e All Clear, anche loro vincitori della coppia Hugo/Nebula (nella sua carriera la Willis ha vinto dieci Hugo e sette Nebula!), e anche loro dunque nella lista di romanzi da leggere. Visto quanto mi era piaciuto The Doomsday Book mi ci sono subito buttato sopra, per scoprire però con un certa delusione che la giovane Kivrin, alla quale mi ero tanto affezionato, non era più tra protagonisti dei nuovi viaggi nel tempo. Sembrano esserci ancora il suo supervisore all'università, Mr. Dunworthy, e Colin, il ragazzino intraprendente che in The Doomsday Book è fondamentale per il ritorno di Kivrin al presente. Per adesso li ho messi da parte, ci tornerò. Peccato però, visto che Kivrin è uno dei rari casi di donne protagoniste di viaggi nel tempo. Buona lettura.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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