L'ultima estate. Romagna, martedì 16 agosto 1994

Cinque palline (foto di Dan Masa da Flickr)

(L'ultima estate è un esperimento di scrittura post-adolescenziale postuma, ispirato al podcast Mortified. Ho scritto questo testo tra l'estate del 1994, l'autunno del 1997 e la primavera del 1999, ma se passate il mouse sui numerelli appariranno dei box di commento scritti oggi, a più o meno 20 anni di distanza. Questa è la tredicesima puntata, il racconto inizia qui.)

Il martedì è il giorno di chiusura degli alimentari in Romagna (e noi siamo ancora a S. Sofia per blocco-auto-Tecla). Questo, unito alla tarda ora del risveglio, ci conduce a rifocillarci da “La Contessa”, dove, alle h. 15, con 18.000 lire mangio gnocchetti in salsa rosa, pomodori al forno, braciola di maiale alla griglia, caffè. [1]Non riesco a ricordarmi se questa annotazione fosse per il prezzo spropositato, o per congratularmi per tanto ben di Dio a così poco. Oggi il ristorante sembra esistere ancora, ed è segnalato come per budget medio-alti. Chissà.

Sto cominciando a soffrire un po’ la mancanza di Willi e Flip; [2]Nel caso il lettore avesse dimenticato, sono rimasto con un solo compagno di viaggio maschio - pelato, xenofobo e maniaco - e una serie di ragazze in perenne crisi. Evviva. Kurt è un buon compagno di viaggio [3]La disperazione fa apprezzare tutto. (e di letto, vista la sistemazione nel lettone a casa di Sheila [4]Per chi si fosse perso, Sheila  è la cugina di Lamù, compagna di liceo di Cassandra. A casa sua io sono stato confinato in stanza (e nel letto!) con l'unico altro uomo della compagnia, non perché non abbia una fidanzata con la quale potrei voler condividere l'scova  ma perché il gineceo ha deciso di vivere insieme e separatamente. ), ma gli altalenanti umori delle ragazze tutte non sempre sono di grande conforto, o facili da sopportare. Io dal canto mio, cerco sempre di “sorridere e cantare anche nelle difficolà” (e d’altronde ho i miei buoni motivi per farlo); ieri al telefono con Willi abbiamo deciso che il motto per la sopravvivenza è “PICI FOREVER!”, [5]Per i non piemontesi, "pici" è il plurale di "piciu". e ce n’è ben bisogno...

Ecco che come di consueto salta fuori il Padre Ralph [6]Ho sempre usato l'espressione "Padre Ralph" per dire "il bravo pretino", ignaro che, nella mia astinenza televisiva dell'epoca, si trattasse del protagonista di Uccelli di rovo, dunque non esattamente un esempio paradigmatico di santità. Probabilmente il curato di Ambricourt sarebbe stata una scelta più appropriata. che è in me, la Pollyanna [7]Sulla santità di Pollyanna, e sul masochismo del suo "gioco della felicità", invece, non dovrebbero esservi dubbi. La mia referenza naturalmente era ed è la serie animata giapponese. delle occasioni più cupe. Come se bastasse. Che paura avevo quando scrivevo queste cose... una vacanza in cui bisogna “sopravvivere”? Ma scherziamo? Con la pia illusione che scrivere su un diario mi sollevasse dalla tristezza, mi rendesse più forte, mi scaricasse dalle responsabilità, verso gli altri e soprattutto verso me stesso.

Qui Sheila sembra ormai un po’ stufa della nostra irruente presenza, o forse è solo un’idea, ed ella invece ha solo i cavoli suoi; comunque, per sicurezza e per non creare ulteriori tensioni, oggi pomeriggio ci trasformiamo in una squadra delle pulizie e rassettiamo i due appartamenti. [8]Appartamenti che avevamo abbondantemente devastato nel corso dell'occupazione, cosa che spiegava ampiamente il nervosismo di Sheila.

La tristezza e la desolazione si spandono definitivamente sulla mia giornata. Dovrei partire, urlare, fare qualcosa, prendermela con qualcuno, rigare la macchina di Kurt, [9]Chiaramente una pulsione suicida, viste le conseguenze che avrei dovuto patire fossi mai passato all'atto. litigare con Cassandra, [10]E invece. baccagliare qualche donnina del luogo anche solo per attirare l’attenzione, [11]Ma anche per qualcosa di più, smidollato che non ero altro. pretendere e magari sembrare un po’ arrogante o presuntuoso o indelicato, che tanto di delicatezza intorno non ce n’è neanche l’ombra e non farei tanti danni in più. E invece niente, in questo velo di silenzio, di finto rispetto delle altrui esigenze o stranezze.

Mi sento solo, solo rimango. Niente da aggiungere.

Indi Kurt si assopisce, Maia sparisce, Cassandra si consulta con Lamù che dipinge con Tecla. Io suono un po’, poi mi annoio un po’ e decido di andare ad allenarmi un po’ a fare il giocoliere con le palline e a stare sulla testa, con i piedi in sù, nel pratone davanti a casa. Immancabilmente attiro un po’ di bambini, e di mamme preoccupate dei capelli lunghi (peraltro legati) o dei piedi nudi. [12]Fare l'intrattenitore di infanti era segnato nel mio destino. È una maledizione da cui non ci si affranca facilmente. E anche, a volte, una comoda scusa.

Ceniamo alla Festa dell’Unità, che comincia oggi ed è IDENTICA (stesso luogo, stesse cose, altre bandiere) alla Festa dell’AVIS. [13]Come per il maiale, delle logistica delle feste romagnole non si butta via niente. Qui mangio meglio che alla Festa di Liberazione, in modo più popolare ma spendendo meno.

Cassandra si accorge di aver perso l’orologio, cosa che coinvolge in una drammatica ricerca (non scherzo) al buio nell’erba del sopracitato pratone, ricerca di cui vengo a capo vittorioso abbastanza in fretta (meno male!) – Padre Ralph, Pollyanna –. [14]Cielo, che pazienza. Ricordo bene la ricerca spasmodica nell'erba al buio. Certo, era un orologio prezioso; certo, era un regalo caro. Però il livello di stress impostomi era solo comparabile a tutto il resto, ciliegina sulla torta di un perfetto trattamento da servo della gleba, di cui Elio e compagni cantavano ormai da due anni.

Seguono le consuete danze a palchetto con il gruppo d’occasione, poi si va a nanna (domani, in giornata, S. Marino e – forse – recupero auto aggiustata). Io non ho molto sonno, mi piacerebbe chiacchierare gentilmente davanti ad un bicchiere di vino fraternizzando un po’, ma evidentemente non è serata (forse siamo troppo stanchi), [15]Stanchi di stare insieme, immagino volessi inconsciamente. e così , di riffa o di raffa, resto solo davanti al bicchiere, a suonare sottovoce e scrivere il diario.

Note   [ + ]

1. Non riesco a ricordarmi se questa annotazione fosse per il prezzo spropositato, o per congratularmi per tanto ben di Dio a così poco. Oggi il ristorante sembra esistere ancora, ed è segnalato come per budget medio-alti. Chissà.
2. Nel caso il lettore avesse dimenticato, sono rimasto con un solo compagno di viaggio maschio - pelato, xenofobo e maniaco - e una serie di ragazze in perenne crisi. Evviva.
3. La disperazione fa apprezzare tutto.
4. Per chi si fosse perso, Sheila  è la cugina di Lamù, compagna di liceo di Cassandra. A casa sua io sono stato confinato in stanza (e nel letto!) con l'unico altro uomo della compagnia, non perché non abbia una fidanzata con la quale potrei voler condividere l'scova  ma perché il gineceo ha deciso di vivere insieme e separatamente.
5. Per i non piemontesi, "pici" è il plurale di "piciu".
6. Ho sempre usato l'espressione "Padre Ralph" per dire "il bravo pretino", ignaro che, nella mia astinenza televisiva dell'epoca, si trattasse del protagonista di Uccelli di rovo, dunque non esattamente un esempio paradigmatico di santità. Probabilmente il curato di Ambricourt sarebbe stata una scelta più appropriata.
7. Sulla santità di Pollyanna, e sul masochismo del suo "gioco della felicità", invece, non dovrebbero esservi dubbi. La mia referenza naturalmente era ed è la serie animata giapponese.
8. Appartamenti che avevamo abbondantemente devastato nel corso dell'occupazione, cosa che spiegava ampiamente il nervosismo di Sheila.
9. Chiaramente una pulsione suicida, viste le conseguenze che avrei dovuto patire fossi mai passato all'atto.
10. E invece.
11. Ma anche per qualcosa di più, smidollato che non ero altro.
12. Fare l'intrattenitore di infanti era segnato nel mio destino. È una maledizione da cui non ci si affranca facilmente. E anche, a volte, una comoda scusa.
13. Come per il maiale, delle logistica delle feste romagnole non si butta via niente.
14. Cielo, che pazienza. Ricordo bene la ricerca spasmodica nell'erba al buio. Certo, era un orologio prezioso; certo, era un regalo caro. Però il livello di stress impostomi era solo comparabile a tutto il resto, ciliegina sulla torta di un perfetto trattamento da servo della gleba, di cui Elio e compagni cantavano ormai da due anni.
15. Stanchi di stare insieme, immagino volessi inconsciamente.
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Novant'anni di particelle che si comportano come onde, e un amico cane

La figura chiave dell'articolo di Davisson e Germer del 1928

Quest'anno ricorrono i 90 anni dalla pubblicazione del risultato dell'esperimento della doppia fenditura con gli elettroni, quello di Clinton Davisson e Lester Germer, fatto nel 1927. Si tratta dell'esperimento che ha mostrato per la prima volta come anche le particelle di materia abbiano un comportamento ondulatorio, e che il mondo è fondamentalmente quanto-meccanico. L'articolo originale del 1927 è disponibile sul sito di Nature, ma non accessibile senza pagare, o con un abbonamento istituzionale. È un peccato (e dell'accesso libero alle pubblicazioni potremmo parlare a lungo), perché andrebbe letto da tutti gli aspiranti fisici. Mi sembra infatti molto importante tornare sempre alle fonti originali, e non soltanto apprendere l'evoluzione della disciplina dai manuali. In questo caso uno può leggere la pubblicazione successiva di Davisson e Germer del 1928, che riporta i nuovi risultati dello stesso esperimento e da cui è tratta la figura là in alto.

A proposito della necessità di leggere le fonti originali, pensate che in questo caso, per esempio, la famosa "doppia fenditura" è soltanto un espediente didattico. Se si trattava di una vera doppia fenditura nell'esperimento di Young fatto con la luce, nel caso degli elettroni il ruolo di reticolo diffrattivo è assunto da un cristallo di nickel. Lo sapevate?

Se ci pensate, novant'anni non sono poi un periodo così lungo per una rivoluzione così radicale del modo di vedere il mondo. L'idea che il comportamento dei componenti fondamentali della materia sia regolato da leggi di probabilità, e che queste probabilità (e il loro interferire) siano le uniche cosa che siamo in gradi di calcolare e predire, è stata ed è ancora dura da digerire. A livello macroscopico il mondo sembra infatti essere deterministico, e il cervello umano si è evoluto per interpretare ciò che lo circonda proprio immaginandone l'evoluzione in un modo che un fisico chiamerebbe "classico".

In realtà anche a livello macroscopico valgono le leggi della meccanica quantistica, ma le distribuzioni di probabilità sono talmente localizzate da rendere i comportamenti indistinguibili dalle loro descrizioni classiche. Per capirci: esattamente come per un elettrone esiste una probabilità non nulla di attraversare una barriera di potenziale che sarebbe classicamente impenetrabile (da cui l'effetto tunnel), anche per un insieme macroscopico di particelle come il corpo di una persone esiste una possibilità finita di attraversare un muro di mattoni altrettanto classicamente impenetrabile. Peccato che nel primo caso la probabilità sia sufficientemente grande da permettere al fenomeno di manifestarsi di tanto in tanto, mentre nel secondo, sebbene non nulla, è talmente piccola da far si che, sulla scala dei tempi della vita dell'universo, il fenomeno non si manifesti mai.

Qualche anno fa, nel periodo delle passeggiate in cui spiegavo la fisica a Oliver, ne avevo scritte cinque dedicate proprio alla meccanica quantistica e alla spiegazione dell'esperimento delle due fenditure. Le raccolgo qui sotto, per chi volesse rileggerle o per chi non le avesse mai lette. Vi prego di notare che contengono anche dei raffinatissimo lavori di manipolazione delle immagini, con Oliver multipli che fanno la guardia alle fenditure (per esempio nella quarta passeggiata).

Recuperare questi link è stato allo stesso tempo un'occasione simpatica e mesta. L'avventura di Oliver su questa terra è infatti arrivata alla fine proprio un anno fa, e, nonostante qui ci ripetiamo quanto la sua sia stata un'esistenza piena, fortunata e lunga, resta quel fondo di tristezza per un compagno fedele che non è più con noi. Ciao Oliver, mi manchi.

Monte Molaz, 2004

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Comunicare la fisica al tempo dei social?

Ieri e oggi sono stato in visita all'Università degli Studi di Milano per la discussione della tesi di dottorato di uno studente che ho co-supervisionate negli ultime tre anni (congratulazioni Simone!). È stato un po' un ritorno a casa, avendo io fatto il dottorato e due anni di assegno di ricerca proprio in Via Celoria, orma ben 12 anni fa. Nonostante il tempo passato, il mio cervello sembrava ricordarsi benissimo dove stavo nell'edificio che ospita i dipartimento di fisica. Per due giorni mi sono così ritrovato a entrare inconsciamente in quello che all'epoca era stato il mio ufficio, e a profondermi ripetutamente in scuse ancora con gli attuali occupanti: la memoria ha delle qualità a volte sorprendenti! Mi ricordavo anche la qualità discutibile del cibo del bar di fisica, confermata a distanza di anni nonostante i cambi di gestione, ma questa è un'altra storia...

Come si usa in queste occasione, i miei colleghi milanesi mi hanno invitato a tenere un seminario. Pensavamo inizialmente a una carrellata degli ultimi risultati di ATLAS, ma dopo un po' di discussioni gli amici si sono detti più interessati a qualcosa legato alla divulgazione e comunicazione della fisica: le recenti diatribe su come si può (o non può) parlare di scienza sui social sembravano infatti l'occasione giusta per fare il punto. Ne è venuta fuori una chiacchierata interessante, che mi ha richiesto parecchio studio e preparazione, ma che si è dimostrata utile e stimolante per tutti quelli che sono venuti a sentirmi pontificare.

Sarebbe bello potervi offrire una trascrizione dell'intervento, ma mi ci vorrebbe troppo tempo e fatica. In compenso, posso regalarvi la foto dello schema che ho messo in piedi dopo aver studiato e letto tutti gli articoli che avevo messo da parte per l'occasione, che potrebbe darvi un'idea del flusso di idee che ho provato a affrontare.

Ci sono poi anche le slide dell'intervento. Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, le slide (o perlomeno le mie slide) sono solo un supporto, e senza il conferenziere servono a poco. Nel caso specifico però sono anche infarcite di link e citazioni, messe apposta per invitare gli astanti a approfondire, leggere, meditare oltre quel poco su cui ho sorvolato io oggi. Le metto anche qui, per i curiosi che volessero dare un'occhiata.

 

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L'ultima estate. Romagna, lunedì 15 agosto 1994

Scorcio di Galeata (Wikimedia Commons)

(L'ultima estate è un esperimento di scrittura post-adolescenziale postuma, ispirato al podcast Mortified. Ho scritto questo testo tra l'estate del 1994, l'autunno del 1997 e la primavera del 1999, ma se passate il mouse sui numerelli appariranno dei box di commento scritti oggi, a più o meno 20 anni di distanza. Questa è la dodicesima puntata, il racconto inizia qui.)

È ferragosto! Per le strade, come è evidentemente tradizione da queste parti, tutti si gavettonano. Oggi ci saluta Flip, che va a Castiglioncello a festeggiare il 25' anniversario di matrimonio dei suoi genitori. Anche con lui come con Willi ci accomiatiamo fra pianti e lacrime cantando “Se il mare fosse de toccio”, ma siamo rinfrancati dal fatto che sicuramente ci ricongiungeremo fra qualche giorno. [1]È la vacanza degli andirivieni.

La tensione tra Maia e Tecla si è fatta palpabile, [2]Questo è quanto vedevano i miei occhietti da maschietto marginale e tonto. Tensione era probabilmente la parola sbagliata, ma che ne sapevo io? e questo rende i rapporti un po’ più complicati, ma siamo (abbastanza) preparati ad affrontare queste situazioni.

O crediamo di esserlo. O forse non lo siamo proprio, e ci illudiamo di essere forti e saggi e neutrali e pazienti, [3]Come se poi essere forti, saggi, neutrali e pazienti fosse necessariamente un bene. Ah, quanto pesavano i mille anni di militanza scoutistica. e invece cerchiamo soltanto di sopravvivere alle nostre vacanze, che a volte vacanze non sono. [4]A volte. A volte! Che pazienza...

Spiace però per loro – porca martina! [5]"Porca martina!" era un'esclamazione che utilizzavo parecchio ai tempi, mutuata dal mio primo caporeparto scout. All'epoca l'uso smodato mi aveva messo nei pasticci con più di una Martina appena conosciuta e di cui non conoscevo il nome. – che quando sono insieme sembra che debbano per forza stare male...

L’auto di Tecla ci ha drammaticamente abbandonati: ora è ferma in via Mulino Rupe a Galeata: non ha più voluto muoversi di lì. [6]Come già in altre occasioni, invitiamo il lettore a notare come, per essere una vacanza in auto, i nostri mezzi di trasporto lascino spesso a desiderare. Per fortuna è in garanzia, e anche oggi – che è ferragosto, appunto – ce la trainano gratis, però perdiamo il pomeriggio, e chissà quanto ci andrà ad aggiustarla.

Facciamo il punto della situazione: sono rimasto con Cassandra, Kurt, Tecla ed Maia bloccato a casa di Lamù.[7]Ovvero, solo maschietto in una compagnia composta da fanciulle, più un maniaco quasi-skinhead. Potrebbe sembrare ideale, ma non lo è. Non ci va un genio a capirlo. Tecla è spesso in un angolo a leccarsi le ferite lacero-contuse che ha collezionato in questi giorni. Maia è spesso a confessarsi da Cassandra, magari con Lamù. Kurt è spesso a riposarsi – da cosa poi? [8]Dalle fatiche della vita, probabilmente. Che furbo.

Visto che la proprietaria [9]Per i distratti: Tecla. non sembra essere nelle condizioni di occuparsi di sbloccare la situazione dell’auto, [10]Ovvero, ha talmente tante altre cose per la testa che se ne sbatte amabilmente. Il fatto che la cosa blocchi la vacanza del resto della compagnia è ovviamente secondario. e che nessun altro sembra disposto a farlo, [11]E perché mai? Tanto c'è Marco che può farsene carico. me ne occupo io: [12]Indosso la tonaca da buon samaritano e mi preparo a quell'azione umanitaria che all'epoca mi stava tanto bene .

— Pronto, qui auto-officina Pinco Pallino di Nonmiricordodove, mi legga il contratto di assicurazione. Lei è il signor Papà-di-Tecla, il proprietario?

— No, è che...

— Figlio del proprietario?

— No, è che...

— Parente?

— Non proprio, quasi, insomma, abbia pazienza, adesso le spiego...

E fortunatamente il tizio ha pazienza, anche di lunedì, anche a ferragosto.

La buona Lamù ci ospita ancora, e questa sera sua nonna addirittura ci invita a cena offrendoci:

  • tocchi di piadina fritta
  • prosciutto
  • pancetta e coppa casalinghe (eccezionali!)
  • Albana (un vino locale)
  • caffè più correzione (grappa)

Viva la nonna! [13]E soprattutto viva la cucina romagnola!

Per sdebitarci lavo i piatti, cosa che fa cambiare idea sul mio conto al nonno, che “mi aveva giudicato male” (capellone!). [14]Il lettore attento ricorderà che all'epoca avevo i capelli lunghi oltre le spalle, e un aspetto oscillante tra il poeta beat e il monaco medioevale itinerante.

Questa sera ancora S. Sofia ospita gli artisti di strada e dunque vediamo ancora Wonz il clown, il circo Bidone, e gli immancabili Brothers, di cui acquistiamo anche un CD. Tornando a casa scopriamo un messaggio telefonico di Flip, che probabilmente è impazzito, perché parla a dismisura, dice di soffrire di vertigini, saluta tutti uno per uno, compresi Jariten [15]Il fratello di Lamù. e Vinicio, che per chi non lo sapesse, è un pazzo schiantatissimo tipo (senza offesa) scemo del villaggio. [16]Flip non è mai stato un uomo di molte parole, a dir poco, il che spiega il mio stupore.

Vinicio conosce Lamù e sua cugina [17]Sheila, per i distratti. L'abbiamo incontrata nella tredicesima puntata. da un sacco di tempo. Da quando siamo qui, passa tutti i giorni a trovarci. Ci racconta di come vive, del lavoro semplice che fa, poi canta. Insomma, è simpatico. Forse a volte un po’ pesante, ma simpatico. [18]Io con i matti alla fine mi trovo sempre a mio agio. Da quello che ho capito vorrebbe sposare Lamù, credo, così non perde un momento per ricordarle le sue serie intenzioni. Lamù acconsente sempre, che secondo me adesso si è impegnata e lo sposa davvero, se è seria!

Errata Corrige: mi dicono che in realtà al telefono Flip non ha detto “... soffro di vertigini” bensì “... mi sono divertito moltissimo...”, il che spiega molte cose. Ad esempio che probabilmente lo schiantato impazzito sono io!

Note   [ + ]

1. È la vacanza degli andirivieni.
2. Questo è quanto vedevano i miei occhietti da maschietto marginale e tonto. Tensione era probabilmente la parola sbagliata, ma che ne sapevo io?
3. Come se poi essere forti, saggi, neutrali e pazienti fosse necessariamente un bene. Ah, quanto pesavano i mille anni di militanza scoutistica.
4. A volte. A volte! Che pazienza...
5. "Porca martina!" era un'esclamazione che utilizzavo parecchio ai tempi, mutuata dal mio primo caporeparto scout. All'epoca l'uso smodato mi aveva messo nei pasticci con più di una Martina appena conosciuta e di cui non conoscevo il nome.
6. Come già in altre occasioni, invitiamo il lettore a notare come, per essere una vacanza in auto, i nostri mezzi di trasporto lascino spesso a desiderare.
7. Ovvero, solo maschietto in una compagnia composta da fanciulle, più un maniaco quasi-skinhead. Potrebbe sembrare ideale, ma non lo è. Non ci va un genio a capirlo.
8. Dalle fatiche della vita, probabilmente. Che furbo.
9. Per i distratti: Tecla.
10. Ovvero, ha talmente tante altre cose per la testa che se ne sbatte amabilmente. Il fatto che la cosa blocchi la vacanza del resto della compagnia è ovviamente secondario.
11. E perché mai? Tanto c'è Marco che può farsene carico.
12. Indosso la tonaca da buon samaritano e mi preparo a quell'azione umanitaria che all'epoca mi stava tanto bene .
13. E soprattutto viva la cucina romagnola!
14. Il lettore attento ricorderà che all'epoca avevo i capelli lunghi oltre le spalle, e un aspetto oscillante tra il poeta beat e il monaco medioevale itinerante.
15. Il fratello di Lamù.
16. Flip non è mai stato un uomo di molte parole, a dir poco, il che spiega il mio stupore.
17. Sheila, per i distratti. L'abbiamo incontrata nella tredicesima puntata.
18. Io con i matti alla fine mi trovo sempre a mio agio.
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Quindici anni fa a BNL, e la porta dell'infinito

Leggo fantascienza da sempre. Il tarlo me lo ha passato mio padre, che, quando avevo dieci o undici anni, mi portò in biblioteca a prendere Lucky Starr il vagabondo dello spazio, un romanzo di quella serie che Isaac Asimov aveva scritto pensando ai ragazzini: da lì in poi non mi sono più fermato, divorando ovviamente prima tutto il Buon Dottore, per poi scoprire che c'era molto di più della fantascienza dell'epoca d'oro, e avventurandomi ben oltre.

La fantascienza è stata anche il primo genere letterario che ho letto in lingua originale. Nel giugno del 2001 passai due settimane dalle parti di New York, al Brookhaven National Laboratory, BNL, in occasione della mia prima “ATLAS Overview Week”, il raduno annuale dell'esperimento che si tiene fuori dal CERN. All’epoca avevo iniziato il dottorato da un anno, era la mia prima volta negli Stati Uniti, e il mio primo meeting generale di quella Collaborazione in cui avrei poi vissuto la maggior parte della mia carriera professionale. Ai tempi mi pareva di parlare un inglese decente, ma in realtà ero lontanissimo dall’essere fluente. Per due settimane ho ordinato da mangiare a tentoni alla mensa di BNL con risultati spesso azzardati, e le conversazioni con gli studenti americani che pernottavano come me nelle dormroom di BNL erano una fatica atroce.

Appena sbarcato negli Stati Uniti avevo trovato il tempo di prendere d’assalto la sezione Science Fiction di un Barnes & Nobles che avevo trovato lungo la strada tra JFK  e BNL. portandomi a casa tutti i romanzi di Greg Egan che avevo trovato: Diaspora, Distress, Quarantine, la raccolta di storie brevi Axiomatic (Egan è un personaggio e uno scrittore particolare, che meriterebbe un articolo a se, ma proseguiamo...). Ne avrei divorato la maggior parte nella stanzetta della dorm di BNL, complici il jet-lag e una lunga domenica con poco da fare, con nessun mezzo di trasporto per portarmi fino a Ronkonkoma a prendere il treno per New York. Di quel week-end ricordo distintamente l'immersione totale nella fantascienza dura di Egan, perfetta per un aspirante scienziato, e che, letta in lingua originale in terra statunitense, mi sembrava persino migliore, più affilata, elegante; e il gusto orribile della Dr. Pepper’s, unica bibita rimasta nel distributore della zona comune delle dorm. Da allora non ho mai più letto nessun romanzo di fantascienza inglese se non in lingua originale, e non ho mai più assaggiato una Dr. Pepper’s. Penso che continuerò così.

Nel 2011 mi sono messo in testa di leggere tutti i romanzi di fantascienza che avessero vinto sia il premio Hugo che il premio Nebula. È un progetto che sta prendendo più tempo di quanto avessi previsto, soprattutto perché leggo molte altre cose, fantascienza inclusa, che deviano dalla lista un po’ arbitraria che mi sono scelto. Il che non vuol dire che non stia andando avanti: nel 2016 ho letto altri tre romanzi della lista, ma non ho trovato il tempo di recensirli. Devo modificare un po’ il formato delle recensioni, snellire le segnalazioni, anche perché, perlomeno questi ultimi tre erano veramente romanzi di qualità, che mi sento di consigliare a tutti, e sarebbe un peccato non parlarne.

Comincerò dunque da Gateway, in italiano La porta dell'infinito, un romanzo di Fredrich Pohl pubblicato nel 1977, vincitore ovviamente dei premi Hugo e Nebula, ma anche del Premio Campbelle e Locus, che ho letto all’inizio del 2016. Gateway è il nome di un asteroide che, da quello che gli uomini che lo hanno scoperto hanno capito, ha fatto funzione di base di partenza e arrivo per le astronavi di una misteriosa civiltà aliena, battezzata Heechee dagli scopritori e di cui si sa poco o niente. Gateway, crivellato de gallerie più o meno abitabili e riempito navette aliene e relative zone di lancio, sembra abbandonato, senza traccia alcuna degli utilizzatori originali. Intorno a Gateway si è costruita un’economia che ricorda un po’ la corsa all’oro. Nonostante l’incomprensibilità della maggior parte delle iscrizioni e dei meccanismi, gli scienziati umani sono infatti riusciti a far parzialmente funzionare alcune delle navette Heechee. “Parzialmente” nel senso che non è possibile controllarne la destinazione, e nella maggior parte dei casi le navette non rientrano alla base, o ritornano con l’equipaggio morto nei modi peggiori. Per i fortunati che riescono a sopravvivere al viaggio, però, a volte l’impresa regala una destinazione ricca, un luogo dove è possibile saccheggiare preziosi manufatti della civiltà aliena. Non c’è garanzia alcuna, però: decidere di partire è dunque una scommessa tra una remota possibilità di ricchezza e fama, e una fine orribile molto più probabile. Come sempre nella storia dell’uomo, sono spesso i più disperati a lanciarsi nell'impresa. Gateway è un romanzo deliberatamente angosciante, che sa trasmettere con maestria l’alterità e distanza incolmabile di una civiltà aliena, e la paura profondissima che accompagna chiunque scelga di scommettere la sua vita con l'uso delle navette Heechee.

Gateway ha come protagonista proprio uno di questi disperati che hanno trovato un modo per convivere con la paura, e hanno vinto la scommessa. Robinette Broadhead è in effetti tornato da più di un viaggio su una navetta Heechee, e dall'ultimo ha riportato indietro tecnologia che lo ha reso ricchissimo. Per tornare indietro, però, ha pagato un prezzo umano altissimo, di cui non voglio dire molto di più per non rovinare il finale a chi volesse leggere il libro. Basti sapere che l’evento finale è talmente sconvolgente che il protagonista, in un presente ormai lontano da Gateway e immerso nella sua nuova vita agiata, è in terapia da uno psicanalista robotico, le cui sedute si alternano al racconto della vicenda sull’asteroide.

Gateway è un esempio riuscitissimo dell’affresco di un mondo alieno, che a Pohl riesce persino meglio grazie all’espediente di costellare il testo di dettagli “a margine”. A intervallare il testo del romanzo appaiono volantini presi dalle bacheche di Gateway, listati di programmi di computer, rapporti di missione, stralci di notiziari della stazione spaziale: sono tutti elementi slegati dalla trama principale, ma che contribuiscono a fare di Gateway un luogo reale, e se possibile ancora più angosciante di quanto non fuoriesca dal racconto.

Ci sono aspetti del romanzo che ho trovato un po’ datati. L’uso delle droghe, per esempio, o l’insistenza su una certa promiscuità sessuale, mi sono sembrati un po’ troppo figli del tempo in cui il romanzo è stato scritto, e mi pare aggiungano poco allo dipinto della vita soffocante sull’asteroide alieno. Nonostante questo, globalmente mi pare che il romanzo sia invecchiato abbastanza bene.

Gateway è il primo romanzo di una saga che orbita intorno all’impero Heechee. Essendo l’unico che ho letto, non so dire se valga la pena approfondire con i seguiti. Per esperienza, so che a volte proprio il mistero e il non detto rendono più credibile le invenzioni della fantascienza. Gateway, però, vale certamente la pena.

Essendo Gateway un libro un po' vecchiotto (ha quarant'anni proprio quest'anno), non è semplicissimo da reperire. In Italia è stato pubblicato dall'Editrice Nord nella famosa serie Oro dei Classici della fantascienza, e lo si può trovare usato o in biblioteca. Altrimenti l'opzione di leggerlo in lingua originale resta sempre valida.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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