Che cos'è un femtobarn (inverso)?

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Dopo che ho pubblicato l'articoletto di venerdì sullo stato di LHC e le collisioni prodotte, ho continuato a ripetermi che avrei dovuto spiegare che cos'era un femtobarn inverso, l'unità di misura della luminosità integrata fornita dall'acceleratore, ovvero della qualità di collisioni prodotte. Mi sono arrovellato per qualche giorno, perché era convinto di aver già scritto qualcosa di simile nel passato.

Dopo una ricerca su Borborigmi, il mio io del passato ha confermato il mio sospetto. Nel 2009 avevo già scritto un bello spiegone, che trovate sotto il titolo altisonante di "Più è luminoso, più saranno gli eventi (interessanti)". Visti i tempi che corrono, credo che per curiosi e nuovi arrivati valga la pena andare a (ri)leggerlo.

(Quella qui sotto è una slide di un corso per laureandi e dottorandi che tengo ormai da tre anni: a volte per capire un concetto non serve matematica complicata.)

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In pausa (per poco)

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Le immagini dicono tutto, dettagli e interpretazioni nell'articolo di venerdì scorso. Vi basti sapere che le collisioni fornite da LHC nel 2016 sono ormai quasi tante quante quelle raccolte nel 2015.

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Sempre più dati da LHC (e la tensione cresce)

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Quello che vedete qui sopra è uno stralcio di una versione recente del programma delle operazioni di LHC per Aprile, Maggio e Giugno. Se aguzzate la vista e cercate la data di oggi, vedrete che dovremmo essere nel bel mezzo di un periodo chiamato MD, "Machine Development 1". Doveva trattarsi della prima settimana dopo la riannessione dell'acceleratore dedicata a mettere a punto i parametri della macchina, periodo durante il quale i fasci sarebbero circolati, ma non avremmo preso dati. Il MD1 sarebbe stato seguito da alcuni giorni di TS1, "Technical Stop 1", un'altro periodo di manutenzione, questa volta con l'acceleratore completamente spento. Qui sotto vedete invece la versione aggiornata del programma, approvata all'inizio di questa settimana. Il MD1 è scomparso, e il TS1 è stato ridotto a soli due giorni. Perché mai?

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La verità è che, nonostante alcuni piccoli incidenti di percorso, LHC sta funzionando veramente molto bene. Dall'inizio delle operazione del 2016 abbiamo raccolto circa 1.6 femtobarn inversi, più o meno la metà dei dati presi nel 2015, quelli in cui abbiamo trovato una possibile flebile traccia di una nuova particella. Un sacco di dati, dunque, raccolti molto in fretta.

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Per confermare o smentire questa possibile scoperta, i dati del 2016 sono fondamentali. Se l'eccesso di eventi con coppie di fotoni visto nel 2015 dovesse ripresentarsi nei dati del 2016, potrebbe arrivare il momento in cui potremmo potenzialmente annunciare una nuova scoperta. O, al contrario, se l'eccesso dovesse scomparire, potremmo chiudere questo capitolo archiviandolo come una fluttuazione statistica. Per poterci pronunciare in una direzione o l'altra, dobbiamo raccogliere nel 2016 una quantità di dati variabile tra 2 e più di 10 femtobarn inversi: il primo scenario, quello in cui l'eccesso del 2015 sarebbe un vero segnale di nuova fisica, e basterebbero dunque pochi dati per confermarlo, è chiaramente dietro l'angolo! Ecco perché il CERN ha deciso di rimandare i periodi di manutenzione, per arrivare il più in fretta possibile, e possibilmente già entro metà giugno, ad avere una quantità di dati sufficienti per una prima analisi che sia significativa.

Il che vi lascia immaginare come stia salendo la pressione da queste parti. Potremmo ritrovarci a dover dire qualcosa nel giro di una decina di giorni, e vi assicuro che, a ridosso di scadenze così fondamentali, non ci sente mai pronti, anzi. Al lavoro!

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Appunti confusi sulla morte dei blog (scientifici)

Un mesetto fa sono stato a Bologna, invitato dall'INFN a tenere una lezione sui blog scientifici nell'ambito di un corso di formazione per ricercatori dedicato a "Scienza e Media". Non è la prima volta che faccio una lezione o un intervento del genere: complice questo blog (e il libro) che ho scritto sono diventato un "ricercatore visibile", e in questo genere di scuole l'esperienza personale sembra essere sempre benvoluta. Blatero pubblicamente di blog scientifici, partendo dalla mia esperienza, ma cercando di analizzare il fenomeno con uno sguardo un po' più ampio, almeno dal 2012. Quando quest'anno mi hanno invitato per un intervento simile, però, devo ammettere che mi sono sentito un po' a disagio. Perché? Semplice: a essere completamente onesti, i blog in generale, e i blog scientifici in particolare, sono morti.

 

Cosa vuol dire che i blog sono morti? È un discorso lungo, per il quale, se l'argomento vi interessa, vi invito ad andate a spulciare nelle slide che ho usato come supporto per la mia chiacchiera a Bologna (sono qui sopra): troverete diversi link che analizzano il fenomeno in modo decisamente migliore di quello che potrei (e voglio) fare io su queste pagine. Semplificando molto, la realtà odierna è che il blog, usato come strumento di diario personale e di luogo di diffusione (più o meno commentata e curata) di contenuti reperiti in rete, è stato pressoché completamente soppiantato dai social network. Vuoi pubblicare una foto o un video di un viaggio, di un evento, di un incontro? Lo fai su Facebook, o su Instagram, o Youtube. Vuoi condividere e commentare un articolo interessante, o controverso? Lo posti su Twitter, o Facebook, o Google+. Hai un'opinione da rendere pubblica? Ancora: la posti su Facebook, Twitter, Tumblr, o qualunque sia il tuo social network di elezione. Perché dunque fare nel 2016 la fatica di aprire un blog, la cui manutenzione è tecnicamente più complessa, e il cui raggio d'azione diventa ogni giorno più corto? La maggior parte dei lettori potenziali sono comunque dentro le mura dei social.

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Succede così che i blog muoiono, perché la voglia di scrivere va di pari passo con la conversazione che un'opinione scritta genera, con il dibattito di cui riesce a far parte. E il dibattito, anche quello ancora generato da un contenuto ospitato su un blog, si è oggi irrimediabilmente spostato dai blog ai social, spesso in maniera frammetaria e inorganica, anche se non necessariamente becera. Quando scrivo qualcosa su Borborigmi, ho imparato che se voglio generare un po' di traffico, devo postare il link dell'articolo almeno su Facebook e Twitter. Ho anche imparato che le prime reazioni arriveranno proprio sui social, molto prima e molto più rapidamente di qualunque commento che faccia la strada necessaria per approdare sul blog. E sui social, la reazione è spesso semplicemente un "mi piace" on un "retweet", un generico attestato di stima o apprezzamento, che però non aggiunge nulla a quello che ho detto, che non fa domande, che non mi stimola a scrivere ancora, a approfondire, o a cambiare direzione. Non è un lamento, sia chiaro, ma una semplice constatazione di come funziona la realtà. Nel corso di una della mie lezioni sui blog scientifici, tenuta a una scuola per dottorandi, un paio di anni fa, una studentessa mi chiedeva: "Ma tu leggi tutto quello di cui dici "mi piace" o che re-tweetti?". La domanda era di per sé l'ammissione di un atteggiamento diffuso: ormai basta aver scannato il titolo di un contenuto per considerarlo proprio. E questo atteggiamente ha conseguenze dirette sui contenuti stessi.

Anche se decidi di mantenere aperto un sito personale, inoltre, la dimensione cronologica, così essenziale alla natura del blog, è ormai un sogno irraggiungibile. Sono gli algoritmi di Google o di Facebook che controllano la visibilità di quello che scrivi, e il valore dell'evoluzione temporale è perso irrimediabilmente. Il che ovviamente cambia l'essenza stessa di un blog, che si trasforma in un sito più tradizionale, un contenitore di contenuti gioco forza più anonimo, o, se connotato, definito da un tono istantaneo, e non da un'evoluzione, che era invece la sua cifra originaria.

Che i blog "muoiono" vuol dire che chiudono, che languono accuditi poco, oppure semplicemente che si trasformano. Qualche mese fa Wolly ha diffuso un plugin per WordPress, il motore che fa funzionare Borborigmi come altri milioni di siti, che conta il numero di articoli e commenti nella vita di un blog. Ecco che cosa dice di Borborigmi, che fra un mesetto compirà 10 anni.

Anno Nr.articoli Media caratteri per articolo Caratteri tot per articolo Media commenti Commenti totali
2015 35 4,120 144,197 13.2 462
2014 46 3,644 167,597 12.8 589
2013 57 4,073 232,123 13.5 769
2012 78 3,941 307,353 24.2 1,889
2011 86 5,196 446,818 29.4 2,529
2010 95 3,690 350,511 22.9 2,173
2009 76 3,256 247,388 18.9 1,438
2008 80 3,055 244,362 25.5 2,036
2007 67 2,617 175,335 3.4 230
2006 44 2,263 99,564 0.3 14

Io ho certamente iniziato a scrivere meno (tra il 2012 e il 2015  c'è circa un fattore due di meno sia per  numero di articoli sia per la lunghezza complessiva di quello che ho scritto), ma ho anche scritto altrove (un libro, svariati articoli per giornali), mentre la partecipazione dei lettori è crollata ancora di più. QED.

Sui blog scientifici, infine, ci sono alcune cose specifiche da aggiungere. Quando ho cominciato a scrivere Borborigmi, nel 2006, sui blog si usava ancora una roba chiamata blogroll: una lista di blog "amici" con i quali si conversava. In quella lista ci saranno stati non più di una dozzina blog che parlavano di scienza. Poi, a un certo punto, e nemmeno tanto gradualmente, scrivere di scienza è diventata un'attività diffusa, persino ambita, per non dire di moda. Se date un'occhiata al censimento dei blog scientifici italiani compilato dal Chimico Impertinente, vi troverete una lista di oltre 300 blog. Quanti di questi sono ancora attivi? Quanti hanno  costruito un progetto organico nel tempo, senza soccombere alla sindrome del sito generalista acchiappa-click? Il fatto stesso che l'ultimo aggiornamento della lista sia della fine del 2012 secondo me la dice lunga su un'esplosione notevole ed entusiasta, seguita da un certo (fisiologico) abbandono.

Fabbri_Facebook_CF_2016-05-24

Qualche giorno fa Franco Fabbri, che dai laboratori INFN di Frascati si occupa da anni di comunicazione della fisica), tirava un po' amaramente le fila (su Facebook!) dell'esperienza di Comunicare Fisica, una conferenza sulle "tematiche e metodologie della comunicazione della fisica da parte dei ricercatori verso il pubblico non specializzato". Due suoi commenti sull'esperienza mi hanno colpito, e mi sembra parlino (anche) di come l'esperienza dei blog scientifici sia evoluta nel tempo (i grassetti sono miei):

La Conferenza segue nel corso degli anni l'evoluzione dell'impegno dei fisici italiani a popolarizzare direttamente la fisica presso il vasto pubblico. Dal 2005, anno pionieristico, al 2012 un anno prima della scoperta dell'Higgs che caratterizzerà poi la progressiva inflazione di iniziative divulgative spesso di modesta qualità. (...)

Nel 2014 un'edizione a Napoli, presso la Città della Scienza, tenta di ricollocare ComunicareFisica da evento culturale di conferenza tematica rivolta al ricercatori impegnati nella divulgazione scientifica, a conferenza-evento spendibile presso il pubblico. Da conferenza riservata ai comunicatori, quindi di servizio, si tenta di inserirla nell' "usa e getta" comunicativo liquido e generalizzato. (...)

Alla scuola di Bologna, subito prima di me, una giornalista parlava della "disseminazione" dei progetti europei. Tra le altre cose, abbordava la necessità di includere nei progetti stessi l'idea di avere un sito web di divulgazione dei risultati, un account Twitter, una pagina Facebook. Alcuni dei ricercatori presenti sembravano inorriditi all'idea, come se raccontare al pubblico i risultati delle proprie ricerche con uno strumento che non fosse un testo lungo su un sito più o meno ufficiale snaturasse la qualità della divulgazione. Penso che si siano un po' ricreduti dopo la mia chiacchierata, ma una certa dissonanza cognitiva mi ha accompagnato alla fine della lezione. Erano ricercatori decisi ad investirsi nella comunicazione della scienza, ma sembravano avere paura di (o non sapere) come la rete è evoluta, e quali sono le conseguenze. Sono magari motivati ad aprire un blog (malgrado tutte le considerazioni su come i blog siano diventati uno strumento persino marginale nell'internet di oggi), ma non hanno un account Twitter, usano Facebook soltanto per i contatti personali, raramente conoscono gli strumenti comunicativi digitali che stanno emergendo recentemente. C'è parecchio lavoro di formazione agli strumenti da fare, forse lasciando i blog in quanto tali un po' da parte.

In conclusione, forse, prima di parlare di strumenti, bisognerebbe parlare di comunicazione della scienza sulla rete. Poco importa se oggi per parlare di scienza su internet sia meglio usare un blog, una newsletter, un podcast, una presenza intelligente sui social network. La rete ha (assunto) delle dinamiche proprie, che influenzano anche come si parla di scienza, e il modo in cui  la comunicazione possa essere (poco, molto) efficace se fatta con questi mezzi specifici. Ho letto di recente un bel post su uno dei blog scientifici più longevi della rete, di cui vi consiglio la lettura (in inglese, sorry, così come gli articoli citati all'interno del testo), che fa una serie di analisi interessanti. Ve ne traduco un stralcio che mi pare illuminante:

Generiamo un sacco di contenuti sulla scienza che vengono consumati principalmente da persone che hanno già a cuore l'argomento, un po' come legioni di giornalisti generarono mucchi di storie e infiniti commenti su Beyoncé e mille altre celebrità. E, di tanto in tanto, una frazione di questi contenuti, avrà per caso un impatto anche sulla consapevolezza di persone che non  stanno attivamente cercando informazioni  legate alla scienza, lasciandole con la stessa consapevolezza un po' casuale che io ho della cultura delle celebrità.

Ecco, diciamocelo: molta della divulgazione scientifica che facciamo in rete, con i blog con altri mezzi, di fatto parla a orecchie già avvertite. Forse, come conseguenza, dovremmo semplicemente prenderci un po' meno sul serio, sperando che quei contenuti che di per sé parlano principalmente alle orecchie che già vogliono ascoltare, a volte, per caso, raggiungano anche chi quell'informazione non la cerca. Oppure, dovremmo iniziare a considerare l'idea di andare attivamente a parlare di scienza altrove, in luoghi (fisici e virtuali) in cui non tutto l'uditorio sia già predisposto a ascoltare?

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LHC è ripartito (nonostante la faina)

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C'è stato un periodo in cui averi scritto un articoletto di questo genere un giorno si e uno no. Oggi il tempo di fare la cronaca in diretta non lo trovo facilmente, ma questa è una notizia importante da dare. LHC è ripartito, e si preannunciano tempi interessanti.

Sui giornali del mondo intero la settimana scorsa faceva furore la notizia di una faina che avrebbe messo in ginocchio l'acceleratore. Non è falso, ma la notizia è stata decisamente esagerata. In effetti due settimane fa, una faina si è intrufolata nell'area nel mezzo della campagna che ospita alcuni dei trasformatori che alimentano l'acceleratore. Saltando su un trasformatore che porta 66000 Volt, la faina ha provocato un arco voltaico che ha nell'ordine: 1) arrostito la povera bestia, pace all'anima sua; 2) danneggiato il trasformatore; e 3) fatto saltare i "salvavita" che proteggono l'alimentazione dei magneti di LHC e di 3 dei 4 esperimenti. Dopo i controlli di rito e un po' di lavoro di riparazione, a metà della settimana passata LHC era di nuovo pronto a partire. Cosa volete farci? È il destino delle installazioni industriali nella campagna, che siano per ricerca o altro, quello di fare regolarmente i conti con la natura che cerca di riconquistare il suo spazio. Se il trasformatore in questione fosse stato un po' più là, probabilmente sarebbe rimasta al buio Ginevra.

Tra gli aspetti buffi della questione, ovviamente il modo con cui la non-notizia si è propagata sui media del mondo. Le faine sono famose per mangiucchiare i cavi, specie dei motori delle automobili, e dunque sui giornali la faina avrebbe "rosicchiato" il cavo a 66 kV (ve lo immaginate?). Pare poi che durante lo scorso weekend più di un museo di storia naturale volesse recuperare il corpo della bestia per impagliarlo (ma perché? Per poter fare l'etichetta "la faina che ha fermato LHC"?), salvo trascurare il fatto che, se prendete un piccolo mammifero e lo fate attraversare dalla corrente generata da 66 kV, non ne resta molto da impagliare. Infine, la traduzione di "fuine" pare essere stata problematica in tutto il mondo: tra gli anglofoni è diventata "weasel" (che vuol dire "donnola", mentre la faina è un "beech marten"), in Italia ho spesso letto "donnola", probabilmente direttamente tradotto dall'inglese. Mah.

LHC è ripartito, collidendo protoni a un'energia nel centro di massa di 13 TeV. È la stessa energia delle collisioni raccolte nel 2015, ma la quantità di dati che ci aspettiamo tra qui e l'estate potrebbe già essere tripla di quella dell'anno scorso, e dieci volte tanto entro la fine dell'anno. Se avete seguito l'eccitazione della fine dell'anno, capirete che aspettiamo questi dati con una certa ansia. C'è davvero una nuova particella che si nasconde tra i dati? Siamo alle soglie di una nuova rivoluzione nella nostra comprensione del mondo? O invece la Natura, severa maestra e subdola lanciatrice di dadi, ci ha riservato una fluttuazione che sparirà tra qui e luglio? I prossimi tre mesi saranno molto interessanti, e altrettanto densi.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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