I tavolini di certi bar di Torino

Tra aprile e maggio dell'anno appena concluso sono stato a lungo in giro per l'Italia, a incontrare gli studenti delle scuole superiori i cui insegnanti mi avevano invitato a chiacchierare di fisica delle particelle. Mia moglie, rimasta pazientemente a casa con la figliola, aveva a suo tempo ribattezzato i miei giri come il “never ending tour”, dando delicatamente voce ai miei racconti del ritorno, che cercavano di raccontare quella scuola e quegli studenti italiani che mi pareva di aver intravisto:

La destinazione varia immancabilmente, come la temperatura diurna nel mese di aprile. Vicenza, Valdagno, Palazzolo, Milano, Seregno, Bologna, Torino, Catania, Floridia. Una biglia impazzita, insomma, con una certa, malcelata preferenza per gli abitati di provincia.  Il suo “never ending tour” segue la traiettoria, sgangherata e del tutto casuale, degli inviti che lo scienziato riceve da parte di scuole, biblioteche e licei, in giro per lo Stivale, isole incluse. (...)

Vi lascio andare a leggere tutto il suo articolo, se vi interessa.

Quello che ogni tanto succede, è che qualcuno degli studenti che incontro si rifà vivo, dopo poco o tanto tempo, per continuare le chiacchiere iniziate di persona. È stato il caso di C. del Liceo Lorenzini di Pescia, che, tra le altre cose, è la direttrice ir-responsabile (così recita il colophon!) del giornalino della scuola. Questo autunno C. mi ha scritto per propormi un' intervista per la loro pubblicazione, intervista che è uscita sul numero di novembre 2016 del giornale della sua scuola. Siccome le domande che mi ha posto C. sono, in buona parte, quelle tipiche che mi vengono fatte ogni volta che faccio uno dei miei incontri ("Quale è stato il tuo percorso di studi?", "Cosa pensi dei cervelli in fuga?", "Credi nell'esistenza di un Dio?", e così via...), ho pensato di condividere le risposte che ho dato in quell'occasione. Il PDF dell'intervista si può scaricare qui.

Ovviamente prendete le risposte per quello che sono: la mia personalissima opinione, in quel particolare momento. Vi anticipo qui sotto un pezzo dello scambio, che mi sembra in tono con questi giorni di rientro in Francia, dopo la pausa natalizia passata in Italia. Buona lettura.

Le manca un po’ l’Italia?  Se sì, cosa maggiormente?

Sono un emigrato privilegiato, niente a che vedere con i nostri nonni e bisnonni che attraversavano l’oceano con la nave, non tornavano per anni e avevano solo le lettere come mezzo di comunicazione. La mia casa in Francia dista tre ore di automobile da quella in Italia in cui sono cresciuto, e tra Skype, posta elettronica e social network posso facilmente mantenere rapporti e amicizie. C’è però anche un effetto collaterale: questa vicinanza, fisica e virtuale, non fa che ricordarmi costantemente del fatto di essere partito, e di come la distanza, nonostante tutto sia, incolmabile.

Mia moglie Irene, che scrive per mestiere e molto meglio di me, ha riassunto questa sensazione in un piccolo articolo molto bello, intitolato “Un cappello da tenere sempre in testa”: “Viviamo nell’epoca della condivisione obbligatoria ed esibita di ogni momento, sia esso di gioia o di dolore, di ogni traguardo, o fallimento. Ma chi sta lontano, non importa quanto o perché, sa, forse più consapevolmente degli altri, che questa condivisione non è che una chimera. Una finzione. Un miraggio collettivo. La distanza è troppo intima per essere condivisa e se ne sta lì, spessa come un muro di cinta, a tracciare i confini di un altrove degli affetti e della mente cui, ironia anche questa, non apparterremo mai del tutto.”

Dell’Italia mi mancano le edicole, i tavolini di certi bar di Torino, il caffè e i tramezzini, le piazze con i ciottoli e i colori dei muri delle case nelle campagne del Piemonte e della Liguria. Mi mancano le forme delle cime delle Alpi viste da quella parte, ché di qua sono le stesse, ma sembrano diverse. Mi manca l’italiano, inteso come lingua, perché, nonostante ormai parli correntemente francese e inglese, c’è una ragione per cui la tua lingua “madre” si chiama così. E poi mi manca un po’ l’impegno politico e sociale, quello fatto con le mani e con i piedi e non solo sul web, e che da quando sono partito non frequento più come facevo prima.

L'arbero di Natale delle mille luci, Piazza Castello, Torino, Natale 2016. Foto di qualità scattata con il mio furbofono più-che-vintage.

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Un biglietto di auguri da ATLAS anche nel 2017

Nel 2010 su questo blog è nata una tradizione, legata all'inizio di un anno nuovo, e ai biglietti di auguri che ATLAS prepara perché noi collaboratori possiamo mandarli a colleghi e amici. L'idea è quella di inviare un augurio di buon anno a un lettore di Borborigmi, e cogliere al contempo l'occasione per riaprire le danze sul blog. Qui ci sono le "chiamate agli auguri" del 2010, 2011, 2012, 2013, 2014 e 2015: un vero proprio appuntamento.

Aggirandomi tra le pagine del blog, mi sono però vergognosamente accorto che, all'inizio dell'anno appena concluso, ho completamente saltato il tradizionale invio. Non che ATLAS non avesse stampato i biglietti per augurare un buon 2016: il mio stato di prostrazione lavorativa all'inizio dell'anno appena concluso, di cui sono riuscito a raccontare un po' intorno a Pasqua, mi ha fatto sfuggire di mente l'appuntamento. Chiedo venia ai lettori, e prometto che troverò un modo per farmi perdonare.

Una tradizione esiste solo se la si continua. Nonostante il salto del 2016, riprendo dunque le buone abitudini, con gli auguri per questo nuovo 2017 appena iniziato. Quest'anno il biglietto di auguri di ATLAS mostra da una parte un event display del rivelatore, con un po' di neve posticcia a imbiancare le camere a muoni, dall'altra una foto innevata dell'edificio sotto il quale si trova l'esperimento (e da questo lato la neve è reale).

Le regole sono le solite: se vi interessa ricevere un biglietto di auguri di ATLAS con un augurio manoscritto del sottoscritto, lasciate qui sotto un commento con il vostro augurio. Tra tutti quelli che avranno lasciato il loro pensiero entro il 13 gennaio, estrarrò a sorte due fortunati a cui manderò i biglietti che ho preso per i lettori di Borborigmi. Se poi nei commenti avrete voglia di dirmi che cosa vorreste leggere o vedere su queste pagine nei mesi che verranno, tanto meglio! Io ho qualche idea, vediamo che cosa se ne verrà fuori. Nel frattempo, auguri di un 2017 fruttuoso e sereno!

Aggiornamento, 6/1/2017: qualcuno chiede nei commenti "perché entro il 13 gennaio?". È una data scelta più o meno a caso, per dare circa due settimane ai lettori per commentare se hanno voglia, e allo stesso tempo riuscire spedire i biglietti dei vincitori in modo che arrivino magari persino entro la fine di gennaio, che è la data ultima che il galateo indica per gli auguri di buon anno nuovo!

Aggiornamento, 13/1/2017: tempo scaduto, commenti chiusi, ci sono 43 partecipanti. Nel weekend estraggo i vincitori!

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Dall’immagine tesa

Un portone a Oingt, Francia. Scattata il 31 dicembre 2009.

Un portone a Oingt, Francia. Scattata il 31 dicembre 2009.

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno.
Ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto.
Verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Clemente Rebora, Canti anonimi, 1920

(un augurio di buon Natale, di attesa e di speranza)

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L'ultima estate. Romagna, sabato 13 agosto 1994

Santa Sofia di Romagna (foto di drs1ump da Flickr)

(L'ultima estate è un esperimento di scrittura post-adolescenziale postuma, ispirato al podcast Mortified. Ho scritto questo testo tra l'estate del 1994, l'autunno del 1997 e la primavera del 1999, ma se passate il mouse sui numerelli appariranno dei box di commento scritti oggi, a più o meno 20 anni di distanza. Questa è la decima puntata, il racconto inizia qui.)

Il risveglio è fresco e piacevole. Per una volta decidiamo, per economia, di mangiare “al sacco” facendo la spesa. Sopra il campeggio c’è uno splendido luogo con tavolo nel bosco e fonte. Mentre Flip e Tecla si esibiscono in eccezionali prove canore, [1]Eccezionali è un eufemismo, né Flip né Tecla sono mai stati noti per la loro abilità nel canto. Il lettore attento avrà notato alcuni abbozzi di avvicinamento tra certi personaggi del racconto: che ci sia qualcosa sotto? E cosa posso saperne io, notoriamente disattento e ignaro delle manovre seduttive più evidenti? per contrastare il caldo Willi e Maia comprano dieci chili di anguria. A riprova della fortuna che ci segue nel nostro pellegrinare, appena giunti sul luogo del picnic comincia a diluviare.

Prima di partire per questo viaggio, Maia ed io siamo stati a un campo in tenda [2]Campo scout, ca va sans dir. durante il quale ha piovuto dodici giorni su tredici. A duemila metri di altitudine. [3]Eravamo a Sant'Anna di Vinadio, quota 2035 s.l.m., dove sorge il santuario più alto d'Europa e dove confluiscono a condensare tutte le correnti estive umide del Piemonte. Passando le giornate a costruire ripari di emergenza e a curare ragazzi malati. [4]Quel campo era stata un'impresa discretamente epica, in effetti. È comprensibile che l’idea di stare sotto la pioggia ci lasci un po’ perplessi, quantomeno.

Maia viene istantaneamente presa da una crisi epilettica mentre io comincio a schiumare dalla bocca. La gioia di noi due aumenta quando qualche spiritosona propone di montare un sovratelo – di una tenda – come riparo (una truna anche in vacanza? Noooo!!!). [5]Una truna, nel nostro lessico familiare scout, è un riparo di fortuna approntato per difendersi dalle intemperie nel mezzo della selvaggia foresta. In piedi, fradici, bagnati e al freddo mangiamo un panino al prosciutto, [6]Che allegria. E i dieci chili di anguria? poi riprendiamo il viaggio in auto per S. Sofia.

A S. Sofia, ridente località turistica romagnola ci ospita Lamù [7]Il nome dell'aliena in bikini leopardato andrà benissimo a nascondere l'identità di questa nuovo incontro. Lamù era stata compagna di scuola di Cassandra, e sua grande amica. Prima che lo chiediate, no, non ci sarà nessun Ataru Moroboshi nel racconto., una delle strane amiche di Cassandra.

A S. Sofia giungiamo senza danni, e del viaggio ben poco mi ricordo. Lamù ci ospita in casa, dormiremo su letti veri e non più per terra. La casa è gremita di altra gente, amici e parentame vario di Lamù.

Notizie salienti del pomeriggio: alcuni giocano a fresbee con abilità nel prato; Willi, Flip e Kurt vengono circuiti da una signorina bisognosa di aiuto per montare un fornello. Conosciamo Sheila, cugina di Lamù, e Matthew, il suo moroso, Kelli e Tati. [8]L'identità di queste nuove conoscenze sarà astutamente nascosta dietro i nomi dei personaggi di Occhi di gatto.

Io questa signorina fantomatica non l’ho vista, e d’altronde sono l’unico maschietto con consorte al seguito, così dedicarmi al servizio del prossimo di sesso opposto non rientra tra i compiti che mi spettano. [9]Anche se, come ho fatto notare più di una volta, nel corso di questa benedetta vacanza la mia d'allora fidanzata è troppo spesso in tutt'altre faccende affaccendata. E all'epoca io ero già bravissimo a aggiustare fornelli, attività in cui ancora mi distinguo al giorno d'oggi. Non riesco a però togliermi dalla testa l’immagine di una donna fasciata da indumenti tipo cuoio e gomma e borchie, criniera rossa, mangiatrice di ragazzi gentili. Kurt torna due o tre volte a casa, per un cacciavite, o lo scotch o che ne so, e i suoi racconti sono decisamente equivoci. Ma a chi vuole raccontarla?

In un accesso di pazzia, dopo cena ci introduciamo, dopo un salto alla festa dell’AVIS, nel tipico locale romagnolo (il “Terme Club”). [10]Una grande discoteca multi-piano a Bagno di Romagna. Ci sono tarri [11]Tamarri. dappertutto e teckno a palla: [12]Conservo qui la grafia originale del diario, so bene che andrebbe scritto con la "H" e non la "K". mi diverto come un folle a confrontare il mio abbigliamento ed il mio stile di danza (che piace molto ad Maia) con quello degli autoctoni. L’idea di ritornarci un’altra volta, però, mi disgusta profondamente. [13]All'epoca, come deve essere ormai chiaro, sono uno scassone alternativo altermondialista francescano-leninista, dentro e fuori, dunque parecchio lontano dalla fauna media di una grande discoteca romagnola. E però quanta supponenza, quanta alterigia nelle mie parole. Sullo stile di danza sorvolo.

Che cosa diavolo ci si mette per andare in discoteca? Decido che i pantaloncini corti che ho addosso e la maglietta rossa con la citazione maoista [14]"La rivoluzione non è un pranzo di gala". Si tratta di una maglietta rossa da due soldi con la citazione maoista aggiunta a mano con pennarello indelebile nero. Dovrebbe dare un'idea chiara del raffinato stile d'abbigliamento che sfoggiavo all'epoca. andranno benissimo, ma laggiù mi guardano come fossi un marziano. [15]Ma dai? E cosa mi aspettavo? Il locale è gigantesco, su due piani: “Al primo, musica anni ’70, sopra invece trovate la disco”. Proviamo sotto, ed è già abbastanza dura resistere, quindi decidiamo che visto il prezzo del biglietto, dobbiamo andare anche sopra. Kurt smette di giocare al buttafuori [16]Ruolo che si adatta bene al suo fisico e le sue maniere. e ci segue, anche se sopra più che ballare si dedica all’osservazione vogliosa delle ragazze sui cubi.

Alle 4.30 torniamo (tra l’altro ci separano da casa 18 km di strada di montagna – e tra l’altro guido io dietro a Kurt che corre, e ho la patente da due mesi). [17]Ricordo che all'arrivo Kurt si complimentò per la guida, facendomi però notare che frenavo troppo spesso nelle curve per poter ambire a una qualificazione per un rally. Prima di rincasare il fornaio Tatiano ci fornisce da rifocillarsi. L’auto di Tecla sta per tirare le cuoia, e ciò non è bello. Alle 5.30, mentre Cassandra e Lamù vanno ad aspettare l’alba in mezzo alle case (brave!) [18]Ma come "brave!". La tua ragazza si invola a terminare romanticamente la nottata con un amica e non con te, e tu pure scrivi sul diario frasette di apprezzamento all'elegante iniziativa. E perché tu non sei andato? Che tonto, che tonto! – non la vedranno – ci addormentiamo con i seguenti equipaggi: un lettone, Maia, Flip, Tecla; l’altro lettone, Kurt, io e Willi.

Cassandra e Lamù dormiranno in una terza stanza. Queste disposizioni rimarranno tali o peggio nei prossimi giorni. Prima di addormentarmi mi sorgono alcune domande: perché non posso dormire con la mia ragazza, almeno in vacanza? [19]Forse perché la tua ragazza non ci tiene particolarmente a dormire con te? Forse perché sei un pirlotto? Perché le persone che meno vanno d’accordo in questo giorni sono nello stesso letto? [20]Forse perché in realtà vanno molto più d'accordo di quanto non sembri, o amerebbero andare andare molto più d'accordo, perlomeno in una qualche specifica permutazione? Ci arriverò prima o poi, ci arriverò. Perché Kurt occupa così tanto posto? [21]Questa è facile.

Nel corso della notte Kurt cerca di abbracciarmi. Domani mattina mi racconterà serafico di aver fatto dei bellissimi sogni nella notte, pieni di donnine discinte: da domani sera dormirò guardingo sul bordo del letto.

Note   [ + ]

1. Eccezionali è un eufemismo, né Flip né Tecla sono mai stati noti per la loro abilità nel canto. Il lettore attento avrà notato alcuni abbozzi di avvicinamento tra certi personaggi del racconto: che ci sia qualcosa sotto? E cosa posso saperne io, notoriamente disattento e ignaro delle manovre seduttive più evidenti?
2. Campo scout, ca va sans dir.
3. Eravamo a Sant'Anna di Vinadio, quota 2035 s.l.m., dove sorge il santuario più alto d'Europa e dove confluiscono a condensare tutte le correnti estive umide del Piemonte.
4. Quel campo era stata un'impresa discretamente epica, in effetti.
5. Una truna, nel nostro lessico familiare scout, è un riparo di fortuna approntato per difendersi dalle intemperie nel mezzo della selvaggia foresta.
6. Che allegria. E i dieci chili di anguria?
7. Il nome dell'aliena in bikini leopardato andrà benissimo a nascondere l'identità di questa nuovo incontro. Lamù era stata compagna di scuola di Cassandra, e sua grande amica. Prima che lo chiediate, no, non ci sarà nessun Ataru Moroboshi nel racconto.
8. L'identità di queste nuove conoscenze sarà astutamente nascosta dietro i nomi dei personaggi di Occhi di gatto.
9. Anche se, come ho fatto notare più di una volta, nel corso di questa benedetta vacanza la mia d'allora fidanzata è troppo spesso in tutt'altre faccende affaccendata. E all'epoca io ero già bravissimo a aggiustare fornelli, attività in cui ancora mi distinguo al giorno d'oggi.
10. Una grande discoteca multi-piano a Bagno di Romagna.
11. Tamarri.
12. Conservo qui la grafia originale del diario, so bene che andrebbe scritto con la "H" e non la "K".
13. All'epoca, come deve essere ormai chiaro, sono uno scassone alternativo altermondialista francescano-leninista, dentro e fuori, dunque parecchio lontano dalla fauna media di una grande discoteca romagnola. E però quanta supponenza, quanta alterigia nelle mie parole. Sullo stile di danza sorvolo.
14. "La rivoluzione non è un pranzo di gala". Si tratta di una maglietta rossa da due soldi con la citazione maoista aggiunta a mano con pennarello indelebile nero. Dovrebbe dare un'idea chiara del raffinato stile d'abbigliamento che sfoggiavo all'epoca.
15. Ma dai? E cosa mi aspettavo?
16. Ruolo che si adatta bene al suo fisico e le sue maniere.
17. Ricordo che all'arrivo Kurt si complimentò per la guida, facendomi però notare che frenavo troppo spesso nelle curve per poter ambire a una qualificazione per un rally.
18. Ma come "brave!". La tua ragazza si invola a terminare romanticamente la nottata con un amica e non con te, e tu pure scrivi sul diario frasette di apprezzamento all'elegante iniziativa. E perché tu non sei andato? Che tonto, che tonto!
19. Forse perché la tua ragazza non ci tiene particolarmente a dormire con te? Forse perché sei un pirlotto?
20. Forse perché in realtà vanno molto più d'accordo di quanto non sembri, o amerebbero andare andare molto più d'accordo, perlomeno in una qualche specifica permutazione? Ci arriverò prima o poi, ci arriverò.
21. Questa è facile.
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L'ultima estate. Emilia, venerdì 12 agosto 1994

Giallo e blu sul pavé di Ravenna (foto di Luca Sartoni da Flickr)

(L'ultima estate è un esperimento di scrittura post-adolescenziale postuma, ispirato al podcast Mortified. Ho scritto questo testo tra l'estate del 1994, l'autunno del 1997 e la primavera del 1999, ma se passate il mouse sui numerelli appariranno dei box di commento scritti oggi, a più o meno 20 anni di distanza. Questa è la nona puntata, il racconto inizia qui.)

La bottiglia di Pernod era da pagare, e inoltre è bene ricordare che sulla macchina di Kurt non si possono neanche rollare le sigarette (neanche fare il gesto). [1]Sarà premura del lettore riflettere sul fatto che Kurt è un fumatore, fuma sulla sua auto sigarette confezionate - mia pare fosse nel periodo delle Lucky Strike - ma rabbrividisce all'idea che qualche truciolo di tabacco da hippy caschi sui tappetini immacolati.

Stamattina ci alziamo alle 7.30 (!) per lasciare il campeggio alle 11.30 (l’auto di Tecla non parte). [2]Delle disavventure legate ai problemi tecnici dell'auto di Tecla racconterò altrove. Ovviamente una macchina che non parte - se non dopo ore di cure e attenzioni - non è lo strumento ideale per una vacanza automobilistica. Direzione: Ravenna! [3]Dove eravamo già stati ieri, ma la mancanza di iniziativa porta a ripetere. Nel pomeriggio alcuni visitano (Cassandra, Tecla ed io), altri cazzeggiano (Willi, Maia), Flip e Kurt cercano un posto dove pernottare.

Il gruppo si sta sfaldando, o è soltanto un’impressione? [4]No, non è un'impressione. Gli equipaggi delle auto sempre più fissi sono un segno. [5]E sua quale automobile sono confinato ormai lo sapete. Maia ed Tecla sono arrivate insieme, ma adesso è molto se si parlano. [6]Dietro a questo dissapore ci sono problemi complessi, che la mia mente di maschietto ventenne all'epoca non riesce ancora ad afferrare completamente. Ci arriverò, prima o poi.

Cassandra ed io giriamo con Tecla per i monumenti della bellissima Ravenna, ma non serenamente. Sul sagrato di una qualche chiesa, Tecla fuma silenziosamente – a che pensa? – mentre io tento di immortalare Cassandra in qualche foto, ma non è che si presti molto: anche lei non è poi così in forma. [7]Un quadretto allegrissimo, non trovate? A pensarci bene, non è che riesco a passare molto tempo con lei, in questi giorni [8]Diciamo pure che non stiamo insieme praticamente mai. Il che dovrebbe farmi pensare: stare col moroso dovrebbe essere preferibile al fare la crocerossina dei cuori infranti degli amici. O forse no? – per di più sono con Willi, infatti – che poi lei ha sempre qualcuno che le deve parlare o da consolare o che ne so. [9]All'epoca Cassandra era cintura nera di supporto morale. Ogni gruppo di ventenni ha la sua Candy Candy. All'epoca a me quest'attitudine sembrava essenziale e ammirabile e persino sexy come solo la generosità a volte può essere. A distanza, cinico e baro quale sono diventato, mi fa un po' tristezza. Poi le viene mal di testa e ciao a tutti e giù kilios a manate, [10]Il Kilios è (era?) una pastigliona di acido acetilsalicilico: un'aspirina glorificata, insomma. Forse l'ibuprofene avrebbe funzionato meglio? O il paracetamolo? O la vodka? che secondo me un giorno o smette di farle effetto o vede la madonna.

A un certo punto incontriamo Maia e Willi, seduti su gradino con un cartoccio di vinaccio bianco, [11]Una versione locale del Tavernello, probabilmente, conoscendo le usanze dell'epoca. Ognuno cura la proprio tristezza come può. ma ci separiamo subito. Ma torniamo a Flip e Kurt...

Essi (lodato sia il loro nome) trovano il camping “Acquacheta” al confine tra Emilia e Toscana, altitudine 400 metri circa! FA FRESCO FINALMENTE! Il sonno per questa notte è assicurato. La strada per arrivare sembra una strada da rally, cosa che fa ovviamente impazzire Kurt. [12]Vi lascio immaginare la serenità dell'equipaggio dell'auto di Kurt durante il viaggio. Tremo ancora oggi al ricordo di quelle curve cieche in salite prese in controsterzo.

Per Kurt oggi abbiamo rispolverato uno splendido soprannome: omiss. [13]Il soprannome svelerebbe l'identità segreta di Kurt, e dunque devo occultarlo. Dirò soltanto che si tratta dell'ennesima storpiatura del suo nome e cognome, in questo caso coniata nel 1985 dall'allora nostra caporeparto scout. Come è prevedibile, Kurt è contentissimo di questa nostra idea.

Alcuni borbottano, altri sono scazzati, altri immancabilmente felici (o pici, plurale di picio). [14]Chiaramente mi piace  pensare di appartenere all'ultima categoria, ma è ovviamente un posa, una maschera. Andiamo a dormire.

Note   [ + ]

1. Sarà premura del lettore riflettere sul fatto che Kurt è un fumatore, fuma sulla sua auto sigarette confezionate - mia pare fosse nel periodo delle Lucky Strike - ma rabbrividisce all'idea che qualche truciolo di tabacco da hippy caschi sui tappetini immacolati.
2. Delle disavventure legate ai problemi tecnici dell'auto di Tecla racconterò altrove. Ovviamente una macchina che non parte - se non dopo ore di cure e attenzioni - non è lo strumento ideale per una vacanza automobilistica.
3. Dove eravamo già stati ieri, ma la mancanza di iniziativa porta a ripetere.
4. No, non è un'impressione.
5. E sua quale automobile sono confinato ormai lo sapete.
6. Dietro a questo dissapore ci sono problemi complessi, che la mia mente di maschietto ventenne all'epoca non riesce ancora ad afferrare completamente. Ci arriverò, prima o poi.
7. Un quadretto allegrissimo, non trovate?
8. Diciamo pure che non stiamo insieme praticamente mai. Il che dovrebbe farmi pensare: stare col moroso dovrebbe essere preferibile al fare la crocerossina dei cuori infranti degli amici. O forse no?
9. All'epoca Cassandra era cintura nera di supporto morale. Ogni gruppo di ventenni ha la sua Candy Candy. All'epoca a me quest'attitudine sembrava essenziale e ammirabile e persino sexy come solo la generosità a volte può essere. A distanza, cinico e baro quale sono diventato, mi fa un po' tristezza.
10. Il Kilios è (era?) una pastigliona di acido acetilsalicilico: un'aspirina glorificata, insomma. Forse l'ibuprofene avrebbe funzionato meglio? O il paracetamolo? O la vodka?
11. Una versione locale del Tavernello, probabilmente, conoscendo le usanze dell'epoca. Ognuno cura la proprio tristezza come può.
12. Vi lascio immaginare la serenità dell'equipaggio dell'auto di Kurt durante il viaggio. Tremo ancora oggi al ricordo di quelle curve cieche in salite prese in controsterzo.
13. Il soprannome svelerebbe l'identità segreta di Kurt, e dunque devo occultarlo. Dirò soltanto che si tratta dell'ennesima storpiatura del suo nome e cognome, in questo caso coniata nel 1985 dall'allora nostra caporeparto scout.
14. Chiaramente mi piace  pensare di appartenere all'ultima categoria, ma è ovviamente un posa, una maschera.
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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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