A chi è adatto "Particelle familiari"?

Sul numero di agosto di DafDaf, il giornale per bambini per cui ogni tanto scrivo di scienza, è uscita a suo tempo una breve recensione di Particelle familiari, che finalmente trovo il tempo di appiccicare qui sotto.

La cosa interessante è che questa recensione si pone la questione dell'età dei lettori per cui il libro sarebbe adatto: insomma, se parlo (o fingo di parlare) di fisica a una bambina di cinque anni, vuol forse dire che il libro è adatto a un bambino delle elementari? Quando Ada, la persona che ha scritto la recensione, mi aveva posto la domanda, avevo risposto più o meno come dice lei nell'articolo:

È adatto per ragazzi poco più grandi, Marco dice che “per un fanciullo delle medie motivato e sveglio può andare” e noi aggiungiamo che vale la pena di leggerlo, piuttosto se lo trovate difficile passatelo agli adulti, che così poi sapranno rispondere a qualche domanda in più! 

In effetti ho sempre immaginato che il livello necessario per seguire le mie divagazioni fosse quello di uno studente delle scuole superiori. In realtà, però, veramente niente (né i le conoscenze pregresse richieste, né la matematica - praticamente assente! - , né il linguaggio che uso) impedisce a mio parere che anche qualcuno più giovane, diciamo proprio "un fanciullo o una fanciulla delle medie motivati e svegli", possa godersene la lettura. Il che non significa, sia chiaro, che sia una lettura che non richiede impegno e concentrazione, specie in un paio di capitoli. Ma, a dire il vero, ho molto più fiducia nella voglia di capire e imparare di bambini e ragazzi, che in quella degli adulti!

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Un segnalibro per Particelle familiari

Segnalibro_Particelle_Familiari_shadowQualche tempo fa, quando ho pubblicato la foto dello schema del Modello Standard fatto con i mattoncini di LEGO, qualcuno nei commenti suggeriva di farne un segnalibro, da tenere dentro Particelle Familiari e da usare come mappa, per ritrovare la strada nel caotico zoo delle particelle.

L'idea mi è sembrata proprio bella, ed ho finalmente provato a comporne uno. Ne è venuto fuori il segnalibro che vedete qui di fianco: vi piace?

Se vi interessa, potete scaricare il PDF con le immagini a risoluzione adeguata, stamparlo, incollarlo su un cartoncino e tenerlo nella vostra copia. Le dimensioni del segnalibro sono (circa) 6 cm x 18 cm. Magari, se mi avanzano dieci minuti, ne stampo un po' da portare a Milano domani...

Buona lettura, e buone costruzioni!

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Una notte al museo

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Venerdì prossimo, il 26 settembre, si terrà come ormai da qualche anno la Notte Europea dei Ricercatori. È un'iniziativa che va avanti ormai dal 2005 in tutta Europa: centri di ricerca, dipartimenti universitari e altre istituzioni aprono le porte a curiosi e visitatori, mettendo in piedi iniziative, dibattiti, presentazioni per...

... creare occasioni di incontro tra ricercatori e cittadini per diffondere la cultura scientifica e la conoscenza delle professioni della ricerca in un contesto informale e stimolante. 

È una gran bella cosa, e vale la pena verificare se c'è qualcosa di organizzato vicino a casa vostra.

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Per esempio, a Milano, il Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci organizza un'apertura (gratuita!) dei locali e esposizioni, mettendo in piedi una serie di eventi da non lasciarsi scappare. Vi racconto tutte queste cose non solo per invitarvi a partecipare, ma anche per comunicavi che, grazie all'invito di Francesca Olivini, venerdì prossimo sarò anch'io al Museo. Se passate da quelle parti, dovreste trovarmi piazzato davanti ai pezzi di rivelatore degli esperimenti UA1, Delphi e Babar che sono esposti al pian terreno, a chiacchierare con Francesca della quotidianità del lavoro di un fisico delle particelle.

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Tecnicamente non è una presentazione vera e propria di Particelle familiari, anche se, a giudicare dal numero di segnalibri che Francesca ha appiccicato sulla sua copia, immagino che al libro faremo riferimento non poco! Se siete a Milano venerdì sera, passate a trovarmi?

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Ricercatori visibili

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Giovedì scorso, come avevo annunciato qualche tempo fa, sono stato a La Morra, dalle parti di Torino, per la scuola di dottorato SCS 2014.
Mi hanno invitato per la giornata dedicata ai blog scientifici, e, più in generale, per discutere del blog come strumento di divulgazione e comunicazione della scienza. È stata un'esperienza molto piacevole e arricchente, per ragioni che proverò a raccontare: veramente grazie a Agorà Scienza per l'invito!

Tanto per cominciare, la mattina, dietro al tavolo dei "docenti", c'erano persone di caratura indiscussa: Astrid Pizzo, che ha studiato il fenomeno dei blog di scienza in Italia ed all'estero in modo appunto scientifico; Sylvie Coyaud, che scienziata non è ma tiene un blog che di scienza si occupa, che ha portato lo sguardo e la professionalità del giornalista; e Piero Bianucci, che di divulgazione scientifica si occupa per mestiere da sempre, e su ogni possibile mezzo di comunicazione. Lì in mezzo, io giovavo il ruolo della cavia, lo scienziato che si è ritrovato a fare (anche) divulgazione della sua scienza, per molti versi quasi per caso. Discutere con i miei compagni di docenza è stato gratificante e stimolante.

 

La ragione principale per cui l'esperienza è stata molto positiva sono stati però gli studenti, quelli seduti dall'altra parte del tavolo. Quasi tutti dottorandi, qualche assegnista di ricerca, praticamente tutti scienziati, ma anche un paio di umanisti col pallino della comunicazione della scienza. Erano tutti chiaramente motivati e interessati, e in più ormai anche rodati come gruppo come solo alla fine di una scuola residenziale può succedere: cosa potevamo chiedere di più?

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Nel pomeriggio, in compagnia di Sylvie Coyaud, ci siamo lanciati in una sorta di esercitazione pratica che seguiva le tracce della discussione del mattino: come si scrive un pezzo di divulgazione per un blog, breve e leggibile da tutti? Come lo si rende interessante? Come lo si pubblicizza? Come si gestisce la discussione che potrebbe generare (perché conversazione è la parola chiave che definisce un blog, insieme a continuità), con tutti i potenziali problemi? Ne è venuto fuori questo blog tematico, con un sacco di contributi interessanti, sia per i contenuti sia per le scelte di forma fatte dagli studenti: fate un salto e andate a leggere, ne vale la pena.

 

Come sempre, a provare a insegnare si finisce anche per imparare. Da parte mia, ho imparato che questa generazione di scienziati ha molto chiara in testa l'evoluzione settaria della scienza, e non è rassegnata per niente al ruolo di soldatino della ricerca, operaio in un formicaio dove il singolo spesso perde il contatto con la visione generale dell'impresa scientifica, e, peggio, con le motivazioni che lo hanno spinto a lanciarsi in questo mestiere. Mi è sembrato essere questo il tema di fondo di tutte le discussioni, al di là delle questioni tecniche o delle analisi degli specifici strumenti: perché vale la pena provare a comunicare la scienza che facciamo? Perché ci permette di riappropriarci delle ragioni più intime che ci hanno spinti a diventare scienziati, e perché farlo è un gesto politico, che riconosce esplicitamente la natura non neutrale della visione scientifica del mondo, e il suo impatto nella formazione sociale della popolazione e dei paesi. Sapere che dei dottorando hanno in testa questo è stato molto confortante. Dove possa portare questa consapevolezza, poi, non è necessariamente chiaro (specie in Italia, con il suo sistema di baronie e la meritocrazia monca), ma mi sembra un punto di partenza importante.

Poi, naturalmente, ci sono anche gli strumenti, e la capacità di usarli. Strumenti tecnologici ma anche di comunicazione e scrittura, chiavi del buon uso della rete e della sua comprensione. Strumenti che sono importanti, e che avrebbero meritato molto più che mezza giornata per essere sviscerati. E che, scoperta che mi ha lasciato un po' basito, non sono poi così noti o compresi da questi "nativi digitali", o perlomeno non quanto mi sarei aspettato. Ma questo meriterebbe un discorso a parte, forse un'intera altra scuola, e, comunque, non è la cosa più importante.

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Le due culture (o di come mi hanno dato un premio, e sono andato a riceverlo in Irpinia)

L’aereo dovrebbe partire da Ginevra alle 19:15, ma riusciamo ad accumulare quasi un’ora di ritardo per una serie di ragioni assurde. Ci sono passeggeri indisciplinati che non riescono ad adattarsi all’idea che EasyJet abbia assegnato loro un posto, e continuano a passeggiare per l’aereo inseguiti dalle hostess sull’orlo di una crisi di nervi. Sul tarmak, intanto, gli addetti scaricano i bagagli per ricontarli, pare che si siano confusi al check-in. Io ho deciso di essere imperturbabile come un pomeriggio d’estate: sorrido alla signora seduta di fianco a me che mi parla in un misto di francese e dialetto napoletano, mando un messaggio al signor M. che mi aspetta all’arrivo, e aspetto paziente. Sto andando ad Ariano Irpino, provincia di Avellino, volando su Napoli e poi gentilmente autotrasportato sull’appennino fino all’agriturismo Macchiacupa che mi ospiterà in questi giorni. Sempre che l’aereo decolli.

Fino a due settimane fa, non avevo idea di dove fosse Ariano Irpino. Certo, il nome mi forniva un’indicazione geografica piuttosto chiara, ma per me, piemontese nato negli anni Settanta, l’Irpinia è sempre stata una collezione di immagini in bianco e nero del terremoto del 1980 sul televisore di casa. Poi, è arrivato l’email da Laterza:

Gent.ma dott.ssa E. [una delle persone che si occupa di me a Laterza, N.d.R.],

le comunico che la commissione del premio letterario Le Due Culture intitolato a Maria Antonia Gervasio ha deliberato quale vincitrice l'opera “Particelle familiari” di Marco Delmastro. Condizione per la consegna del premio è la presenza dell'autore nella giornata conclusiva del Meeting, domenica 7 settembre. In allegato il programma completo del meeting. Saremo lieti di ospitare il dott. Delmastro nei giorni che riterrà opportuno trattenersi presso il nostro istituto. Per i dettagli logistici può fare riferimento alla dott.ssa S. che ci legge in cc.

Cordialmente, M.F.

Così, nel giro di pochi giorni, ho scoperto che Laterza aveva candidato Particelle familiari per questo premio assegnato “alla migliore opera (…) relativa alla complessità delle relazioni tra scienza, società, politica ed economia”, e che il mio libro aveva vinto. Che ero invitato ad andare in questo luogo remoto sui monti dell’Irpinia, dove ogni anno si tiene questo convegno intitolato “Le Due Culture”, per essere premiato. Che il convegno è organizzato e ospitato da una fondazione che si occupa di biologia e genetica, la BioGeM, gioiellino di eccellenza scientifica misteriosamente piantato nel mezzo della  remota campagna agricola. Che il presidente della BioGeM è Ortensio Zecchino, già ministro della Pubblica Istruzione Ricerca Scientifica. Che mi si chiedeva di preparare un breve intervento di una decina di minuti, che sottolineasse "la necessità di un più fitto dialogo tra sapere scientifico e umanistico, oltre che l'importanza di un’adeguata opera di divulgazione scientifica con particolare riguardo alle nuove generazioni.”. Mi sono messo al lavoro.

Memoria e oblio

L’autostrada lascia l’aeroporto di Napoli alle spalle, e il Vesuvio alla sua destra. Ha piovuto molto negli ultimi giorni, il Gargano è devastato e anche qui il tempo è stato inclemente, ma stasera le nuvole si sono diradate quasi a darmi il benvenuto, e una luna gigante illumina le montagne che si avvicinano. Il signor G. guida veloce ma delicato, mentre premuroso contatta l’agriturismo per sincerarsi che qualcuno sia pronto ad accogliermi degnamente all’arrivo, a nutrirmi, rifocillarmi, coccolarmi. Durante il percorso scoprirò che il signor G. di lavoro guida per circa trecentomila chilometri all’anno, pullman e auto a noleggio. Si prende cura lui delle sue macchine, i motori vanno come orologi e le vetture stanno sulla strada fino ad aver percorso cinquecentomila chilometri. La Croma su cui viaggiamo è più vecchia della mia auto, il contachilometri segna una cifra che stento a credere, e non c’è una vibrazione, un rumorino, una scossa.

Macchiacupa 1

Coccolato, dicevo. È la parola giusta per descrivere questi due giorni in Irpinia, un luogo dove per tutti sono il “Dottore premiato”, dove i tempi sono rilassati e gli orari sui programmi un’indicazione di massima, e va bene così, è bello, almeno per questa volta. La specialità dell’agriturismo Macchiacupa è la carne alla brace, e anche alle undici di sera mi spetta una bistecca enorme e buonissima. Al mattino di domenica, seduto sul tavolo a fianco Oliver Smithies, Premio Nobel per la Medicina nel 2007, e sua moglie, mi aspetta una colazione luculliana. Poco prima sono andato a correre sulle colline intorno ad Ariano, senza incontrare un’anima. Le pale eoliche punteggiano le alture, le mosche mi ricordano che la zona è piena di allevamenti, c’è un cartello che porta a qualche rovina archeologica, e una dopo l’altra passano le masserie dai muri gialli che presidiano i campi.

Sul pulmino che va a BioGem ci sono due dei relatori dell’incontro previsto alla mattina: Stefano Gresta, il Presidente dell’INGV, e Viviana Castelli dell’INGV di Bologna. Arrivati al luogo dove si tiene l’evento, mi siedo al fondo, cercando di lavorare un po’ a qualcosa che devo preparare per una riunione martedì al CERN, ma dopo un po’ abbandono, il discorso è troppo interessante. Il tema del convegno è “Memoria e oblio”, e stamattina si parla di terremoti, e della loro traccia nella memoria della popolazione, nelle feste e nei rituali. Nel pomeriggio Fabrizio Benedetti dell’Università di Torino affronterà invece il tema della memoria farmacologica e dell’effetto placebo. Questa commistione tra scienze dure e “morbide” è insolita per me, eppure immediatamente familiare.

Biogem

Qui tutti sembrano conoscersi, vuoi per una partecipazione precedente, vuoi perché hanno frequentazione accademiche di lunga data. Ci sono rettori di università, professori, presidenti. Mi siedo al tavolo a pranzo e mi presento, i titoli accademici non mi hanno mai intimorito. Mi piace fare domande e partecipare alle discussioni, i miei commensali non esitano a spiegarmi e interagire. Al primo “esageruma nen” scopro persino provenienze geografiche affini. Chissà come finiamo a discutere di riduzionismo scientifico, sistemi complessi e libero arbitrio. Mentre passa l’ennesimo piatto di formaggi campani, mi ritrovo a citare Bonhoffer, e mi sembra che vada bene che a farlo sia un fisico delle particelle. Non ci sono due culture, i perché sono in fondo gli stessi, cambiano linguaggi e metodi, e questo forse è l’unico vero ostacolo a capirsi, ma non è impossibile. Forse stasera dovrei dire questo, alla premiazione.

“Non avete considerato di tornare in Italia?”, mi chiede a un certo punto qualcuno. In quest’angolo di sud così pulito, gentile, ordinato e funzionante, per un momento, sembra quasi possibile. "Se ci fossero le condizioni", rispondo, "ma per tutti quanti: per me, ma anche e soprattutto per mia moglie e mia figlia". E, per adesso, chiaramente non ci sono. Una delle ragazze che lavorano a BioGeM, tutte precettate alla buona riuscita dell’evento, ci porta l’ennesimo caffè. Faccio il pieno, prima di tornare alla brodaglia transalpina.

Macchiacupa 2

I tempi si allungano, il pomeriggio inizia pigro con un’ora di ritardo, e altro ritardo si accumula. Sono un po’ nervoso, sicuramente non avrò il tempo di dire e mostrare tutto quello che ho preparato, pensavo di poter sforare un po’ permettendomi un quarto d’ora, ma il pubblico, che ha pazientato per l’eccellente discorso di Smithies, comincia ad avere fame, ed essere lieve dopo una giornata di grandi parole è forse la scelta migliore.

Ortensio Zecchino, che tutti chiamano “il Presidente”, è il grande anfitrione, il centro nevralgico di tutta l’iniziativa. Iperattivo e instancabile, danza tra incontri, strette di mano, discussioni e decisioni. Si percepisce l’allenamento da politico di lungo corso, e qui gioca in casa, tutti sembrano adorarlo. A pranzo mi ha raccontato che il premio che riceverò è stato intitolato a Maria Antonia Gervasio, una ragazza fulminata a quindici anni dalla leucemia, dai suoi genitori. Sono tra il pubblico, li incontrerò a cena, dedicherò loro il libro. Sono coraggiosi e generosi, ma negli occhi mi sembra di scorgere ancora il dolore della perdita. Mi muovo sulla punta dei piedi.

Oltre ai miei commensali e ai miei ospiti, quasi nessuno sa ancora chi sono. Le ragazze di BioGeM sospettano che sia un relatore, perché ho la giacca, mi aggiro nei locali sin dalla mattina, e chiaramente non sono del posto. La luna è sorta da un pezzo, il tendone è gremito perché ha appena finito di parlare il premio Nobel, e dopo di me è previsto un concerto per pianoforte e sax, e la cena gastronomica.

M. lavora a BioGeM su un progetto che ha a che fare con i tumori al polmone e alla mammella. Più tardi, tra la premiazione e la cena, mi mostrerà gentile il suo laboratorio, e proverà a spiegarmi l’attivazione di un certo gene e l’espressione di una particolare proteina. Le invidio un po’ gli esperimenti solitari, il controllo totale sulla sua ricerca, l’interazione con un gruppo di colleghi che ha ancora dimensioni umane. Ha messo un vestito adatto alla serata, e adesso sale sul podio a leggere la motivazione del premio, le hanno chiesto di fare anche questo. Le hanno appena dato il foglio, non ha fatto in tempo a leggerlo prima e “borborigmi” è obiettivamente un termine complesso da pronunciare, se non lo hai mai sentito prima. Incespica, arrossisce, e si scuserà a profusione dopo. Io arrossisco per le cose belle che legge, e manco mi accorgo dell’errore.

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Salgo sul palco, mi presento, racconto chi sono, cosa faccio di mestiere, veloce e semplice. Mostro una foto del 4 luglio 2012 al CERN, nell’Auditorium dove abbiamo annunciato la scoperta del bosone di Higgs. Ho messo dei circoletti intorno Fabiola Gionotti, a Francois Englert e Peter Higgs, e alla mia testolina in mezzo il mucchio. Una formichina nel mucchio: tutti importanti, tutti utili, questa particella l’abbiamo scoperta in tantissimi, né più né meno. Racconto del blog e della genesi di Particelle familiari, e di come chiedersi perché le cose funzionino in un certo modo, e perché ci siamo ritrovati a vivere nell’universo in cui funzionano così, siano in fondo due facce della stessa ricerca, di comprensione e senso allo stesso tempo. Poi leggo le due pagine finali del libro, quelle che raccontano di una gita in montagna, del cielo notturno e delle domande che ci facciamo, dei racconti delle avventure di Ulisse e delle sue peregrinazioni. "Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza”, leggo dalla citazione che ho messo un bocca alla Signora delle Lettere, e prima che possa finire scatta un grande applauso. Pensavo di voler dire altre cose, più complicate e serie e dotte sul rapporto tra le due culture, ma è meglio così, le persone in sala sembrano capire cose intendo, e “ricerca” diventa la parola che fa da ponte.

Peccato che abbiano solo una copia del libro. Tra loro, me e Laterza, avremmo potuto pensarci. Durante la cena, adesso che tutti sanno chi sono, molti vengono a salutarmi, chiedermi, complimentarsi. Compreranno il libro, vogliono sapere di più, e se verrò a presentarlo qui e là. Alcuni ragazzi mi regalano dei sorrisi giganti, e vogliono una foto con me. Scopro che di mestiere fanno camicie su misura nella zona, ma sono curiosi e interessati, e sono venuti a sentire. Ho di nuovo quella sensazione che mi ha preso per un attimo a pranzo, quando mi hanno chiesto se volessi tornare in Italia. Forse potrebbe essere possibile. Forse non è un paese condannato. Forse.

Due Culture

La cucina irpina, montanara, povera, buonissima, è un vero regalo. Il nocino è molto buono, ma anche gli altri liquori non scherzano. Le chiacchiere sono colte e simpatiche, c’è un fare aristocratico in questi intellettuali del sud, ma non esibito, quasi necessario. Come una consapevole dignità del sapere, una certezza del potere vivificante della cultura. Non risolve i problemi politici e amministrativi ed economici che piagano questa terra e il resto del paese (e non tutte le cose che ho sentito proporre nel dibattito di fine serata mi hanno convinto), ma è consolante. Mi chiedo se sia la cifra dell’Italia: eccellente e incapace, ricchissima e povera, speciale e trascurata, dilaniata da questa contraddizione tra capacità geniali e ristagno immobile. Non ho una risposta.

È ancora il signor G. a riportarmi indietro a Macchiacupa. Domani è di turno sul pullman, non sarà lui ad accompagnarmi all’aeroporto, e mi saluta gentile e affettuoso: “ci rivedremo, il Presidente è sempre in movimento, vi richiamerà per qualche altra iniziativa”. In tasca ho svariati biglietti da visita, e indirizzi email scribacchiati sul taccuino. Dove portano le strade tra le colline irpine non lo so, ma il paesaggio è stupendo.

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