Quest’anno Giulia ha iniziato l’università. Sì, sembra ieri che era minuscola eccetera eccetera. E poi: la sindrome del nido vuoto, la vecchiaia che avanza, moriremo tutti, avanti i giovani: tutte riflessioni che faccio e facciamo, ma non è l’argomento di queste righe. E non dimentichiamo poi che il liceo in Francia dura un anno in meno; in Italia farebbe l’esame di maturità quest’anno; in Svizzera, dove contano gli anni “révolus”, se nasci dopo l’inizio dell’anno scolastico (per esempio a dicembre, come Giulia) non puoi iscriverti all’anno scolastico corrente ma solo al successivo, e Giulia dunque avrebbe ancora due anni di liceo davanti a sé. E dunque sì, Giulia è andata all’università e fuori di casa quando non aveva ancora compiuto 18 anni, con tutte le conseguenze del caso: una grande avventura, una prima vera esperienza di autonomia, ma anche una fatica emotiva non trascurabile, perché tra 17 e 19 anni c’è una bella differenza.
Ma dunque, dicevamo, quest’anno Giulia ha iniziato l’università. Ha deciso di studiare matematica, perché la matematica è quello che le piace: forse non l’unica cosa che le piace studiare, ma certamente quella che, se la vuoi praticare per davvero, devi studiare a tempo pieno, perché non puoi leggerla nel tempo libero mentre segui corsi di filosofia o relazioni internazionali. Giulia studia dunque matematica all’università, e avrà tempo di capire se quella è la sua strada, e quale forma questa passione potrà eventualmente prendere. Di nuovo, non è questo l’argomento di queste righe.
Giulia prova a studiare matematica all’università, e il primo anno di matematica assomiglia molto al primo anno di fisica (e, in misura minore ma non troppo, al primo anno di ingegneria), per cui capita che, da settembre a oggi, Giulia ogni tanto mi abbia chiesto un supporto (spesso più morale che concreto) nell’affrontare le materie dei primi corsi: analisi 1, fisica 1, geometria, informatica, tutte cose che ho studiato, praticato, e i cui esami ho superato… più di 30 anni fa! Dire che sono arrugginito è dire poco, e a poco serve chi dice “ma tu fai il fisico di mestiere, ovviamente ti ricordi <inserire argomento di meccanica a piacere>!”. La verità è che si perde molto rapidamente dimestichezza con cose che non si usano tutti i giorni: è passato parecchio tempo dall’ultima volta che ho dovuto scrivere le equazioni del moto di un sistema di molle vincolate a una piattaforma rotante che sostengono delle sfere che subiscono l’attrito dell’aria! La mia risposta tipica alle richieste di Giulia è “ho bisogno di mezz’ora per ripassare” (e di parecchio antiruggine). La dimestichezza con formule e calcoli è spesso farraginosa, mentre sono abbastanza contento del livello di “inquisizione” fisica che mi resta (ci mancherebbe! Quello sì fa parte del mestiere del fisico!), e che invece pare fosse poco insegnato ai corsi di fisica per i matematici (va bene lo “shut up and calculate!”, ma almeno con un modello in testa di cosa le equazioni descrivano!).
A parte l’arrugginimento fisiologico e le ruminazioni sul tempo che passa, la cosa più importante che mi ha regalato la partenza di Giulia per l’università è stata una riflessione sull’entusiasmo per la materia che si pratica. Negli ultimi anni, in maniera forse fisiologica ma non necessariamente scelta, la frazione del mio tempo dedicata a quella che viene spesso chiamata “amministrazione della ricerca” è aumentata parecchio. Non solo in ruoli di responsabilità dentro ATLAS, ma soprattutto in responsabilità come quella di capogruppo dell’équipe ATLAS di Annecy. Meno fisica dunque, e sempre più fogli Excel per gestire budget, burocrazia per acquisti, missioni o assunzioni, e altre amenità probabilmente necessarie che però con la scienza non hanno molto a che fare. La partenza della figlia all’università, e il suo entusiasmo (pur nella grande fatica) per la materia completamente nuova che le viene proposta, mi hanno fatto molto riflettere sul mio entusiasmo per la materia che (in teoria) ho la fortuna di poter praticare per mestiere. C’è ancora? Ho ancora lo spazio per stupirmi, e il tempo per nutrirmi di curiosità, che è la ragione per cui nel 1992 decisi di iscrivermi a fisica, e per cui ho scelto di fare questo mestiere? Forse non abbastanza. Sicuramente non abbastanza.
Gli ultimi due anni sul lavoro sono stati complicati. I dettagli non si possono raccontare qui, diciamo solo che la gestione delle risorse umane di cui ero e sono ancora responsabile è stata difficile e faticosa, spesso conflittuale, e mi ha richiesto un prezzo decisamente alto da pagare, sulla mia salute mentale e anche fisica. L’effetto collaterale di queste difficoltà è stato un progressivo allontanamento dalla scienza, dalla fisica, a favore di un tempo passato a (provare a) risolvere rogne. L’esaurimento da una parte, ma anche vedere l’entusiasmo del primo anno all’università della figlia, mi hanno portato a riflettere molto su queste responsabilità che mi hanno mangiato una parte di anima. Nel corso del 2025 mi sono ritrovato a dire diversi “no” a proposte all’apparenza lusinghiere (nuove responsabilità un gradino più alte), ma che rischiavano di succhiarmi l’anima ancora di più. Non sono stati “no” facili, e le conseguenze non sono ancora del tutto chiare, ma c’è una dimensione liberante nel riuscire a mettere un paletto e dire (a sé stessi in primis) che non è quella la direzione verso cui si vuole andare.
Dall’inizio del 2026, spinto da tutti questi pensieri, sto leggendo tra gli altri “What Matters Most” di James Hollis, uno psicanalista junghiano che molto ha scritto sulla “mezza età” e sulle sfide emotive e psicologiche della seconda parte della vita. Quello che è restato con me dalla prima parte della lettura, e che risuona con i “no” e con i pensieri rispetto all’entusiasmo per quello che faccio, è questa domanda in fondo fondamentale:
Does this choice diminish me, or enlarge me?
Questa scelta mi restringe o mi allarga?
Ecco, i “no” scelti nel 2025 erano in risposta a proposte che forse mi avrebbero fatto avanzare un po’ nella carriera, ma che certamente non mi avrebbero allargato. Sarebbero potuti essere dei “sì” dettati da un senso di responsabilità in qualche modo sacrificale, e, da quando nel 2019 ho letto “Contro il sacrificio” di Recalcati, ho capito che il sacrificio – che per lungo tempo ho considerato necessario e persino giusto – in realtà è una trappola, e spesso nasconde insicurezze e timori. La domanda sulle scelte di Hollis sta dentro un paragrafo e un capitolo più lungo e completo, difficile da riassumere qui. Leggendo il poco che ci sta intorno, però, si capisce bene che la sfida è maggiore:
Fear is the enemy. Life is not your enemy; the Other is not your enemy; fear is the enemy, and fear has crowded you into a diminished corridor of that vast mansion of possibility that the gods provide us. Ask yourself of every dilemma, every choice, every relationship, every commitment, or every failure to commit, “Does this choice diminish me, or enlarge me?” Do not ask this question if you are afraid to find the answer. You might be afraid of what your own soul will require of you, but at least you then know your marching orders.
La paura è il nemico. La vita non è il tuo nemico; l’altro non è il tuo nemico; il nemico è la paura, e la paura ti ha confinato in un corridoio ristretto di quella vasta casa di possibilità che ci è data. Chiediti, di fronte a ogni dilemma, a ogni scelta, a ogni relazione, a ogni impegno, o a ogni mancato impegno: “Questa scelta mi restringe o mi allarga?”. Non farti questa domanda se hai paura di trovare la risposta. Potresti temere ciò che la tua anima ti chiederà, ma almeno saprai in quale direzione andare.
Forse scegliere senza chiedersi se una strada ci restringe o ci allarga ha a che fare con la paura: paura di non essere abbastanza bravi, di non avere il diritto a un’alternativa, di scoprirsi inadeguati davanti a una direzione incerta. Giulia sta iniziando. Io, forse, sto provando a ricominciare da una domanda più onesta.









