Tutti i magneti di LHC 30 aprile 2009
Inviato da Marco in : Fisica, LHC 29 commenti
Nel caso ve lo foste perso, magari vi interessa sapere che oggi il 53esimo e ultimo magnete di rimpiazzo per LHC, fanalino di coda della serie di quelli che dovevano andare a prendere il posto dei loro cuginetti danneggiati nell’incidente del 19 settempre 2008, è stato calato nel tunnel e sta viagggiando verso la sua posizione finale nel Settore 3-4. Viaggio lentino, visto che i magneti vengono spostati dal pozzo di discesa al punto di connessione alla considerevole velocità di circa un metro all’ora: che volete, sono delicatini. Ma insomma, penso afferriate il punto: tutti i pezzi di ricambio del macchinone sono praticamente in posizione.
Adesso non manca altro che installare il nuovo sistema di sicurezza, raffreddare tutto, testare le correnti per i 5 TeV settore per settore, non rompere niente una seconda volta, iniettare e testare i fasci in un senso e nell’altro, insistere nel non rompere niente, testare ancora un po’, fare finalmente le prime collisioni a 900 GeV, salire in energia con le dita incrociate e il fiato sospeso, continuare a non rompere nulla, strizzare i fasci per aumentare un dito la luminosità, prendere dati per un anno facendo funzionare per bene i rivelatori senza lamentarsi, fare finalmente un po’ di fisica. Che ci vuole?
Family-unfriendly 29 aprile 2009
Inviato da Marco in : Famiglia, Life hacking, Scienza e dintorni 26 commentiUn tizio di quelli di cui mi fido dice – più o meno – che il segreto di un blog di successo è riempirne le pagine con le proprie ossessioni. Facendo un po’ di autocoscienza nei 13 minuti di pausa pranzo che mi sono concesso oggi, sono giunto alla conclusione che queste sono le 3 cose che mi ossessionano in questo ultimo periodo:
- la qualità del mio tempo, e im particolare del tempo speso in famiglia (complice di questa ossessione c’è il nuovo lavoro a tempo pieno di Irene);
- il modo osceno con cui l’informazione nel mondo della fisica delle particelle viene trasmessa e comunicata (e dunque, come PowerPoint in primo luogo – e il cattivo uso del web secondariamente – stia erodendo le nostre menti forse-un-tempo-brillanti e ci – noi la mandria dei fisici delle particelle – stia rendendo dei burattini dislessici incapaci di esprimerci), e il tempo che si perde in questa comunicazione monca e pasticciata;
- il modo incivile e insensato in cui le attività comuni – leggi: i meeting – legate alla fisica della particelle sono organizzate.
Decido di seguire il consiglio del tizio di cui sopra, e do libero sfogo alle mie ossessioni del periodo. Fatevene una ragione, questo blog si occupa appunto di borborigmi. Oggi imbratto dunque queste pagine con qualche lamentazione a proposito del punto 3. (e non temete, prima o poi raglierò anche a proposito del punto 2.; del punto 1. mi sono già preso la briga di parlare).
È ufficiale: se volete fare carriera nel magico mondo della fisica delle alte energie, scordatevi di avere una famiglia; oppure premuratevi di avere una famiglia di qualcun altro di prende cura al posto vostro; oppure preparatevi a lottare.
Vi prego di osservare qui sulla sinistra l’organizzazione delle mie giornate di ieri e oggi: tralasciate per un attimo il delirio di ieri pomeriggio (ognuno dei meeting sovrapposti che vedete era in un posto diverso: ho fatto un bell’esercizio di corsa!), e concentratevi per un momento sulle riunioni di oggi. La prima inizia alle 8:30, l’ultima finisce alle 19:30. Non è la quantità di tempo che mi impressiona (ieri sera alle 23 finivo di correggere un articolo di cui sono referee: gli straordinari non mi spaventano mica). Ma supponiamo che io tenti di essere un padre vagamente responsabile e coinvolto nella mia vita familiare, e diciamo per esempio che io mi occupi di portare Giulia all’asilo tutto i giorni, di recuperarla all’asilo circa un giorno su due, di cucinare la cena per lei e per la mia signora tutti i giorni, e altre cosette simili. Cosa avrei dovuto fare oggi? Uscire di casa alle 7:30 e ricomparire alle 8 di sera? Senza vedere la mia figliola sveglia, e scaricando tutto il peso della gestione di casa e famiglia su mia moglie, che peraltro lavora anch’essa a tempo pieno? Oppure lasciare Giulia all’asilo 12 ore?
La mia conclusione arrabbiata: se sei una donna (madre) – o un uomo (padre) deciso ad avere un qualche ruolo nella vita familiare che non sia solo portare a casa lo stipendio e guidare l’ammiraglia nel weekend – scordati di poter far carriera in una qualsiasi organizzazione aziendale o di ricerca composta da più di 50 persone.
La conclusione pseudo-ottimista: se sei etc etc, potresti farcela ad avere un ruolo dignitoso – e magari persino importante – in una qualsiasi organizzazione aziendale o di ricerca composta da più di 50 persone. Ma faticherai come un cane, dovrei essere ordini di grandezza più efficiente di tutti gli altri, litigherai con i tuoi colleghi una volta si e una no, e in generale ti incazzerai moltissimo. Buona fortuna.
P.S. Vado al prossimo meeting, ma quello delle 18 lo salto, e a culo tutto il resto.
L’eroismo non è sovraumano 25 aprile 2009
Inviato da Marco in : Famiglia, Militanza 4 commentiO ragazza dalle guance di pesca
o ragazza dalle guance d’aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all’età che tu hai ora.Coprifuoco, la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti:
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.Silenziosa sugli aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l’oscura montagna.La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l’armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.Avevamo vent’anni…
Non è detto che fossimo santi
l’eroismo non è sovrumano
corri, abbassati, dai corri avanti!
ogni passo che fai non è vano.Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l’avvenire di un giorno più umano
e più giusto più libero e lieto.Avevamo vent’anni…
Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c’eri.E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell’aurora.Avevamo vent’anni…
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Oltre il ponte, anno 1959, testo dei Cantacronache e di Italo Calvino, musica di Sergio Liberovici, voce – toh, guarda! – di Fausto Amodei, che tra mille altre cose decisamente più importanti è anche mio suocero.
Buon 25 Aprile, ora e sempre Resistenza!
Fusi orari 23 aprile 2009
Inviato da Marco in : CERN, Scienza e dintorni, Vita di frontiera 7 commenti
Immaginate un tizio che debba organizzare una phone conference (o meglio, una conferenza EVO), e che scopra che tra i partecipanti (oltre al CERN e a qualche parigino) ci sono anche un ricercatore della Università di Santa Cruz in California e una dottoranda di Pechino. Immaginate la quantità di messaggi email scambiati e di sondaggi Doodle fatti per trovare l’orario perfetto. Vi siete fatti un’idea?
Provate adesso a immaginate questo povero tapino portare sua figlia all’asilo il giorno della connessione (immaginate sia oggi), e rimanere bloccato in uno splendido ingorgo a 3 (tre!) minuti dall’inizio della suddetta conferenza virtuale; cercate di dipingervi nella mente lo stato della sua serenità psicofisica (il tizio in questione è il chairman della discussione, mica può arrivare tardi), mentre tra il suo ipotalamo e il suo cervelletto si affollano immagini di californiani addormentati e pechinesi impazienti. Non vi viene voglia – chessò – almeno di offrirgli un caffè?
P.S. Se poi vi piacciono i film d’azione, provate anche a immaginare la serie di infrazioni stradali commesse dal tapino in questione per arrivare all’inizio della discussione con soli due minuti di ritardo. Se vi piaccono i film splatter, immaginatevi invece lo stato della sue ascelle.
P.P.S. la conferenza iniziava alle 9 svizzere, gli orologi là sopra sono stati immortalati a fine connessione. E per fortuna non c’era nessuno di Brookhaven.
Il tempo è l’unica cosa che conta 17 aprile 2009
Inviato da Marco in : Life hacking 7 commentiSono appena uscito da un meeting sufficientemente lungo, moderatamente faticoso, probabilmente produttivo ma sicuramente non troppo divertente (non cercate una mia presentazione sull’agenda del meeting: io odio le presentazioni, e in ogni caso io quel gruppo di lavoro lo coordino, che di per se è abbastanza).
Nella mia casella di posta mi aspettavano al varco un paio di messaggi (un’amica che non sentivo da troppo tempo, un commento su questo blog) che, per motivi diversi, mi hanno fatto ripensare a quando un po’ di tempo fa mi sono messo a sproloquiare su queste paginette di gestione del tempo. Siccome ogni cosa è collegata, ne approfitto per segnalare un video su cui sono caduto per vie traverse di recente, e che credo chiunque abbia a cuore la qualità del tempo della proprio vita dovrebbe vedere e rivedere. Si tratta di una delle ultime lezioni di Randy Pausch, che per l’occasione discuteva appunto di come non gettare il tempo che ci viene dato, e di come usarlo bene per fare bene quello che veramente vogliamo fare.
Discussione intensa, non fosse altro che perché all’epoca della lezione a Paulch era stato da poco diagnosticato un tumore al pancreas, e più o meno altri soli sei mesi di vita. Dedicategli un po’ di tempo (poco più di un’oretta), vale la pena. In inglese, ma si segue bene (e qui ci sono le trasparenze).
http://video.google.com/videoplay?docid=-5784740380335567758La mezz’ora migliore della giornata 8 aprile 2009
Inviato da Marco in : Famiglia, Vita di frontiera 19 commentiEsci dall’ufficio alle cinque e mezza per andare a recuperare la tua progenie all’asilo, e ti senti costantemente un fannullone degenere che ha passato appena 8 ore e mezza a lavorare. Insomma, niente di lontanamente paragonabile ai tuoi colleghi americani, che spesso passano la notte al CERN sul divano sfondato che hanno fatto installare nell’ufficio; o alle dodici ore di prammatica di qualunque studente di dottorato cinese che si rispetti (e che abbia ottenuto il permesso di venire fino a qui). Il senso di inadeguatezza e di essere fuorigioco nella competizione si appollaia sulla spalla per tutto il tragitto, accompagnato da insani progetti di notti insonni spese a recuperare il presunto distacco.
Arrivi all’asilo alle cinque e quaranta – per fortuna non è distante – e nella penombra della bella aula colorata, tra disegni fatti con i colori a dite e i mobili in miniatura, ci sono solo più cinque bambini, decisamente spossati dalla lunga giornata di gioco; tentano di giocare ancora un po’, ma che in fondo al cuore ormai da un po’ aspettano e basta. D’improvviso alla sensazione di inadeguatezza professionale e fannullomismo si sostituisce quella di padre degenere: le 5 e mezza sono troppo tardi, la giornata è lunghissima per questi pupi, devo provare ad arrivare prima! In ogni caso non c’è speranza: deve esistere una legge misteriosa per cui il senso di colpa, come l’entropia, non può fare altro che aumentare.
Appena fuori dall’asilo ci sono i giardinetti, e tutti i giorni, stanca o meno, Giulia indica con chiarezza i suoi desideri: un giro sull’altalena è diventato un rito immancabile. La forsizia è un’esplosione gialla tutto intorno, e inizia a fare caldo; Giulia ridacchia goduta mostrando i sui tre denti e mezzo, mentre la spingo avanti e indietro sull’altalena. Che si impicchino americani tristi divano-muniti e cinesi efficienti e infaticabili: è la mezz’ora migliore della giornata. E, senza, io sarei una persona peggiore.
Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso 5 aprile 2009
Inviato da Marco in : Famiglia, Letture e scritture, Memorie, Militanza, Montagna 8 commentiLa facile cresta doveva essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.
- E per scendere?
- Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora; il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale.
Ci eravamo tolti le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline.
Ma tornammo a valle con i nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella e in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.
Non hanno servito a lui, o non a lungo. Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quelli sciagurati sgherri di quindici anni che la Repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.
Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era un uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto.”
Ferro (da “Il sistema periodico” di Primo Levi)
Sandro Delmastro era mio prozio paterno, il fratello minore della nonna. Venne ucciso 65 anni fa a Cuneo, il 5 aprile del 1944, qualche mese prima che nascesse mio padre.
Di lui restano una piccola lapide a Cuneo, di cui avrebbe riso, e la foto seduto sullo sperone di roccia sporgente nel vuoto, che da bambino guardavo con ammirazione tutte le volte che andavamo a trovare Nonna Adele e la zia Gabriella a Zubiena.
E restano quelle parole che ancora oggi raccontano le sue azioni; che forse sono nulla, o forse no.
