E se… 7. Valorizzare le esperienze all’estero 13 maggio 2010
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 17 commenti
E se… un’esperienza di studio o ricerca all’estero venisse valutata positivamente in una selezione per una posizione accademica? E se, al limite, almeno non rappresentasse un handicap?
- Mentre ero In procinto di terminare il dottorato di ricerca in Italia, il mio supervisore di allora mi fece un discorsetto edificante, dicendomi senza giri di parole che in quel dipartimento una legge non scritta pretendeva un periodo dopo il dottorato passato “fuori”, possibilmente all’estero, prima che si potesse aspirare a una posizione permanente nello stesso dipartimento. A suo tempo la cosa mi sembrò persino degna e giusta, per quanto mi spaventasse un po’. Non ci misi molto però ad accorgermi che la realtà, in quel dipartimento e altrove, era ed è ben meno virtuosa.
- La realtà infatti è che la maggior parte dei giovani aspiranti ricercatori in Italia fanno il dottorato nella stessa sede in cui si sono laureati, ottengono un assegno di ricerca nella stesso dipartimento, e attendono poi pazientemente che si apra uno spiraglio per una posizione permanente di nuovo nello stessa identica sede che li ha visti studenti e giovani post-doc. Dove altrove nel mondo (In Francia, in Spagna, negli stati Uniti, per citare i casi che conosco di persona) esistono regole de facto o persino scitte che impediscono a un giovane dottore di ricerca di ottenere un post-doc nella stessa sede dive si è diplomato, e si deve passare un certo lasso di tempo “altrove” prima di aspirare a una posizione permanente da qualche parte, in Italia vige una prassi chiaramente opposta. Nel caso specifico dei dottorandi, la cosa è persino ufficialmente riconosciuta.
- I pochi che decidono di partire verso un’istituzione straniera per studiare o fare un periodo di ricerca appartengono in genere a due categorie: quelli che non hanno avuto nessuna possibilità in Italia (non hanno mai passato il concorso di dottorato, non riescono a ottenere l’ennesimo straccio di borsa per sopravvivere sottopagati in ordita intorno al dipartimento in attesa che arrivi il loro turno) e quelli che invece decidono coscientemente che un’esperienza all’estero sia un bene per la propria formazione. Paradossalmente, sono in genere coloro che appartengono alla prima categoria che hanno qualche possibilità di rientrare in Italia: per loro l’esperienza all’estero è solo una pezza, una forma di distaccamento temporaneo dalla casa madre in assenza di opportunità locali, che non rappresenta una reale evoluzione. Spesso si tratta solo di trovare un parcheggio, in attesa che si liberi un posticino casalingo più o meno temporaneo che consenta il rientro tra i ranghi.
- Gli altri, quelli che sono andati a cercare fortuna altrove e hanno continuato la loro carriera in istituzioni altre, in genere devono rassegnarsi: a restare all’estero vita-natural-durante (la maggior parte) o a rientrare con un livello professionale solitamente inadeguato rispetto a età e evoluzione avuta fuori casa. Già, perché il campanilismo nostrano non concepisce che una persona, dopo per esempio dieci anni di ricerca post dottorato all’estero, possa rientrare in un dipartimento italiano in qualità di Professore Associato o di Primo Ricercatore. Chi crede di essere? Con tutta la gente che bivacca proprio sotto casa e si smazza da anni i ruoli e i contratti più umili, pensa forse di poter arrivare bel bello e saltare la fila? Nella migliore delle ipotesi potrà aspirare a un concorso da ricercatore, primissimo gradino di carriera, ovviamente senza molte speranze di rivalutazione del percorso fatto una volta assunto.
- Pensate che sia pessimista? Onestamente, gli esempi si sprecano e sono sotto gli occhi di tutti. Anche nei rari casi virtuosi, per esempio quelli dei pochi che sono riusciti a usufruire dei programmi di Rientro dei Cervelli (che rientrano comunque più spesso nella categoria di quelli che hanno mantenuto il cordone ombelicale ben connesso, ma sorvoliamo), l’assunzione in pianta stabile a fine contratto temporaneo non è praticamente mai a livello con l’esperienza e il curriculum, ma parte praticamente sempre dal gradino inferiore. Probabilmente per scandalizzare i proci rimasti alla corte.
P.S. Parentesi personale: tra un anno scade il mio attuale contratto qui al CERN, e le probabilità di ottenere una posizione permanente qui sono – a voler essere ottimisti – miserrime. Vogliamo scommettere che, se la mia carriera di fisico continuerà altrove, non sarà in Italia?
E se… 6. Pubblicare sul serio 3 febbraio 2010
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 17 commenti
E se… le uniche pubblicazione valide per ogni tipo di valutazione comparativa fossero quelle apparse su riviste peer-reviewed internazionali?
- Apparentemente ti serve una monografia. Durante la settimana tra Natale e Capodanno ero in vacanza con un amico (e la sua famiglia, e la mia), il quale, durante una delle conversazioni serali al chiaro di luna, mi ha illuminato su una consuetudine tipica delle facoltà umanistiche (ma non solo) che non conoscevo. In sostanza, se un giovane assegnista di ricerca in una di queste discipline – per dirne una (quasi) a caso: giurisprudenza – vuole sperare di accedere a un posto da ricercatore, è bene, anzi, è praticamente obbligatorio, che nella sua lista delle pubblicazioni abbia (anche, solo) una monografia.
- Cos’è una monografia? Apparentemente è una specie di libro, che contiene, collezione e illustra i risultati della ricerca dell’aspirante ricercatore in questione. Fin qui tutto bene. Le note dolenti arrivano dopo: queste monografie verrebbero solitamente pubblicate a pagamento da case editrici italiane specializzate in questo tipo di pubblicazioni. Auch! Perché la cosa mi fa saltare sulla sedia? Fondamentalmente per due motivi.
- Non c’è niente di male a pagare per pubblicare qualcosa. In qualunque modello di pubblicazione scientifica circola del denaro: in quello tradizionale sono le biblioteche che si abbonano alle riviste a pagare; in quello Open Access sono gli autori che contribuiscono ai costi di pubblicazione, per consentire invece una fruizione gratuita da parte del pubblico. In entrambi i casi la circolazione di denaro non è la clausola che dà accesso alla pubblicazione: lo scrutinio, la revisione e l’eventuale accettazione di un lavoro avviene da parte di un organismo indipendente dal giornale che pubblica: i referee sono esperti della materia di cui il giornale tratta, che – a titolo gratuito! – rivedono, scremano e scelgono i lavori degni di essere pubblicati, in un meccanismo stranoto e condiviso che va sotto il nome di peer-review.
- Se io invece pago una casa editrice specializzata perché pubblichi senza peer-review la mia monografia, in fondo è solo la transazione di denaro che determina se il mio lavoro sarà pubblicato o meno. Certo, ci sarà anche un minimo di cura editoriale, non ne dubito. Ma come potrebbe l’aver pubblicato o meno il proprio lavoro con questo meccanismo essere un criterio di valutazione del merito scientifico, se non è il merito stesso e la qualità del lavoro – valutati da una commissione di pari – a determinare la possibilità e l’opportunità della pubblicazione?
- Dunque, come e quando l’aspirante ricercatore decide che la sua monografia è pronta per essere pubblicata? Di solito quando il suo referente, il professore che lo tiene sotto la sua ala, il suo tutore, gli darà il suo assenso. L’assenso del proprio tutore finisce per essere l’unica verifica di qualità per una pubblicazione di questo tipo. Questa è il secondo punto problematico: anche volendo concedere alla valutazione del proprio tutore una garanzia di qualità (vogliamo?), questo tipo di valutazione rimane sempre e comunque interna al proprio ristrettissimo circolo di colleghi. E la qualità internazionale? E la rilevanza al di fuori del proprio dipartimento?
- Le obiezione tipica a queste critiche è: “nelle materie umanistiche il modello delle riviste internazionali peer-reviewed che si usa in quelle scientifiche non può funzionare”. E perché mai? Perché gli argomenti di ricerca non sono rilevanti in un contesto internazionale? Onestamente, non posso e voglio crederci. Sono sicuro che esistono stimate riviste internazionali di giurisprudenza o di italianistica o di storia moderna che sarebbero ben liete di pubblicare un lavoro sullo Statuto Albertino, una nuova analisi critica della poetica di Carducci, o una disquisizione sul ruolo di Lelio Basso nella nascita dei tribunali internazionali. Sempre che questi lavori siano seri, rilevanti, originali, competitivi. O forse è proprio questo genere di qualità che spaventa?
Leggi le altre puntate:
- E se… 5. Raccomandare alla luce del sole
- E se… 4. Smettere di lavorare gratis
- E se… 3. La valutazione della ricerca
- E se… 2. I finanziamenti
- E se… 1. I concorsi
Professori senza passare dal “via!” 22 gennaio 2010
Inviato da Marco in : Militanza, Politiche della ricerca 17 commentiScopro con orrore dal blog de iMille che il coordinamento nazionale dei ricercatori universitari italiani (CNRU) ha avuto la brillante idea di scrivere un documento con il quale chiede (chiederebbe) che nel simpatico pacchetto della riforma Gelmini si aggiunga una clausola per cui i ricercatori che abbiamo collezionato 6 anni di didattica vengano automaticamente promossi a professori associati, senza concorso alcuno e senza passare dal “via!”.
Allora, a me i concorsi come sono fatti in Italia non piacciono nemmeno un po’, e sono certamente favorevole a un reclutamento più snello e liberalizzato. Ma che si tratti di reclutamento aperto a tutti! Quale tortuoso ragionamento può arrivare a sostenere che un ricercatore che ha vissuto e lavorato 6 anni in un dipartimento sia necessariamente migliore per quel dipartimento di uno che, per dire, quei sei anni li abbia passati a insegnare a Harvard? La fedeltà feudale? E un minimo di confronto sul merito scientifico e didattico dei candidati non lo vogliamo proprio fare?
Del male che fanno all’università e alla ricerca italiana queste assunzioni indiscriminate ope legis ho già avuto modo di dire. Rattrista vedere che continuano sempre e comunque a prevalere tentazioni corporativistiche. E quando mi si forma in mente la parola corporativismo, automaticamente viene affiancata da fascismo, e mi viene al volo il maldistomaco. Accidenti.
Potete leggere la proposta sul sito del CNRU ed esprimere la vostra opinione, che mi auguro sia contraria, se da ricercatori più o meno precari conservate ancora un minimo di dignità e di lucidità professionale. Se non siete ricercatori (universitari e confermati) il vostro voto (come quello del sottoscritto) non conterà un piffero, e nel conteggio finale verrà eliminato. Ma dare un po’ fastidio male non fa.
Fare una pausa e riflettere un po’ 2 luglio 2009
Inviato da Marco in : Fisica, Letture e scritture, Militanza, Politiche della ricerca, Zen da taschino 4 commentiQuando ti rendi conto di essere dalla parte della maggioranza, è ora di fare una pausa e riflettere un po’.
Mark Twain
Scusate lo sfogo un po’ criptico, ma sono in mezzo a una discussione edificante con alcuni giovani colleghi precari dell’INFN sulle possibili azioni di protesta contro il concorso R5. Come Andrea Giammanco faceva notare stamattina nel suo contributo, è estremamente difficile fare uscire le pecore dalla logica del gregge. Che fatica.
Update [venerdì 3 Luglio]: ecco, lo sapevo! Alla fine come sempre vince la logica del compromesso ambiguo. Nella sostanza l’azione di protesta si concretizza semplicemente in una lettera (e va bene), che in più firmerebbero tutti, sia chi non partecipa al concorso sia chi invece ci va. Vi sembra sensato? A me no, dunque mi dissocio. Amen.
