E se… 6. Pubblicare sul serio 3 febbraio 2010
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 17 commenti
E se… le uniche pubblicazione valide per ogni tipo di valutazione comparativa fossero quelle apparse su riviste peer-reviewed internazionali?
- Apparentemente ti serve una monografia. Durante la settimana tra Natale e Capodanno ero in vacanza con un amico (e la sua famiglia, e la mia), il quale, durante una delle conversazioni serali al chiaro di luna, mi ha illuminato su una consuetudine tipica delle facoltà umanistiche (ma non solo) che non conoscevo. In sostanza, se un giovane assegnista di ricerca in una di queste discipline – per dirne una (quasi) a caso: giurisprudenza – vuole sperare di accedere a un posto da ricercatore, è bene, anzi, è praticamente obbligatorio, che nella sua lista delle pubblicazioni abbia (anche, solo) una monografia.
- Cos’è una monografia? Apparentemente è una specie di libro, che contiene, collezione e illustra i risultati della ricerca dell’aspirante ricercatore in questione. Fin qui tutto bene. Le note dolenti arrivano dopo: queste monografie verrebbero solitamente pubblicate a pagamento da case editrici italiane specializzate in questo tipo di pubblicazioni. Auch! Perché la cosa mi fa saltare sulla sedia? Fondamentalmente per due motivi.
- Non c’è niente di male a pagare per pubblicare qualcosa. In qualunque modello di pubblicazione scientifica circola del denaro: in quello tradizionale sono le biblioteche che si abbonano alle riviste a pagare; in quello Open Access sono gli autori che contribuiscono ai costi di pubblicazione, per consentire invece una fruizione gratuita da parte del pubblico. In entrambi i casi la circolazione di denaro non è la clausola che dà accesso alla pubblicazione: lo scrutinio, la revisione e l’eventuale accettazione di un lavoro avviene da parte di un organismo indipendente dal giornale che pubblica: i referee sono esperti della materia di cui il giornale tratta, che – a titolo gratuito! – rivedono, scremano e scelgono i lavori degni di essere pubblicati, in un meccanismo stranoto e condiviso che va sotto il nome di peer-review.
- Se io invece pago una casa editrice specializzata perché pubblichi senza peer-review la mia monografia, in fondo è solo la transazione di denaro che determina se il mio lavoro sarà pubblicato o meno. Certo, ci sarà anche un minimo di cura editoriale, non ne dubito. Ma come potrebbe l’aver pubblicato o meno il proprio lavoro con questo meccanismo essere un criterio di valutazione del merito scientifico, se non è il merito stesso e la qualità del lavoro – valutati da una commissione di pari – a determinare la possibilità e l’opportunità della pubblicazione?
- Dunque, come e quando l’aspirante ricercatore decide che la sua monografia è pronta per essere pubblicata? Di solito quando il suo referente, il professore che lo tiene sotto la sua ala, il suo tutore, gli darà il suo assenso. L’assenso del proprio tutore finisce per essere l’unica verifica di qualità per una pubblicazione di questo tipo. Questa è il secondo punto problematico: anche volendo concedere alla valutazione del proprio tutore una garanzia di qualità (vogliamo?), questo tipo di valutazione rimane sempre e comunque interna al proprio ristrettissimo circolo di colleghi. E la qualità internazionale? E la rilevanza al di fuori del proprio dipartimento?
- Le obiezione tipica a queste critiche è: “nelle materie umanistiche il modello delle riviste internazionali peer-reviewed che si usa in quelle scientifiche non può funzionare”. E perché mai? Perché gli argomenti di ricerca non sono rilevanti in un contesto internazionale? Onestamente, non posso e voglio crederci. Sono sicuro che esistono stimate riviste internazionali di giurisprudenza o di italianistica o di storia moderna che sarebbero ben liete di pubblicare un lavoro sullo Statuto Albertino, una nuova analisi critica della poetica di Carducci, o una disquisizione sul ruolo di Lelio Basso nella nascita dei tribunali internazionali. Sempre che questi lavori siano seri, rilevanti, originali, competitivi. O forse è proprio questo genere di qualità che spaventa?
Leggi le altre puntate:
- E se… 5. Raccomandare alla luce del sole
- E se… 4. Smettere di lavorare gratis
- E se… 3. La valutazione della ricerca
- E se… 2. I finanziamenti
- E se… 1. I concorsi
E se… 2. I finanziamenti 23 gennaio 2009
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 38 commenti
E se… il 25% dei finanziamenti agli atenei e ai dipartimenti fosse assegnato in base alla qualità della ricerca effettuata nei 3 anni precedenti? E se lo stesso criterio si applicasse agli stipendi di ricercatori e professori?
- Si parla molto di penuria di fondi per la ricerca in Italia. Non metto in dubbio che la scarsità dei finanziamenti sia un problema reale, ma non penso che sia il problema principale: il nodo primario è che questi fondi vengono di fatto distribuiti in modo indifferenziato a università e dipartimenti. A prescindere dalla quantità totale dei fondi a disposizione, non c’è nessuna reale competizione per assicurarseli: un ateneo con dipartimenti eccellenti che abbiamo un’ottima produzione scientifica riceve potenzialmente gli stessi fondi di un dipartimento mediocre della stessa taglia.
- La stesso problema si ripresenta nelle retribuzioni. L’entità dei salari di ricercatori e professori è esclusivamente determinata dall’anzianità di servizio. Non esiste nessun meccanismo di differenziazione che premi l’eccellenza, l’impegno e la responsabilità, e che penalizzi la pigrizia.
- Soltanto in un sistema in cui esista una reale competizione per i fondi a livello di atenei e dipartimenti diventa possibile liberalizzare le assunzioni e abolire i concorsi: se assumo il nipote del rettore per fargli un favore, ma questo signore è un fannullone incompetente, negli anni successivi mi ritroverò a non poter assumere più nessuno (o a non poter comprare materiale, o a non poter andare a conferenze, o…), perché non ne avrò la possibilità finanziaria. E il mio stipendio, come quello quello del nipotino, ne subiranno allo stesso modo le conseguenze.
- 25% è ovviamente un’approssimazione. Potrebbe essere il 30% e andrebbe bene lo stesso. Il punto è che si deve trattare di una percentuale consistente. Attualmente meno del 2% dei fondi sono distribuiti in base ai risultati ottenuti nell’attività di ricerca: decisamente una percentuale trascurabile, che non può certo incentivare nessuno sforzo verso un miglioramento e l’eccellenza, o scoraggiare nepotismo, pigrizia o cattive scelte. Anche il periodo di 3 anni è indicativo: magari vanno meglio 2, magari 4, possiamo discuterne. Il nocciolo rimane lo stesso: fondi e retribuzioni devono dipendere in modo sensibile da quanto fatto nel periodo precedente.
- La ricerca deve essere il criterio principale nella valutazione della distribuzione dei fondi. Certo, le università fanno anche (e spesso soprattutto) didattica, e anche questa va valutata, e premiata e incentivata nella sua eccellenza. Ma credo che la didattica debba rimanere un criterio vassallo alla ricerca: un dipartimento in cui si faccia ricerca di prim’ordine, con ricercatori e professori attivi su progetti all’avanguardia nella loro disciplina, sarà sempre un ambiente stimolante per gli studenti. Un dipartimento con ottimi pedagoghi che non fanno (più, mai) ricerca non può garantire lo stesso ambiente. In più, una distribuzione di fondi legata alla sola didattica tenderebbe a stimolare la nascita atenei dedicati esclusivamente all’insegnamento, fenomeno potenzialmente pericoloso per la qualità e l’aggiornamento della didattica stessa.
- Manco a dirlo, qui si apre un punto fondamentale: come si valuta la qualità della ricerca di un ateneo? E di un dipartimento? E di un singolo ricercatore? E chi è incaricato di valutarla? Di questo discuteremo in una prossima puntata. Ma possiamo già dire che la valutazione di ricercatori e professori rimane un affare interno al dipartimento: come per le assunzioni, il dipartimento dovrebbe avere la libertà di differenziare i salari in base insindacabili criteri interni. Criteri che, se l’entità dei fondi del dipartimento fosse sostanzialmente legata all’attività di ricerca, alla fine non potrebbero che essere anch’essi correlati al contributo del ricercatore o del professore a questa attività.
- Non vi sarà sfuggito il fatto che non ho mai nominato il termine “Facoltà”. Le Facoltà sono raggruppamenti di Dipartimenti: sono enti molto eterogenei, e spesso responsabili di organizzazione farraginosa e burocratica. Probabilmente andrebbero abolite, ma di questo magari riparleremo altrove.
- Per finire, due parole sull’attuale Quota di Riequilibrio. Circa il 70% dei fondi delle università viene da quello che si chiama Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Una parte del FFO viene assegnata secondo la cosiddetta Quota di Riequilibrio (QR), che mira a attribuisce una frazione dei fondi pubblici in base al numero di full time students e al costo standard per studente, basandosi sul discutibile principio che le Università che offrono servizi migliori vengano frequentate da più studenti. Il che è palesemente falso: il meccanismo della QR di fatto incentiva l’abbassamento degli standard formativi – faccio corsi ed esami più facili, promuovo e laureo più studenti, più studenti di iscrivono, prendo più fondi. Bella storia, bravi tutti. Per approfondire questo punto, consiglierei di iniziare dal forum degli Innovatori Europei.
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