Vanità della fotografia

(...) Cerco di fare una fotografia di questo fenomeno, ma l'immagine non ne rende per niente la brillantezza. Vanità della fotografia. Lo schermo riduce il reale al suo valore euclideo. Uccide la sostanza delle cose, ne comprime la carne. La realtà si schianta contro gli schermi. Un mondo ossessionato dall'immagine si priva del gustare le misteriose emanazioni della vita. Nessun obiettivo fotografico riuscirà a captare le reminiscenze che un paesaggio evoca nei nostri cuori. (...)

da Dans les forets de Sibérie di Sylvain Tesson

Questa estate sono stato in vacanza in montagna, a marciare e scalare tra i picchi delle Dolomiti. Diversamente dal solito, non ho fatto molte fotografie, principalmente per una ragione prettamente logistica: la reflex che da anni mi accompagna nei viaggi era affidata allo zaino di Irene (a me toccavano imbraghi e corda): di conseguenza, gli scatti li ha quasi sempre fatti lei. Mano a mano che passavano i giorni, mi sono però reso conto che c'era un'altra ragione più intima, perfettamente riassunta da quell'estratto che ho appiccicato lì sopra (tratto da Dans les forets de Sibérie di Sylvain Tesson, libro che peraltro mi ha accompagnato proprio mentre ci spostavamo di rifugio in rifugio tra le Pale di San Martino). Mai tanto quanto nella solitudine delle montagne mi sono reso conto di come viviamo in una società ossessionata dall'immagine, meglio se filtrata e resa perfetta dall'algoritmo di turno. Vivere il mondo attraverso lo specchio di una fotografia continua e condivisa, però, annacqua la sostanza delle cose, e riduce l'intimità dell'esperienza e la capacità di memorizzarla (è provato). Sempre più consapevole di questa trappola, dunque, ho scattato di meno, e ho cercato di guardare di più con i miei occhi, di mandare a memoria, di gustare le esperienze senza la stampella del ricordo digitale che avrei ritrovato a casa. Poi, sia chiaro, qualcosa ho pur fotografato, perché il mezzo mi piace, e mi appartiene da troppo tempo per abbandonarlo del tutto. Però una pausa mi ci voleva, e mi ha fatto bene.

Quest'estate ho anche ascoltato Sylvain Tesson, lo stesso del libro di cui sopra, in una trasmissione radiofonica francese su Omero. Tra i tanti spunti, anche lì ho trovato qualche idea sulle immagini, e sulla loro relazione con la narrazione. La nostra società, come si diceva ossessionata dalle immagini, sta progressivamente abbandonando la parola (raccontata e scritta) come mezzo di espressione e di conoscenza del mondo. Gli antichi, che invece non conoscevano la rappresentazione fotografica o cinematografica, facevano della parola, e in particolare la parola raccontata, la loro arma per sconfiggere il tempo che passa, costruire memorie comuni, idee condivise, briglie per la complessità mondo. Possono immagini e video fare la stessa cosa? Forse, ma è più difficile. Mi sembra infatti che, a meno di non essere grandi artisti, l'immediatezza odierna dello strumento fotografico (o cinematografico) lo renda in primo luogo specchio (narcisista) di chi scatta e corre a condividere. Non mi interessa molto.

Tutto questo per dire cosa? A tempo perso, come periodicamente mi capita, mi sto chiedendo dove portare queste pagine. Se la direzione futura di questo blog non mi è affatto chiara, mi è più evidente cosa non vorrei farne. Ovvero: non voglio mettermi a fare video e trasformarlo in un video blog , anche se pare il futuro della divulgazione; e non voglio mettermi a fare (soltanto, principalmente) foto, anche se è chiaro che senza delle belle immagini nessuno verrebbe a cliccare quello che scrivo (per dire: la serie "Cose che vedi al CERN" ha fatto più hit su questo blog di molte lunghe tiritere, per quanto informate e ben pensate). Voglio invece continuare a scrivere e misurarmi con le parole, e con le parole che raccontano. Forse, semplicemente, mi basterebbe che queste pagine tornassero a essere (o continuassero a essere) un blog personale. Poco importa quanti vengono a visitarle.

Per la divulgazione, che tanto spazio ha invece preso su queste pagine, prima o poi mi inventerò qualcosa di nuovo. Un libro? Un podcast? Una serie di racconti? Ancora non so. Ma, anche qui, vorrei qualcosa che avesse a che fare con parole e storie, racconti e narrazioni. Vedremo.

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6 Commenti

  1. Marina Napoleoni
    Pubblicato il 6 novembre 2017 alle 22:25 | Permalink

    Sono perfettamente d'accordo, leggere è piacevole e fa compagnia. L'autore è uno sconosciuto che ti svela il suo intimo, ti racconta una storia anche senza immagini. Anch'io ho una reflex che uso molto meno per i suoi stessi motivi, uso di più gli occhi e la memoria. Per assurdo mi piacerebbe fare foto ma senza macchijnetta ...

  2. GIGI
    Pubblicato il 6 novembre 2017 alle 23:03 | Permalink

    Non posso che essere d'accordo con te, incoraggiarti e attendere fiducioso PAROLE, pensieri espressi e non rubati al caso ed al momento di un'immagine bella, improvvisa, rubata e non meditata. Addentrandomi nell'ottava decade della mia strada, mi volto indietro a rimpiangere ciò di buono che si va perdendo e le parole, le parole pensate innanzitutto.

  3. Pier Luigi
    Pubblicato il 7 novembre 2017 alle 00:39 | Permalink

    Parlare, scrivere costa fatica! Per superarla l'uomo s'è ingegnato, migliorando la sua esistenza. Ora abbiamo uno strumento per qualsiasi nostra esigenza, la fatica la stiamo eliminando giorno dopo giorno, ma questo erode lo spirito d'osservazione, del parlare e dello scrivere. Diventeremo sempre più taciturni di pensieri e più loquaci di ciance.

  4. juhan
    Pubblicato il 7 novembre 2017 alle 10:02 | Permalink

    Il blog lo considero un amico di cui posso fidarmi. E gli auguro di avere tanti visitatori e commentatori (non siate timidi!).
    Mi spiego: lì dove lavori si fanno cose che non sono immediatamente evidenti a quelli come me. E quelli che lavorano lì spesso parlano in modo che si capiscono solo tra loro (non per via dell'inglese). Ecco arriva il blog che ci racconta. Come hai fatto anche nel libro. Ma rispetto al libro il blog può essere tempestivo, à la "***brekkiniuss***" (ops! m'è scappata, apologizzo, chiedo scusa). Io che sono vecchio sono per i testi che si possono leggere. Ma se arriva altro OK! (e se è un libro lo voglio con la firma, nèh!).

  5. Oriella
    Pubblicato il 7 novembre 2017 alle 13:11 | Permalink

    Fai quel che vuoi, io ti seguo. Certo, se parli "di lavoro" capisco poco , indipendentemente se usi parole o immagini... Ma sono nata nel secolo scorso, resto una analogica, e nel profondo preferisco la comunicazione per parole (e per silenzi! e magari per strada!). troppa agesci...
    Grazie di tutto.

  6. Federico
    Pubblicato il 8 novembre 2017 alle 09:40 | Permalink

    Io opeterei per continuare sulla stessa strada di adesso. Reputo questo blog uno dei pochi luoghi di discussione ancora equilibrati, esenti dal sensazionalismo o dalla follia del like/follow a tutti i costi.
    Continua così. Aiutaci a capire l'affascinante mondo che esplori ogni giorno nel tuo lavoro ma per favore: non tralasciare di condividere con noi i tuoi pensieri personali. Anche la condivisione delle domande, dubbi e ricordi è fonte di crescita (spero reciproca) per tutti noi.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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