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E se… 3. La valutazione della ricerca

Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca , trackback

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E se… la ricerca di dipartimenti e persone – quella che dovrebbe servire a destinare fondi e incentivi – fosse valutata attraverso un processo di peer-reviewing anonimo e internazionale?

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(Scritto il 2 aprile 2009)

Commenti»

1. IgorB - 2 aprile 2009

Tutto sacrosanto, specialmente la non voglia, tutta italiana, di farsi valutare.
Quando lavoravo per una nota multinazionale con sede a Redmond, c’erano 2 momenti di valutazione: la valutazione semestrale degli obiettivi con il responsabile diretto e la valutazione da parte dei clienti.
La prima era abbastanza seria e obiettiva.
La seconda no: o il cliente mi chiamava e mi chiedeva cosa doveva rispondere, o rispondeva a prescindere che “non era soddisfatto”. In questo modo diventava tutto inutile

Quando spiego questa procedura nell’azienda dove lavoro adesso mi guardano come se venissi da Marte.

2. knulp - 2 aprile 2009

Tutto giustissimo! Ne avevamo già parlato qui (compresa la citazione del paper di Parnas!)

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1237

Molto interessante qualcuno dei commenti ricevuti all’epoca.

3. Antonio - 3 aprile 2009

Sottoscrivo al 100%. Aggiungo che oltre al peer-reviewing, dovrebbero contare anche le partecipazioni in progetti scientifici internazionali. Voglio dire un conto che uno svolge ricerca solo nel proprio dipartimento, un’altra cosa è partecipare a progetti internazionali con decine di “competitors” stranieri.

Ma mi sorge un dubbio: sicuro che in Italia si voglia un sistema di valutazione della ricerca obiettivo e “blinded”?
La vera rivoluzione prima che legislativa deve essere culturale e non sono tanto sicuro che la maggiorparte dei nostri centri di ricerca lo voglia davvero. Certo non tutti sono così, collaboro con l’ INFN e loro sarebbero i primi a incentivare questo tipo di valutazioni (ne ho parlato con il direttore dei LNF un giorno ed era d’accordissimo), ma tutti gli altri?
Ho la vaga idea che fuori dalle facoltà scientifiche la situazione non sia così limpida, e ci sono troppi interessi in mezzo per essere “disturbati” da qualche peer poco accomodante.

4. capemaster - 3 aprile 2009

Io sono comunque perchè anche grezzi strumenti come le citazioni siano valutate.

Non sai che email girano nei settori disciplinari e che cosa si sta mettendo in piedi per non essere valutati neanche con IF.
“Rapporti con il territorio”, “rilevanza nazionale”, “congressi di settore”.
Bla bla bla.

Ah!
Anche all’estero fanno schifo, a parte il tuo prof americano: sai quanti collaboratori internazionali indicano i referee amici?

5. Lorenzo Fiori - 4 aprile 2009

Ma valutazione della ricerca e peer-review non sono praticamente la stessa cosa ovvero la prima è basata sulla qualità e quantità della seconda?

Inoltre ho la testimonianza di un mio professore universitario che boccia la ‘meritocrazia’ ovvero il finaziamento proporzionale ai risultati perchè ritiene che la ricerca scientifica sià di fatto una ‘guerra aperta’ e anche investendo notevoli risorse intellettuali e finanziarie si possa fatalmente fallire:
per lui sarebbe quindi più giusto finanziare indiscriminatamente tutti…(forse si tratta di un Prof poco brillante)
Che ne pensa Marco a riguardo?

6. Lorenzo Fiori - 4 aprile 2009

Inoltre che pensa lei Marco del fatto che le riviste internazionali possano decidere a priori la scelta del tipo di articolo da pubblicare in base alla propria linea editoriale?
E’ una cosa che ad esempio viene molto contestata nell’ambito della letteratura ufficiale sui Cambiamenti Climatici attuali che negherebbe importanza alla teorie ‘negazioniste’ dell’Effetto Serra…

C’è anche questo rischio nel peer-reviewing in generale o è solo relegato ad alcuni filoni di ricerca scientifca quale quello citato?

7. Marco - 6 aprile 2009

@Lorenzo: non credo che si possa giudicare il livello della ricerca effettuata separando qualità e quantità. Sarei decisamente a disagio a dire “migliore” un ricercatore o un ente che produce molto di scarsa qualità, o viceversa. Per questo penso che serva una mente umana – e non basti un algoritmo – per valutare in modo completo.

Rispetto alla meritocrazia come “guerra aperta”, sicuramente la competizione può diventare feroce – e questo non è probabilmente un bene – ma risolvere la questione finanziando indiscriminatamente tutti è sicuramente peggio! Penso che l’equilibrio stia nel finanziare una frazione (consistente, ma non totale) dei fondi in base ai risultati ottenuti: non si condanna a morte nessuno, ma allo stesso tempo si favorisce l’iniziativa e si lanciano messaggi chiari a chi dorme sugli allori.

Per finire, sul peer-reviewing editoriale e le riviste. Non sono un esperto di cambiamento climatico, quello che so è che le riviste serie – perlomeno nel mio campo – non hanno problemi a pubblicare articoli contraddittori tra loro, anzi è loro interesse ospitare il dibattito. In generale poi il processo di rewieving serve in primo luogo (e soprattutto) a verificare questioni di rilevanza e soprattutto di metodo. Nel caso del cambiamento climatico, purtroppo le ricerche “negazioniste” sono troppo spesso finanziate e orientate dai cartelli del petrolio, e in generale discutibili proprio sul metodo con cui i risultati sono ottenuti. Ma se un lavoro è buono e ben fondato, per quanto contraddittorio troverà sempre la sua strada verso il pubblico, specie in questo tempo di comunicazioni elettroniche. Anzi, è vero piuttosto il contrario: si fanno strada attraverso la rete anche troppe teorie “bufala”, proprio perché è ormai troppo facile pubblicare “in proprio” senza alcuna revisione editoriale. Ma di questo fenomeno magari riparliamo altrove, perché aprirebbe una discussione a sé.

8. Guido Giuliani - 12 ottobre 2009

Ciao Marco, commento con un ritardo mostruoso, dovuto al fatto che ti ho letto solo oggi.
Ti dico come faccio IO a valutare se una/un mia/o collega è scarsa/o-valida/o.
Premessa: sono ingegnere elettronico, e faccio ricerca nel settore “Photonics”.
Faccio così:
1. Cerco la sua pagina web personale scientifica. Se non ce l’ha, penso: “uhmmmm”. Se ce l’ha, guardo se sono elencati i progetti di ricerca cui ha partecipato, e l’ammontare complessivo dei finanziamenti raccolti (dato che quasi nessuno pubblica, ma che dà un’idea…)
2. Guardo la lista delle sue pubblicazioni su rivista, così per valutarne il numero, rapportato agli anni di attività. In genere ricerco su ISI – Web Of Knowledge. Valuto il numero di temi di ricerca, la loro varietà, e, ovviamente, la qualità delle riviste [al riguardo, vedere la *Nota* in fondo]
3. Elenco le pubblicazioni per numero di citazioini. Di fatto, valuto l’H-index
4. Non mi fermo qui, e vedo CHI ha citato gli articoli in questione. Varie opzioni:
4a. tante citazioni da autori diversi = bene, lavoro di interesse generale
4b. tante citazioni da autori che sono sempre gli stessi = lavoro di nicchia, oppure la/lo scienziata/o in questione lavora in un settore che fa dell’essere nicchia una forza
4c. tante citazioni da co-autori = “uhmmm”, siamo all’ultra-nicchia
4d. tante auto-citazioni (e poco altro) = vabbè, passiamo al prossimo paper
5. Alla fine, riesco ad avere un quadro abbbastanza attendibile del profilo scientifico. In genere, combino la fredda analisi dei paper con le impressioni che la persona mi ha fatto dal vivo, durante la sua presentazione, al lunch-break, durante o dopo la mia presentazione.
6. Il combinato disposto dei punti 1-5 consente di valutare la/lo scienziata/o. Che sia per decidere se scriverci un proposal insieme, o per assumerla/o presso il mio Istituto (faccio finta che funzioni così, nel mio Istituto…), oppure giusto per il gusto di valutare una/un collega.
*Nota*: Nel mio settore le riviste più prestigiose non sono più prestigiose come un tempo. Motivo per cui a volte occorre non solo guardare su QUALE rivista ha pubblicato, ma anche dare un’occhiata al paper per capire se è una cazzata. Spesso lo è. Negli ultimi 10-15 anni troppe persone nel mondo si sono dedicate alla ricerca scientifica, e la qualità media delle pubblicazioni si è inabissata.