E se... 7. Valorizzare le esperienze all'estero

E se... un'esperienza di studio o ricerca all'estero venisse valutata positivamente in una selezione per una posizione accademica? E se, al limite, almeno non rappresentasse un handicap?

  • Mentre ero In procinto di terminare il dottorato di ricerca in Italia, il mio supervisore di allora mi fece un discorsetto edificante, dicendomi senza giri di parole che in quel dipartimento una legge non scritta pretendeva un periodo dopo il dottorato passato "fuori", possibilmente all'estero, prima che si potesse aspirare a una posizione permanente nello stesso dipartimento. A suo tempo la cosa mi sembrò persino degna e giusta, per  quanto mi spaventasse un po'. Non ci misi molto però ad accorgermi che la realtà, in quel dipartimento e altrove, era ed è ben meno virtuosa.
  • La realtà infatti è che la maggior parte dei giovani aspiranti ricercatori in Italia fanno il dottorato nella stessa sede in cui si sono laureati, ottengono un assegno di ricerca nella stesso dipartimento, e attendono poi pazientemente che si apra uno spiraglio per una posizione permanente di nuovo nello stessa identica sede che li ha visti studenti e giovani post-doc. Dove altrove nel mondo (In Francia, in Spagna, negli stati Uniti, per citare i casi che conosco di persona) esistono regole de facto o persino scitte che impediscono a un giovane dottore di ricerca di ottenere un post-doc nella stessa sede dive si è diplomato, e si deve passare un certo lasso di tempo "altrove" prima di aspirare a una posizione permanente da qualche parte, in Italia vige una prassi chiaramente opposta. Nel caso specifico dei dottorandi, la cosa è persino ufficialmente riconosciuta.
  • I pochi che decidono di partire verso un'istituzione straniera per studiare o fare un periodo di ricerca appartengono in genere a due categorie: quelli che non hanno avuto nessuna possibilità in Italia (non hanno mai passato il concorso di dottorato, non riescono a ottenere l'ennesimo straccio di borsa per sopravvivere sottopagati in ordita intorno al dipartimento in attesa che arrivi il loro turno) e quelli che invece decidono coscientemente che un'esperienza all'estero sia un bene per la propria formazione. Paradossalmente, sono in genere coloro che appartengono alla prima categoria che hanno qualche possibilità di rientrare in Italia: per loro l'esperienza all'estero è solo una pezza, una forma di distaccamento temporaneo dalla casa madre in assenza di opportunità locali, che non rappresenta una reale evoluzione. Spesso si tratta solo di trovare un parcheggio, in attesa che si liberi un posticino casalingo più o meno temporaneo che consenta il rientro tra i ranghi.
  • Gli altri, quelli che sono andati a cercare fortuna altrove e hanno continuato la loro carriera in istituzioni altre, in genere devono rassegnarsi: a restare all'estero vita-natural-durante (la maggior parte) o a rientrare con un livello professionale solitamente inadeguato rispetto a età e evoluzione avuta fuori casa. Già, perché il campanilismo nostrano non concepisce che una persona, dopo per esempio dieci anni di ricerca post dottorato all'estero, possa rientrare in un dipartimento italiano in qualità di Professore Associato o di Primo Ricercatore. Chi crede di essere? Con tutta la gente che bivacca proprio sotto casa e si smazza da anni i ruoli e i contratti più umili, pensa forse di poter arrivare bel bello e saltare la fila? Nella migliore delle ipotesi potrà aspirare a un concorso da ricercatore, primissimo gradino di carriera, ovviamente senza molte speranze di rivalutazione del percorso fatto una volta assunto.
  • Pensate che sia pessimista? Onestamente, gli esempi si sprecano e sono sotto gli occhi di tutti. Anche nei rari casi virtuosi, per esempio quelli dei pochi che sono riusciti a usufruire dei programmi di Rientro dei Cervelli (che rientrano comunque più spesso nella categoria di quelli che hanno mantenuto il cordone ombelicale ben connesso, ma sorvoliamo), l'assunzione in pianta stabile a fine contratto temporaneo non è praticamente mai a livello con l'esperienza e il curriculum, ma parte praticamente sempre dal gradino inferiore. Probabilmente per scandalizzare i proci rimasti alla corte.

P.S. Parentesi personale: tra un anno scade il mio attuale contratto qui al CERN, e le probabilità di ottenere una posizione permanente qui sono - a voler essere ottimisti - miserrime. Vogliamo scommettere che, se la mia carriera di fisico continuerà altrove, non sarà in Italia?

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17 Commenti

  1. Manu
    Pubblicato il 13 maggio 2010 alle 13:04 | Permalink

    Marco, che dire...d'accordo su tutta la linea. Aggiungo un dettaglio ancora piu' pessimista (forse pero' e' solo esperienza personale particolarmente sfigata): in Italia il cordone ombelicale va tenuto ben connesso con il proprio dipartimento e gruppo di origine, se si vuole avere qualche speranza di avere un posto. Gia' andare in un'altra universita' italiana a fare il dottorato e' considerato alto tradimento - c'e' gente che non mi ha parlato per mesi quando dopo la laurea ho deciso di accettare il posto di dottorato alla Normale di Pisa, che non mi sembrava esattamente un ripiego sia per la Scuola in se' che per l'esperimento in cui sarei andata a lavorare. Nell'ottica del "gruppo" di origine, avrei dovuto rifiutarlo nell'attesa che si tenesse il concorso di dottorato alla Sapienza di Roma (con esiti quantomai incerti, chi me lo garantiva di avere davvero un posto?). Ah, c'era anche un'altra strada, che qualcun altro aveva aperto: accettare il posto a Pisa, con inizio di contratto a gennaio, e poi fare il concorso a Roma 4 mesi dopo e semmai a quel punto chiudere il contratto a Pisa. Cosa che mi sembrava francamente immorale. Ma capisco che e' da li' che mi e' rimasto il peccato originale. Peggiorato ovviamente dalle varie borse all'estero.
    Non conta se nel frattempo sei cresciuta una spanna sopra a gente che e' rimasta sempre a casetta, se ti sei assunta responsabilita' varie che sono spesso incompatibili con lo studiare per un concorso italiano, se hai imparato a essere indipendente sul lavoro quanto a casa (senza la mamma a lavarti la biancheria).
    Sara' proprio l'indipendenza di pensiero che spaventa?
    In bocca al lupo per l'anno prossimo e per il seguito, comunque!

  2. Pubblicato il 13 maggio 2010 alle 13:16 | Permalink

    oppss... un refuso: "nella stessa sede in qui" > "nella stessa sede in Cui"
    comunque ottimo articolo, come sempre. ciao!

  3. Pubblicato il 13 maggio 2010 alle 13:33 | Permalink

    Gasp. Corretto, grazie (che vergogna!).

  4. Alessia
    Pubblicato il 13 maggio 2010 alle 15:48 | Permalink

    Caro Marco,
    ho 18 anni, sto finendo il Liceo Scientifico e, finiti gli esami, mi appresto ad iscrivermi alla facoltà di Fisica con l'entusiasmo, e forse l'ingenuità, di una persona che nella vita non saprebbe vedersi felice nel fare nient'altro. Vorrei lavorare nella ricerca, ma tutti i ricercatori, che vivono e lavorano in Italia, con cui ho parlato mi dicono sconsolati che se mai vorrò fare un minimo di carriera dovrò andarmene. Il pensiero di formarmi o di lavorare fuori dall'Italia non mi spaventa, ma vorrei sapere quali sono le difficoltà che si incontrano nel cercare un posto all'estero e come si viene accolti nei vari ambienti accademici; dato che sei sempre così chiaro e preciso nei tuoi racconti, il malcapitato a cui chiedo sei proprio tu, spero non ti dispiaccia!
    Ti ringrazio per il tempo che vorrai dedicarmi.

  5. bob
    Pubblicato il 13 maggio 2010 alle 17:26 | Permalink

    Marco, se il prossimo anno non ti tengono al Cern, ti vedo bene a fare il presentatore tv. Che se lo fa questo qui, figuriamoci tu (che sei 1000 spanne sopra)
    http://www.video.mediaset.it/video/mistero/puntate/166650/il-pianeta-e-in-pericolo.html

  6. roberto
    Pubblicato il 13 maggio 2010 alle 20:41 | Permalink

    Sulle ultime righe del tuo PS, un mio caloroso "in bocca al lupo".

  7. Pubblicato il 14 maggio 2010 alle 00:27 | Permalink

    risolte le questioni di dns son qui a dire: sono preoccupato. Spero di laurearmi a "breve" e non so bene cosa sarà di me... c'è chi mi dice che il dottorato in italia ha ancora senso ed è meglio fare il post-doc fuori, e chi mi dice "fuggi il prima possibile"... tu cosa dici?

    io voglio solo fare il mio lavoro divertendomi e preoccupandomi il meno possibile di questioni "burocratiche"... hai idee? 😉
    d

  8. Pinco Pollino
    Pubblicato il 14 maggio 2010 alle 08:07 | Permalink

    Tempo fa, in qualche altro post (non ricordo dove e non ho alcuna voglia di riandarlo a cercare), parlavo di comportamenti caratterizzati da omertà, connivenze e collusioni mafiose (o giù di lì) anche nel settore della ricerca e dell'università.
    Mi si è detto che quel che dicevo suonava vagamente offensive.
    Ora mi domando: in tutto quello che c'è scritto sopra non c'è nulla che abbia a che fare con l'omertà, la collusione e la connivenza mafiosa?
    Se la risposta è no, non c'è nulla, allora OK, devo riconoscerlo, c'è qualcosa che mi sfugge e che non riesco proprio a capire!
    :o|

  9. Pubblicato il 14 maggio 2010 alle 13:07 | Permalink

    @Pinco Pollino: se c'è una cosa che detesto sono le generalizzazioni, e in particolare quelle fatte barando sulle ipotesi iniziali solo per dimostrare che si ha sempre e comunque ragione. In quell'altro post che citi tu usavi di comportamenti mafiosi rispetto alla produzione scientifica e all'accettazione di idee e risultati. Quella tua particolare posizione manichea era offensiva. Qui invece parliamo di politiche di reclutamento e di mobilità dei ricercatori: pretendere che lo stesso ragionamento si applichi per pura analogia (i soggetti sono in parte gli stessi) è appunto barare: non ho nessun problema a parlare di connivenze e nepotismo rispetto agli argomenti specifici di questo post, mentre il mio scetticismo rispetto al tuo commento di allora rimane.

    @Bob; ehm ma io mica ho bel faccino del Bossari o gli addominali tartarugati di Raz Degan 🙂

    @Alessia e Davide: in generale i giovani fisici italiani che si trovano a emigrare sono ben accolti e rispettati, e molti trovano posizioni interessanti altrove (in Francia è pieno, per esempio). Direi dunque di non inquietarsi troppo adesso (a fine liceo o durante l'università), di studiare serenamente in Italia, e ovviamente di farlo bene (l'unico vero discriminante, alla fine, è sempre e comunque l'eccellenza). Le opportunità all'estero (specie i post-doc) si trovano facilmente se si è costruita una solida rete di contatti, in genere durante il dottorato. Dunque (lo dico in particolare a Davide) se uno decide di fare il dottorato in Italia (cosa che in effetti va ancora bene) è essenziale che cerchi di non restare "chiuso in casa": conferenze, meeting di collaborazione, presentazioni, collaborazioni con ricercatori stranieri vanno coltivati e cercati espressamente, a costo di litigare con il proprio relatore. Fanno bene al cervello, e allo stesso tempo alla carriera futura nel caso ci si trovi a dovere o voler cercare strade oltre il confine un volta finito il dottorato.

  10. Pinco Pollino
    Pubblicato il 14 maggio 2010 alle 14:16 | Permalink

    @Marco: No, no!
    Il contesto che avevo in mente era molto più generale della semplice produzione scientifica e accettazione di idee e risultati.
    Era una profonda sfiducia nell'ambiente scientifico, tecnico e forse anche, in maniera ancora più generale, della Cultura attuali, fino a metterci dentro anche le amministrazioni, pubbliche, private e religiose!
    Anzi proprio di sfiducia nella Scienza e nella Cultura attuali quando divengono principalmente Pratica Amministrativa, in tutti i suoi aspetti, stavo parlando.
    Ma, bada bene, la mia non è di nuovo sfiducia "anarchica" nella Pratica Amministrativa in generale, ma sfiducia in "questa" Pratica Amministrativa, quella del nostro tempo, che esiste oggi e a cui si prestano in tanti (per non dire la quasi totalità), adducendo, a motivo della propria disponibilità, che non potrebbero fare altrimenti.
    Sono invece convinto che un'altra Scienza e un'altra Pratica Amministrativa sono possibili.
    Però le persone dovrebbero impegnarsi a cercare di costruirle e dovrebbero anche essere disposte a pagare qualche prezzo, perché comunque un prezzo da pagare c'è sempre.

    Quanto alle generalizzazioni, beh... la Relatività Generale e la Meccanica Quantistica sono delle belle generalizzazioni! 🙂
    Ma quelle sono sicuro che non le detesti, perché il contesto è un altro, perché il significato è un altro... perché è sempre qualcosa d'altro! OK, OK!
    Teniamo le cose distinte, cerchiamo di cogliere tutte le sfumature, perché bisogna distinguere, bisogna comunque approfondire, bisogna riconoscere gli ambiti...
    Sai che ti dico: ma quanto è bella la Meccanica Classica!
    Quante belle cose ci si possono fare senza che si alzi su qualcuno a dire che bisogna approfondire, magari all'infinito!
    😐

  11. Pubblicato il 14 maggio 2010 alle 14:29 | Permalink

    Ti ringrazio per il consiglio (tra l'altro richiesto). Mi permetto ancora due considerazioni a lato.

    - "orientamento" - non c'è nessuno in università (mettiamo facoltà che è meglio) che faccia orientamento ai laureandi: che opportunità ci sono qui? che opportunità ci sono all'estero? e poi estero... dove??? per la mia specializzazione dove è meglio andare? (da un certo punto di vista il mondo è ancora "grande")
    e soprattutto se ci fosse qualcuno disposto a rischiare di "orientarci" vorrei che fosse onesto. Onesto nel senso che pretenderei mi si dicessero le _effettive_ opportunità che ci sono... (sottratte le loro necessità di mani e teste che producano)

    - "ambientali" - tra tre anni (mettiamo che vinca un dottorato qui) la mia donna avrà ancora voglia di seguirmi? o mi dirà "sì ciccio andava bene andarsene quando avevi 25 anni adesso siamo quasi a 30; io ho un lavoro -seppur precario- e non voglio rischiare di dover tornare, dopo i 3 anni del (tuo) post-doc, di nuovo in cerca di un lavoro precario in Italia..." meglio andarsene subito?

    ...e poi effettivamente "uno decide di fare il dottorato in Italia" o all'estero? Riesce addirittura a decidere? a me sembra che quando sarà il momento si vedrà quanto male saremo messi e in caso faremo come i topi che scappano dalla nave... troppo pessimista? troppo giovane e inesperto? (btw a quanto vedo fra i miei colleghi siamo tutti nella stessa situazione)

    ho scritto troppo scusa.

  12. Pubblicato il 14 maggio 2010 alle 14:33 | Permalink

    Ecco, Pinco, io questa sfiducia globale e indifferenziata non riesco a condividerla, e anzi, mi sembra di nuovo una grossa generalizzazione del tipo "si stava meglio quando si stava peggio" e "non ci sono più le mezze stagioni". Se lo sconforto per una pratica che non ci sembra giusta si riduce al mugugno indifferenziato, beh, è inutile e persino dannoso, perché ci illude di aver capito il problema e ridotto la sua unica soluzione all'annientamento. Purtroppo la realtà è sempre li a ricordarci che le cose sono in genere più complicate e sfumate. Sempre che sia la realtà a interessanti.

    P.S. RQ e MQ generalizzazioni? Meno male! Perché "generalizzare" in campo scientifico è un bene, sai? Ma di nuovo, temo che tu stia tirando fuori a caso e sparando nel mucchio, altrimenti non avresti detto quello che dici sulla meccanica classica, che non è certo meno sfumata della sue compagne moderne (mai messo mano su un problema a tre corpi?).

  13. Pubblicato il 14 maggio 2010 alle 15:15 | Permalink

    Ciao Davide,

    consiglio spassionato: vai all'estero! È vero che teoricamente puoi fare il dottorato in Italia e poi fare il postdoc fuori. Praticamente, non succede o è molto difficile per i motivi da te menzionati.

    E dato che in Italia non puoi sperare di fare una carriera per merito, è evidente quale è la soluzione...

    Good luck
    Stefano

  14. Pubblicato il 15 maggio 2010 alle 08:37 | Permalink

    Quando io ho passato lo scritto del dottorato (arrivando prima), prima dell'orale hanno chiamato il mio (ex) relatore e gli hanno chiesto come mai non mi aveva raccomandato 🙂 (no, ora mi viene da sorridere, lì per lì pensavo che almeno a fisica la parola meritocrazia avesse un senso)

    Quando ho deciso che quello che mi legava all'Italia pesava di più di quello che mi spingeva fuori (e la decisione ancora mi brucia, perché di fatto ho lasciato la ricerca allora) speravo che almeno le esperienze fatte fino ad allora non sarebbero state un handicap.

    Col senno di poi, probabilmente andarsene era la decisione giusta.

  15. Jonathan
    Pubblicato il 15 maggio 2010 alle 12:03 | Permalink

    Davide sei ancora giovanissimo, se non è un grosso problema per te e hai l'opportunità vai subito all'estero ! come hai detto precedentemente, intuendo perfettamente il problema, più si va avanti con gli anni e più certe scelte sono influenzate e condizionate da fattori esterni ! anche l'età e la maturità tendono ad ostacolare l'impulso dinamico che è fortissimo quando si è giovani... tra l'altro di fidanzate all'esterno ne trovi mote più che in Italia 😉
    In bocca al lupo e soprattutto applicati tanto.

  16. Pubblicato il 18 maggio 2010 alle 13:21 | Permalink

    @Davide: io me ne sono andato dall'Italia a 32 anni suonati e qui mi hanno accolto a braccia aperte.
    Non esiste un "troppo tardi per andarsene" (contrariamente a quanto dice Stefano). L'importante è non aver passato gli anni precedenti a far fotocopie in un sottoscala.

  17. Pubblicato il 19 maggio 2010 alle 09:42 | Permalink

    «Non esiste un “troppo tardi per andarsene” (contrariamente a quanto dice Stefano).»

    Non che conti qualcosa, ma non ho mai scritto e/o pronunciato il virgolettato.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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