Large Human Collider, la comune delle particelle

La settimana scorsa è uscita su Nature un'interessante news feature - segnalatami per prima dall'Oca Sapiens - intitolata The Large Human Collider. L'articolo discute i risultati di alcuni studi sociologici sui modi di funzionamento e interazione del CERN in generale e delle grandi collaborazioni degli esperimenti di LHC in particolare. Si tratta di una lettura molto interessante, dunque se masticate un po' di inglese ve la consiglio di sicuro.

Per una serie di coincidenze Radio 3 Scienza, il quotidiano scientifico della terza rete di Radio Rai, mi ha invitato a discutere in trasmissione dell'articolo e degli argomenti correlati (come si manda avanti e si tiene insieme una collaborazione scientifica di questa taglia? Come si prendono le decisioni? Come si riconosce il merito individuale? Come si comunica dentro e fuori?). La puntata si intitola "La comune delle particelle", è andata in onda in diretta lunedì mattina, e la potere riascoltare tramite il podcast della trasmissione oppure direttamente dal loro sito (sorbole, se non riuscite ad ascoltarlo e proprio ci tenete me lo dite e vi piazzo l'mp3 anche qui, ok?).

In realtà non sono molto soddisfatto del risultato: oltre al sottoscritto, che avrebbe probabilmente dovuto interpretare la parte dell'animale sotto osservazione, sarebbe dovuto intervenire un sociologo che invece alla fine non c'era. La redazione e il conduttore hanno perciò dovuto improvvisare con il materiale a disposizione (me!), con risultati a mio parere non eccelsi (eh, il prodotto è quello che è). Paradossalmente io avrei mandato in onda la conversazione con il redattore che ho avuto un'oretta prima della diretta: sarà per il clima rilassato, sarà perché avevamo più tempo a disposizione dei dieci minuti della diretta, ma secondo me ci siamo detti (ho detto!) delle cose più interessanti.

In ogni caso, mentre rileggevo l'articolo di Nature con in testa la partecipazione alla trasmissione, mi ero appuntato un po' di cose che mi sembrano interessanti da discutere o almeno accarezzare, anche se probabilmente troppe per i tempi e i modi della radio. Ricopio qui gli appunti, più o meno come sono sul mio quadernetto blu, da accompagnare eventualmente a lettura dell'articolo e ascolto della puntata.

Le collaborazioni di LHC come esperimenti sociali

  • Bisognerebbe chiedersi: le modalità d'organizzazione, le strategie di comunicazione, i percorsi decisionali adottati nei decenni passati dalle collaborazioni degli esperimenti di fisica delle alte energie scalano bene da gruppi il cui ordine di grandezza era 100 persone (e.g. le collaborazioni di LEP) a gruppi il cui ordine di grandezza è 1000 (e.g. le collaborazioni di LHC)? Nessuno ci ha veramente pensato, dando per scontata una risposta positiva. La risposta è invece probabilmente negativa.
  • I fisici amano credere di essere bravi a fare qualunque cosa, management e gestione delle risorse umane compresi. Ma non lo sono (e purtroppo troppo spesso preferirebbero morire piuttosto che farsi aiutare/insegnare da qualche esperto in materia).
  • I fisici sono conservatori nell'uso degli strumenti tecnici, che spesso adottano velocemente per entusiasmo e mantengono oltre il lecito per abitudine. I mezzi di comunicazione principe delle grandi collaborazioni di LHC (email e mailing list, meeting con presentazioni frontali supportate da slide) sono troppo frequentemente usati acriticamente e indiscriminatamente, e generano più rumore e perdita di tempo che comunicazione efficiente. Le "novità" tecniche (e.g. i feed RSS) o forme di comunicazione diversa (e.g. riunioni senza slide!) sono difficili da far adottare o solo considerare.

Gerarchia e modalità di presa delle decisioni

  • È vero che la gerarchia delle collaborazioni non ha un potere formale; nonostante questo deve essere perlomeno in grado di esercitare una leadership chiara e condivisa, altrimenti esiste il rischio che le attività stagnino o divergano.
  • Il problema principale della gestione delle attività di una collaborazione è l'esistenza di una doppia gerarchia: quella (verticale) interna alla collaborazione (composta dai vari livelli di management e coordinamento delle attività) e quella (orizzontale) degli istituti di appartenenza dei collaboratori. La prima gerarchia dovrebbe coordinare, prendere le decisioni, orientare le attività, risolvere i conflitti, ma non ha (quasi) strumenti di incentivo o punizione perché - a differenza delle organizzazioni aziendali classiche - non paga lo stipendio e non gestisce gli avanzamenti di carriera dei sui elementi, aspetti che  sono invece di competenza della seconda gerarchia. La gerarchia delle collaborazioni non è (quasi) mai nella posizione di ordinare/comandare/imporre qualcosa o di gratificare/punire qualcuno. Tutto il lavoro avanza dunque praticamente solo grazie a una paziente (estenuante!) attività di costruzione del consenso e di lobbying verso la gerarchia delle istituzioni di appartenenza dei collaboratori. La cosa non sempre funziona bene, ha diversi limiti, è spesso troppo lenta per reagire a vere emergenze.
  • Per fortuna, la scienza non è comunque democratica! Esiste almeno il fattore della qualità (plausibilità) scientifica per tranciare in modo univoco certe questioni. Ma ci sono aree grigie dove il fatto scientifico e quello politico si confondono, spesso generando problemi o difficoltà.

Il modello della comune come bolla cognitiva

  • Il fatto di poter vivere dentro al CERN senza mettere il naso fuori non è necessariamente una buona cosa. Se da una parte stimola la produttività e l'efficienza, non è esattamente una scelta sana per l'equilibrio umano e persino scientifico. Io diffido di chi vive solo per e nella la fisica delle particelle.

Il sacrificio dell'identità personale

  • Il riconoscimento del contributo individuale ai lavori che vengono pubblicati a nome di tutta la collaborazione (migliaia di firme!) rimane un problema. Se da una parte è certamente giusto che ogni lavoro venga firmato da tutti (dove e come si potrebbe tracciare la linea di separazione tra chi firma e chi no? Sediamo tutti sulle spalle degli altri!), è necessario trovare il modo di differenziare qualità e quantità dei contributi, specie per le persone giovani che sono ancora alla ricerca di una posizione permanente.
  • In ATLAS c'è una discussione in corso su questo argomento, e qualche proposta è stata persino avanzata (qualcosa di simile a un database dei contributi individuali), ma come sempre rimane il nodo della certificazione: chi si assumerebbe la responsabilità di attribuire le notifiche di merito individuale? Come si impedirebbero i campanilismi locali (che già esistono)?

La mediazione continua per ottenere l'unanimità

  • Non è necessariamente sempre una buona cosa, perché a volte mediazione vuol più prosaicamente dire compromesso. E non è detto che questo approccio porti sempre al design migliore.
  • I conflitti non sono per forza negativi. Il conflitto perenne va evitato, ma penso sia necessario mantenere una sana dose di dialettica, obbligando poi qualcuno a prendersi la responsabilità di scegliere.

La grandi collaborazioni e il processo di peer-review

  • Non sono (affatto!) d'accordo con l'affermazione del rappresentante di CMS, secondo il quale il peer-review non è più applicabile a collaborazioni scientifiche di questa dimensione, perché solo i membri delle collaborazioni stesse sarebbero in grado di valutare la qualità scientifica dei propri risultati, a causa della complessità del processo che li ha prodotti. Il lavoro scientifico deve rimanere comprensibile e soprattutto giudicabile dalla comunità scientifica di riferimento.
  • Nel caso non sia così, credo che sia piuttosto la capacità da parte della collaborazione di comunicare il risultato e il processo scientifico che lo ha generato a essere carente. Cosa peraltro perfettamente possibile (i troppi anni a giocare con le simulazioni e a parlare nella nostra cerchia chiusa ci ha fatto perdere un bel po' di allenamento alla scrittura scientifica).

Le collaborazioni di LHC e i blog

  • Occorre distinguere tra blog che puntano a fare della divulgazione per un pubblico di non fisici, e blog che vorrebbero fare del dibattito scientifico all'interno della comunità degli esperti. I primi sono in qualche modo al riparo dalle polemiche interne alla categoria (almeno che non ci si tuffino deliberatamente) rispetto alla segretezza dei risultati (nel senso che hanno poco interesse a pubblicarli di straforo prima del blessing interno della collaborazione, non è questo infatti il loro scopo), i secondi hanno (dovrebbero avere) un dovere di riservatezza. Se da una parte una discussione professionale più libera sulla rete è auspicabile, nessuno con questa scusa dovrebbe arrogarsi il credito dell'anteprima di una scoperta prima della totalità della collaborazione a cui appartiene, per le stesse ragioni per cui gli articoli li firmano tutti.
  • Resta poi il problema della credibilità di un blog, o più in generale di una risorsa sulla rete non soggetta a peer-review, rispetto alla qualità dei risultati e delle affermazioni fatte: in base a quali criteri scelgo di fidarmi? La popolarità? Ma - di nuovo - la scienza non è democratica!
  • Inoltre il peer-review (doppiamente cieco, e qui ci sarebbe da discutere, perché quasi mai lo è in entrambi i versi) dovrebbe garantire la possibilità di emergere anche a ricercatore meno noti o influenti che abbiano buone idee. Chiaramente la pubblicazione diretta e la visibilità legata solo alla popolarità vanno nella direzione opposta

Gli incubi dei fisici delle particelle

  • Non conosco molti colleghi che pensino al proprio rivelatore come a un familiare, la cui morte andrebbe affrontata come un lutto. È però certamente vero che la scala temporale di questi esperimenti (decine d'anni!) mette la propria affiliazione e la propria identificazione in una prospettiva diversa. A quanti esperimenti della taglia di quelli di LHC un fisico partecipa nella vita? Due, forse tre. È chiaro che l'investimento e l'attaccamento sono molto diversi rispetto a campi o momenti storici in qui un esperimento si può o poteva mettere in piedi, girare e chiudere nel giro di due o tre anni.
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13 Commenti

  1. Vitaliano
    Pubblicato il 7 aprile 2010 alle 22:25 | Permalink

    Interessante argomento.. avevo letto, tempo fa (su uno dei periodici dell'INFN, non ricordo il nome della rivista) un articolo che analizzava gli aspetti sociologici (senza precedenti) degli esperimenti LEP. LHC vanta ben altre dimensioni, ma si diceva che il modello organizzativo degli esperimenti LHC fosse stato sviluppato proprio sulle base (e sul successo) dell'esperienza al LEP, senza introdurre particolari novità. Comuque, almeno per LEP, i quattro esperimenti avevano organizzazioni interne differenti tra loro.

  2. Pinco Pollino
    Pubblicato il 7 aprile 2010 alle 22:36 | Permalink

    Come è difficile il mondo!

    A volte non soltanto quello dei fisici.
    Ma "anche" quello dei fisici!

    E se la scienza non è democratica...
    ...la democrazia è scientifica?

    Ovvero ancora, la democrazia tiene conto della realtà?
    Boh! Forse la realtà non interessa gran che a nessuno.
    A volte sembra che la sola realtà che conti in democrazia sia il consenso!
    Viene meno il consenso... e tutto crolla!
    Ma se tutto crolla, anche il consenso viene meno.

    Per esempio LHC, se venisse meno il consenso,
    tutta l'impresa e la collaborazione, e le vite spese e programmate
    sullo sviluppa di questa macchina verrebbero meno.

    Un giorno il bosone di Higgs non interessa più a nessuno,
    le persone tornano ad allevare pecore e ad arare i campi con i buoi,
    tutto sarebbe più faticoso... niente cellulari e niente satelliti,
    la via lattea un pallido bagliore notturno, in una notte buia ovunque
    ...ma forse meno minacce* alla scomparsa della specie umana
    e meno riflessioni esistenziali.

    O forse, soltanto, che si fatichi per cacciare un orso,
    o per acchiappare un sottile segnale da una dimensione lontanissima nello spazio e nel tempo (e nelle energie) , sempre animali preistorici
    rimaniamo, sopravvissuti ai dinosauri... senza sapere né perché né per come!

    Forse solo per vivere in maniera diversa la lotta per la sopravvivenza.

    * NOTA - Non voglio dire che LHC sia una minaccia alla scomparsa della specie umana, ma insieme a tutto il resto, anzi, tutto il resto,
    i conflitti tra amministrazioni, pubbliche, private e religiose, piccole e grandi, l'eccesso di specializzazione, le immani risorse che vengono messe a disposizione per attività specifiche e spesso ignote ai più (vedi arsenali nucleari, processi chimici e genetici, oltre che finanziari e produttivi, medici e militari e chi più ne ha più ne metta...) forse lo sono!

  3. Pubblicato il 8 aprile 2010 alle 14:03 | Permalink

    Sono d'accordo con Marco, dettagli a parte, e con Pinco P. ma è un cambiamento più generale. Freeman Dyson - in Mondi possibili - parlava del Cern e simili come di "modello napoleonico" e lo contrasta con quello "tolstoiano", romantico e più creativo della biologia. E' un'idea datata, molta ricerca è su scala industriale, eppure resiste. Altre collaborazioni durano decenni - 30 anni la missione spaziale Cassini. Gruppi di 500-1000 persone sono normali per un genoma "grosso", per modelli climatici o epidemiologi, per trial clinici ecc.

    Gli scienziati devono vedersela con l'esprit de corps, l'attaccamento alla fabbrica, il consenso sui mezzi rispetto ai fini, la divergenza fra autorevolezza e potere - e chiunque lavori in gruppo. E per gruppi grandi che devono trovare un equilibrio, o si spaccano, le soluzioni sono diverse, rif Google e Apple, Pixar e Disney, Lehmann Brothers e Goldman Sachs ecc.

  4. GIGI
    Pubblicato il 8 aprile 2010 alle 22:21 | Permalink

    Sorbole, Marco! (qui da noi si dice socc....)
    Ti ho sentito e - a parte che hai una bella voce - ma chi ha insegnato a fare radio al tuo intervistatore? Meglio il tuo blog!

    Le tue considerazioni sulle differenze tra la scienza come si fa oggi e quella di un tempo mi hanno ricordato un libro che lessi nel 1966: I trent'anni che sconvolsero la fisica. di G.Gamow.
    Sono andato a cercarlo; pagina 69:

    Effetto Pauli, un fenomeno misterioso che non è stato e probabilmente non sarà mai capito su base puramente materialista.
    E' noto che i fisici teorici non sanno maneggiare le apprecchiature sperimentali: appena le toccano queste vanno in pezzi. Pauli era un fisico teorico talmente bravo che, di solito, appena lui varcava la soglia di un laboratorio si rompeva qualcosa. Una volta, nel laboratorio del professor Frank, a Gottinga, accadde un fatto misterioso ... nel primo pomeriggio ... un complicato apparecchio ... si sfasciò. Frank ne scrisse a Pauli a Zurigo e qualche tempo dopo ricevette la risposta in una busta con francobollo danese. Pauli scriveva che era andato a trovare Bhor e che nel momento dell' incidente nel laboratorio, il suo treno faceva una sosta nella stazione di Gottinga !

    Ora mi chiedo: la regola del teorico fascia-attrezzature vale ancora oggi ? E se sì, chi era dalle vostre parti il 19.09.2008 ?

  5. Pubblicato il 8 aprile 2010 alle 23:19 | Permalink

    Sono stato affascinato dalla intervista alla radio di Radio3 Scienza, al prof Marco Delmastro. E' stato un caso che in auto accendessi la radio! Ho letto i dialoghi con Olivier e mi sto appassionando a questi strani (per me) argomenti. Sono un Medico che usa la Scienza, ma non pensavo che si fosse arrivati così a tanto! Sono sgomento. Ho ripreso in mano un libro che più volte avevo iniziato senza continuare a leggerlo, di Hawdking "Dal Big Bang ai Buchi neri". Mi ha riportato alla realtà della miserrima condizione degli esseri umani, piccole particelle imprigionate tra l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande. Tutto ora mi sembra più accettabile, dopo aver riscoperto che non siamo quasi nulla se confrontati a questi due infiniti mondi. Ciò mi ha consolato. Grazie Prof. Marco. E buon lavoro. Se vuole e ha tempo può contattarmi: Carlo Zanolini

  6. Pubblicato il 9 aprile 2010 alle 09:06 | Permalink

    @Gigi: bof, i teorici sanno mimetizzarsi benissimo 🙂

    @Carlo: benvenuto! Come dicevo a inizio trasmissione, professore è in generale decisamente troppo (a meno che non corti l'abilitazione a insegnare alle superiori), e in particolare qui sarebbe comunque fuori luogo (il 'tu', se le/ti va, è benvenuto). Buona lettura, e torna a farmi visita.

  7. Pubblicato il 9 aprile 2010 alle 10:09 | Permalink

    OK. Grazie. Va benissimo il tu. Lasciamo allora da parte il termine "professore" (pensavo che fossi anche docente universitario). Sto iniziando a capire qualcosa di tutto il vostro ambaradan (!), grazie alle semplici spiegazioni tue. Un saluto dal nostro Piemonte e da Torino.

  8. Manu
    Pubblicato il 13 aprile 2010 alle 10:05 | Permalink

    Ciao a tutti, vi segnalo anche questo talk (http://indico.cern.ch/conferenceDisplay.py?confId=56280), con papero allegato, che presentava uno studio su leadership e management in ATLAS. La questione gestionale di questi grandi esperimenti mi ha sempre lasciato perplessa.

    Come dici molto bene, Marco, io non credo che lo scaling sia lineare nemmeno fra le collaborazioni LEP (~500 persone) e quelle LHC (ormai ATLAS e CMS contano 3000 membri).

    E guai a usare le tecniche di management sviluppate dagli esperti - io ho assistito a qualche meeting condotto da persone che avevano chiaramente seguito corsi di management: conduzione molto efficace secondo me, ma che veniva percepita come aggressiva e poco educata dalla maggioranza dei partecipanti (i fisici si sentono offesi se vengono privati del diritto di esprimere il loro parere, anche quando questo parere si riduce essenzialmente a dire che si e' d'accordo con i dieci interventi precedenti).

  9. Pubblicato il 13 aprile 2010 alle 16:01 | Permalink

    Ciao Manu,

    grazie per il link, non lo conoscevo mica!

    Come dicevo (e entrambi sappiamo bene), i fisici sono (in media) molto presuntuosi e credono di saper fare bene tutto. Se qualcuno vagamente più esperto in un campo che non è il loro (nostro) cerca di spiegar loro come andrebbero fatte certe cose (organizzare un meeting, usare uno certo strumento di comunicazione invece di un altro) si solito si inalberano, offendono, e infine trovano mille scuse per giustificare la loro inerzia nell'accettare consigli, cambiamenti, nuovi strumenti e modalità a cui nona abbiamo pensato loro.

  10. Manu
    Pubblicato il 28 aprile 2010 alle 08:55 | Permalink

    Posto anche questo link a un workshop oggi sul management di grandi comunita' - sarebbe interessante andarci, ma penso che mi manchera' il tempo: http://indico.cern.ch/conferenceDisplay.py?confId=91407

    Nell'articolo citato prima, viene anche ricostruita bene la storia di ATLAS, il che e' divertente sia per gli outsider che per gli insider.... 🙂

  11. Pubblicato il 28 aprile 2010 alle 09:00 | Permalink

    Ehi, è stamattina, proprio sotto il mio ufficio. Magari vado a buttare il naso.

  12. Pubblicato il 2 maggio 2010 alle 04:37 | Permalink

    Sempre perche' il turno e' tranquillo (95% di efficenza)...esiste tutta una articoli e libri di sociologia dei grandi (e piccoli) gruppi di fisica delle particelle che molti si rifiutano anche solo di leggere. personalmente, lavorando negli USA, ho trovato molto utile Beam Times and Lifetimes. L'ho pubblicamente consigliato ai colleghi italiani che si trovano male con gli statunitensi...insegna molte cose che stanno "sotto" alla formazione di una comunita' di pari (quale quella dei fisici) che pure si deve dare delle regole..Ho letto l'articolo di Nature e non mi ha entusiasmato il tono...anche io non credo che sia bene vivere in una bolla. Anzi, al CERN si vive in una bolla (piccola) all'interno di una bolla piu' grande (quella dei fisici delle alte energie). Superreferenzialita'. Alimentata. Se avete dei dubbi andatevi a sfogliare le ultime annate del cern courier. Poiche' l'unica fisica di alte energie viene fatta al CERN (ed ovviamente se ne faceva pochina) lo hanno inzeppato di altri settori della fisica. Tutto per alimentare questa autoreferenzialita'.
    Comunque, per toccare invece un punto sollevato all'inizio. La questione piu' difficile e' quella di raggiungere un consenso (scientifico) mantenendo coesa una collaborazione e senza forzare il dibattito in maniera autoritaria. Ho vissuto (bene) la cosa nel 1994 durante la scoperta del top. Non voglio dire che non ci siano state persone che in questo processo non abbiano sofferto (e magari patito ingiustizie). Dico che e' statoun caso di un processo che ha visto coinvolta tutta la collaborazione. Per quanto creda ad una peer review esterna, i dettagli tecnici(e le critiche piu' serrate) non possono che venire dall'interno delle collaborazioni. Ci sono cose che, semplicemente, o sono fatte correttamente o non c'e' modo (come referee) di controllarlo piu' di tanto. Per questo credo che l'autoreferenzialita' sia uno dei maggiori pericoli. L'altro e' che ATLAS e CMS facciano analisi identiche come avveniva (e con quali effetti...) ai tempi di LEP...
    ciao ciao

  13. Pubblicato il 2 maggio 2010 alle 13:17 | Permalink

    Giorgio, grazie per la referenza, leggerollo certamente

    Il CERN Courier è una pubblicazione pessima (e che mi impicchi pubblicamente, ma va detto), sia per contenuti che per stile che per grafica che per... ma chi lo legge?

    Sulla questione della peer-review esterna, quello che dici è probabilmente vero e mi sento di condividerlo, mentre invece il modo con cui un concetto scritto viene espresso nell'articolo di Nature è irritante. Poi uno potrebbe sempre chiedersi: d'accordo, nessun referee può entrare nei dettagli tecnici di anali del genere, epperò non ti sembra innaturale una totale mancanza di commenti e richieste (cosa che apparentemente si è vista in occasione dei almeno uno dei primi paper di fisica di LHC)?

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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