E se... 5. Raccomandare alla luce del sole

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E se... ogni domanda per una posizione in Università o presso un Ente di Ricerca dovesse essere accompagnata da tre lettere di raccomandazione?

  • L'Italia sembra essere l'unico paese dove la consuetudine di richiedere un certo numero lettere di raccomandazione in occasione di una domanda per uno nuovo lavoro in ambito accademico non esiste. La cosa è certamente legata all'illusione di oggettività e alla pretese di assenza di responsabilità di quell'istituto desueto e malato che è il concorso, sul quale ho già abbondantemente ragliato altrove.
  • La raccomandazione è tutt'altro che una pratica inesistente in Italia. Per qualunque concorso o selezione in ambito universitario e di ente di ricerca, non crederete mica che le commissioni siano cieche e sorde, e guardino solo il curriculum e le prove dei candidati, vero? Le telefonate ai professori di riferimento, i consulti e le ricerche di informazioni sono all'ordine del giorno. La cosa di per se è buona: se doveste selezionare un candidato tra molti, veramente vi fidereste solo del CV o del risultato di un tema o di una serie di esercizi, senza chiedere un consiglio a chi con questa persona ha già lavorato, magari per anni? Il punto grave è che questa procedura avviene esclusivamente sottobanco, mentre nel resto del mondo non solo è alla luce del sole, ma è obbligatoria. Il vantaggio di formalizzare la procedura di raccomandazione è duplice.
  • Da una parte obbliga chi raccomanda a fare delle scelte: per esempio, non tutti gli studenti che fanno un dottorato con un certo professore sono ugualmente bravi, questa persona non dovrebbe avere dunque nessun interesse a dire eccezionalmente bene di ognuno di loro. E, come si dice, "carta canta": all'ennesima lettere roboante su un candidato mediocre, chi gli crederà più? Per questa ragione nel resto del mondo civilizzato è normale rifiutare una lettera di raccomandazione a qualcuno di cui non ci si sente di dire più che bene: una lettere mediocre è peggio che nessuna lettera! Questo ha un vantaggio secondario: in occasione di un passaggio di carriera (da dottorato a assegno di ricerca, da contratto temporaneo a posto fisso) il referente del candidato si trova nella condizione di dirgli esplicitamente (attraverso una lettera più o meno buona, o il rifiuto di scriverla) se ha apprezzato o meno il suo lavoro.
  • Dall'altra parte la persona che a bisogno delle lettere, e a cui ne servono in genere tre, deve fare lo sforzo di pensare chi può testimoniare veramente la qualità del suo lavoro. Se la testimonianza non è solo un "è molto bravo" sussurrato al telefono, ma una lettera che deve circostanziare con fatti e confronti questa bravura, non è detto che il miglior redattore sia per forza la persona con il maggior peso politico. Spesso il barone che ha solo firmato la tesi, ma ha seguito poco o niente il lavoro, scrive lettere lusinghiere ma generiche, e questo genere di raccomandazioni si riconoscono lontano un miglio e non sono considerate come specialmente eccellenti. A volte un ricercatore meno "famoso" ma più vicino al lavoro e alle qualità del candidato può fare meglio: si tratta di un sistema che, oltre a responsabilizzare e a forzare trasparenza e scelta, impone un'esplicita meritocrazia dei fatti. Inoltre, doveno il candidato fornire tre lettere, dovrà veramente andare oltre alla cerchia dei sui più stretti collaboratori, e dimostrare di aver costruito legami, relazioni, collaborazioni al di la del suo orticello.

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9 Commenti

  1. Xisy
    Pubblicato il 2 novembre 2009 alle 14:18 | Permalink

    Però anche in Italia non mi risulta che sia una consuetudine del tutto assente. Ad esempio, mi pare che per l'INAF vengano richieste 3 lettere.
    Comunque mi trovo d'accordo con quanto scrivi.
    Però penso che 3 lettere siano pure troppe anche perché nella maggior parte dei casi non sarebbero indipendenti (ad es. se i 3 referenti appartengono allo stesso gruppo di ricerca).
    A mio avviso ne basta una ben fatta. Nell'esempio che fai, basterebbe il barone che scrive -anzi firma- a nome del gruppo, dopo aver raccolto informazioni specifiche (presso il gruppo) sul lavoro del candidato e sulla sua qualità.

  2. bob
    Pubblicato il 2 novembre 2009 alle 14:32 | Permalink

    Le raccomandazioni, in Italia, sono di ben altro genere (come giustamente scrivi tu). E chi non le ha....
    http://racconta.repubblica.it/generazione-perduta/risultatitotali2.php

  3. Pubblicato il 2 novembre 2009 alle 15:10 | Permalink

    @Xisy: beh, in molti casi vengono richieste "fino a tre lettere", ovvero non più di tre. Il limite superiore è sensato per obbligare le persone a scegliere. Quanto alle tre lettere da tre persone nello stesso gruppo di ricerca, in effetti valgono poco più che una lettera sola. Ma non è proprio questo il gioco? Se un altro candidato può presentarne tre realmente indipendenti (perché ha un'esperienza più lunga e variegata, o perché ha avuto un numero maggiore di collaborazioni) mentre tu soltanto una (o tre praticamente sovrapposte), la persona che seleziona trarrà le sue conclusioni.

  4. Xisy
    Pubblicato il 4 novembre 2009 alle 02:34 | Permalink

    Sul "fino a tre" sono d'accordissimo, purché poi scriverne meno di tre non costituisca uno svantaggio in partenza rispetto a chi magari ne riporta tre uguali. Ma non penso che sia così, se chi valuta ha l'interessere di selezionare un candidato motivato e capace, aldilà del numero di lettere di presentazione.

    Chi ha girato più gruppi/collaborazioni/linee-di-ricerca fa bene a esibirlo come suo punto di forza (ed ha la mia ammirazione). Certo questo non è un buon affare per i più giovani. Cioè, per uno fresco di dottorato al suo primo post-doc, per esempio, dover cercare tre "raccomandatori" è veramente assurdo, oltre che demoralizzante.

    Un'altra idea secondo me buona è un numero massimo di pubblicazioni selezionate. Secondo me il numero di pubblicazioni (penso alla fisica delle alte energie, ma non solo) è soprattutto un indicatore dell'attività gruppo. Cioè, la fortuna di trovarsi nell'esperimento giusto al momento giusto, che non è un grosso merito. Bisognerebbe chiedere di selezionare le più importanti o quelle in cui il candidato ha realmente contribuito.

  5. Pubblicato il 4 novembre 2009 alle 08:52 | Permalink

    per uno fresco di dottorato al suo primo post-doc, per esempio, dover cercare tre “raccomandatori” è veramente assurdo

    Non sono d'accordo. Dipende molto da come hai fatto il tuo dottorato, e da come e quanto il tuo relatore ti abbia spinto a collaborare con altri, a farti vedere, a muoverti. Proprio nel mondo della fisica delle alte energie non è inusuale che un dottore appena diplomato possa ottenere più lettere: una certamente dal suo relatore, le altre da colleghi stranieri con cui ha lavorato.

    un numero massimo di pubblicazioni selezionate

    Condivido. AI board di selezione del CERN devi presentare una selezione di 10 pubblicazioni, accompagnata da una breve spiegazione della tua scelta, motivando quale è stato il tuo contributo esplicito ad ognuna. Mi sembra una buona cosa

  6. M.B.
    Pubblicato il 18 gennaio 2010 alle 15:19 | Permalink

    Ciao Marco!

    Grazie al consiglio di un amico da un po' di tempo seguo il tuo blog, anche se non ho mai commentato. Mi piace molto la tua maniera di fare divulgazione, lineare come sempre la scienza dovrebbe essere (anche quando spiegata in parole semplici). In più di un'occasione mi sono anche divertita a linkare qualche tuo post ad amici preoccupati o scettici su quanto avvenga realmente dietro le mura di un centro di ricerca 🙂

    Oggi mi sono decisa a scriverti dopo essere finita su questo post, perché proprio in questi giorni sono un po' preoccupata a causa di lettere di presentazione e il peggio è che c'entra pure il CERN 🙂
    Io infatti studio fisica ed è da diversi mesi ormai che il pensiero di partecipare alla Summer School per undergraduates ricorre.
    In tutto questo tempo sono riuscita a convincermi di non essere all'altezza di un'esperienza del genere, che sarebbe controproducente essendo questo l'anno in cui spero di laurearmi, di non avere reali possibilità di esservi ammessa, ecc...
    Poi all'ultimo minuto, qualche giorno fa, l'improvvisa motivazione di un paio di compagni ha spinto il mio orgoglio a prendere la decisione che la ragione non era riuscita a prendere. Ho deciso di fare domanda comunque. Da perdere non c'è niente, e da guadagnare in ogni caso moltissimo 🙂

    Quasi subito, però, sono stata scoraggiata a fare domanda. Mi è stato detto da persone che hanno in passato collaborato col CERN che solitamente si hanno ragionevoli probabilità di essere accettati solo se si hanno conoscenze influenti lì al centro di ricerca.
    E questo nonostante le due ufficiali lettere di presentazione che sono richieste.
    Questa cosa mi ha messa un po' in difficoltà, infatti la scadenza si avvicina e io ancora non ho finito di compilare i moduli della domanda. Mi è sembrato triste che persino in un ambiente così vitale, così interculturale, così... eccellente da tanti punti di vista, e persino per un'iniziativa per undergraduates funzioni tutto in base al meccanismo delle raccomandazioni. Io, che non avrò probabilmente lettere di presentazione iperboliche (ehy, sono ancora undergrad! nessun docente mi conosce bene, in fondo), che purtroppo non ho un curriculum d'esami così brillante, e che purtroppo non ho conoscenze importanti al CERN, probabilmente è il caso che smetta di fantasticarci su.

    Perdonami se ti ho annoiato condividendo quest'esperienza! Mi piacerebbe molto sapere tu cosa ne pensi e cosa mi consigli di fare.

    Ancora complimenti per il blog ^__^

  7. Pubblicato il 18 gennaio 2010 alle 23:07 | Permalink

    Ciao M.B., come hai già visto da sola per puro caso proprio oggi ho parlato di Summer Student. Ti rispondo di la, ok?

  8. Carlo
    Pubblicato il 30 maggio 2010 alle 08:41 | Permalink

    Nella tua esposizione hai parlato di "lettere di raccomandazione"di cui tenere conto in occasione di selezione per concorso. Meglio sarebbe dire "lettere di presentazione" perchè quella che all'estero (la presentazione di una persona in base al suo curriculum e a alle sue qualità, da parte di esperti accreditati nel campo) è considerata prassi trasparente quasi obbligatoria, in Italia è di norma una sorta di metodologia mafiosa. Quasi sempre in Italia i "raccomandati" ottengono ruoli importanti e vincono i concorsi. Perchè in Italia non si introduce una regolamentazione in merito per rendere più cristallina ogni valutazione della carriera?

  9. Pubblicato il 30 maggio 2010 alle 16:51 | Permalink

    Carlo, che voi che ti dica? La questione rimane la stessa: l'accountability per le proprie azioni. Fino a quanto il "raccomandare" qualcuno servirà solo al qualcuno in questione ma non porterà conseguenze al raccomandatore nel caso suggerisca qualcuno non all'altezza del compito, ma solo un amico/parente/protetto, la "raccomandazione" rimarrà una pratica di nepotismo e non la prassi sana e normale del resto del mondo. Amen.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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