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Linee della morte 29 luglio 2006

Inviato da Marco in : Letture e scritture, Scienza e dintorni, Vita di frontiera 1 commento finora

Questa settimana ha visto accumularsi una serie di deadline da lasciarmi senza fiato.

Ieri ho dovuto consegnare il proceedings di CALOR2006 (mai scritto un articolo piu` in fretta!), un paio di giorni prima finire le correzioni all’articolo per JINST (la cui gestazione invece si è prolungata per più di due anni…). Come se non bastasse, c’era anche la dichiarazione dei redditi per l’Italia da finire (ma questa è un’altra storia)!

Diceva il saggio Douglas Adams:

Adoro le scadenze, mi piace quel fruscio che fanno quando mi sfrecciano accanto

Beato lui che poteva permetterselo (chi non sa chi è Douglas Adams si sconnetta subito. Sciò). Questo cui sotto sono io mercoledì sera…

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Il dio mercato si droga 27 luglio 2006

Inviato da Marco in : Geek attitude, Militanza 1 commento finora

Tornando dal Mont Gelè chiacchieravo con Irene del più e del meno, e siamo venuti a parlare di software libero.

Antefatto: io le faccio regolarmente una testa così sull’open source e le sue qualità, gli standard aperti, le battaglie contro i DRM, l’ingiustizia delle posizioni monopolistiche, l’assurdità intellettuale di un certo approccio all’informatica, e soprattutto sul contenuto squisitamente politico piuttosto che tecnico di queste faccende. Lei ascolta paziente i miei rantoli – ah, le mogli -, mi zittisce regolarmente quando divento troppo tecnico, ma ha perfettamente capito che la gestione dell’informazione è una questione polica, e che lasciarla in mano solo ai nerd e alle multinazionali potrebbe essere un errore.

Per questo, da un po’ di tempo a questa parte, quando si trova in una condizione favorevole, piazza la sua domandina: “come vi ponete nei confronti del software libero?”. L’ha fatta a Eduardo Missoni in occasione dell’intervista per Vita, l’ha recentemente rilanciata ai diplomatici incontrati alla Summer School dell’OSCE. Domenica sconsolata mi diceva: “rassegnati, tutto il mondo delle organizzazioni interazionali se ne sbatte del software libero e degli standard aperti”. Perchè? Pare che la risposta sia stata qualcosa del tipo: “è il mercato che decide”.

Due considerazioni. Uno: chi ha mai detto che dobbiamo prostrarci a questo nuovo dio chiamato mercato? Chi l’ha detto che il mercato è in grado di autoregolarsi da fare sempre il bene di tutti? Non ci credo nemmeno dipinto, a stento potrei accettare un mercato regolato e calmierato. Due: gli stessi sostenitori del mercato come unico regolatore delle nostre economie, sono poi gli stessi che contro il mercato agiscono! Il recente incontro del WTO a Doha sta fallendo, per dirla semplificando al massimo, perchè le potenze della Terra da una parte chiedono a quelle del Terzo Mondo di accettare ogni tipo di liberalizzazione sui loro territori, dall’altra progettano le sovvenzioni statali alle agricolture di casa loro. Come dire: a casa tua vale la regola di nessuna regola, così ti schiaccio senza che tu possa fare nulla. A casa mia, per evitare lo stesso fenomeno, mettiamo la regola che, visto che è casa mia, io ho dei punti di vantaggio e delle protezioni e tu ti attacchi.

Il mercato è uno spaventapasseri buono per gli allocchi che ci credono, un dio drogato messo in prima linea per coprire una realtà di abusi di posizioni monopolistiche e di protezionismo di altri tempi. Dalle patate ai sistemi operativi passando per le automobili. Non cercate di convincermi.

Mont Gelè 25 luglio 2006

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2006-07-23 - Mont Gele - Roberta (12).jpg

Sabato e domenica ci siamo trovati con Elisa e Roberta in Val d’Aosta, per salire al Mont Gelè.

Il Mont Gelè si erge a 3518 metri tra la Svizzera e l’Italia, nella zona del Gran Combin. Lo abbiamo raggiunto salendo da Valpelline, lasciando le auto a Rouz e pernottando sabato notte al rifugio Crete Seche. La salita dal rifugio è abbastanza lunga ma non troppo faticosa, tranne forse i tratti di sfasciume per salire quella che un tempo era la sede del ghiacciaio dell’Aroletta, e che ora è solo più una morena di sassi e pietra (ieri sera ho controllato sulla guida del CAI del papà di Irene, è impressionante vedere come il ghiacciaio si sia ridotta. Un alpinista di Legnano che saliva per la sesta volta ci confermava di aver visto letteralmente sparire il ghiaccio negli anni).

Abbiamo trovato il ghiacciaio finale in buono stato, con un solo piccolissimo crepaccio, anche se si limita ormai a coprire solamente la base della cima che invece affiora rocciosa. I ramponi erano superflui per la salita, ma Irene ed io li abbiamo messi a scendere per maggiore sicurezza. La discesa è infinita, e ho più volte rimpianto di aver lasciato in auto i bastoncini. Il rifugio di Crete Seche è bello e accogliente, il gestore giovane e simpatico. ci siamo anche fermati a pranzo prima di riscendere alle auto.

2006-07-23 - Mont Gele - Roberta (11).jpg

Nota di colore: abbiamo portato Oliver con noi, che si è rivelato un ottimo cane-alpinista ma un pessimo cane-e-basta. Legato alla cuccia del rifugio ha abbaiato continuamente fino a quando – con animo sereno e rilassato :-) – per evitare le ire degli altri ospiti del rifugio lo abbiamo slegato e fatto dormire con me nello stanzino d’ingresso del rifugio (dormire è un eufemismo, diciamo sonnecchiare per periodi di 35 minuti tra le 23 e le 3 del mattino, interrotto dal cane che tentava di entrarmi nel saccoapelo). Soprannominato il “cane casinista” dalle compagnie presenti, dubito vedrà un altro rifugio molto presto, almeno in mia compagnia.

 

600000 ranocchie 21 luglio 2006

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Qui continua a fare molto caldo, dunque suppongo che il salto non sia andato molto bene.

Anche ques’anno i volponi del salto collettivo il cui impatto modificherebbe l’orbita terrestre (o ne sposterebbe l’asse, ogni anno l’effetto previsto è un po’ diverso) per “fermare il riscaldamento globale, estendere le ore di luce diurna e creare un clima più omogeneo” sono tornati alla carica. Ieri, 20 luglio, 600000 persone avrebbero dovuto saltare contemporaneamente per ottenere i miracolosi benefici cosmici. E hanno saltato! Date un’occhiata al sito del World Jump Day per convicervene…
La cosa è ovviamente una bufala. Fatevi un conto al volo: la Terra ha una massa di circa 6*10^27 kg, diciamo se ogni saltatore pesassse 100 kg – e ce n’è di ben più magri! – e saltasse nello stesso punto contemporaneamente – sarebbe un happening ben affollato – la Terra riceverebbe 6*10^7 kg a una velocità, mmm… vediamo… facciamo che la gente salti da un metro… poco più di 4 metri a secondo: un trasferimento di impulso decisameete trascurabile (e ok, va bene, le cose sono più complicate, perchè dovremmo considerare Terra e gente insieme come un sistema la cui distribuzione di massa cambi, e come questo influenzi il comportamento dinamico della Terra nel sistema solare, ma insomma, ci siamo capiti, stiamo sempre parlando di quantità dell’ordine di 10^-20, una mosca che atterri su una petroliera fa più o meno lo stesso effetto).

Persone più competenti di me hanno cercato di analizzare perchè qualcuno organizzi una bufala planetaria simile, e che cosa ci guadagni: si parla di un’iniziativa artistica, qualcosa che ricorda un po’ la plouf-economie. Ma nel caso della plouf-economie, la gente che lascia cadere un sassolino nell’acqua sa bene di stare partecipando a un gesto gratuito, a una performance senza scopo se non la performance stessa. Le 600000 ranocchie in giro per il mondo avevano la stessa consapevolezza? O pensavano veramente di cambiare il destino della Terra? Mah…

Idioti delle cime 15 luglio 2006

Inviato da Marco in : Militanza, Montagna aggiungi un commento

Scopro per caso aggirandomi per il web che la Madonna delle Nevi in cima al Rocciamelone è stata recentemente deturpata a colpi di piccozza.

La cosa mi infastidisce e mi indigna non poco (e non ho mai avuto particolari fervori mariani, sia chiaro!), e in tempi bizzarri di Budda sul Pizzo Badile ci tengo a dirlo forte e chiaro. Sembrerebbe che qualcuno identifichi la fortuna di vivere in una società laica, multiculturale e relativista con l’autorizzazione a imporre una strana dittatura del personalismo, per cui le croci dalle vette dovrebbero sparire perchè il cristianesimo non è più religione di stato, o non tutti gli alpinisti sono credenti.

Mi domando se questo idiota iconoclasta, alle prese con una qualche ascensione hymalaiana, avrebbe dato fuoco – in un momento di estrema coerenza – anche alle bandierine di preghiera buddiste che si trovano su quelle cime. Sospetto di no, perchè è sempre più facile essere tolleranti e culturalmente aperti con una diversità lontana, con cui non ci tocca convivere tutti i giorni, che non disturba le nostre monolitiche certezze.

Crammont 13 luglio 2006

Inviato da Marco in : Montagna 1 commento finora
La Thuile 2006-06-24 (11).jpg

Irene è rientrata da Vienna, ho potuto recuperare le foto dalla macchina digitale. Ecco dunque le immagini prese a fine giugno dalla cima del Crammont.

Il Crammont è uno dei più importanti balconi sul Monte Bianco, forse un po’ snobbato per il sentiero piuttosto ripido che lo sale partendo da Elevaz, una frazione poco sotto La Thuile. Si arriva a circa 2800 metri, per una visione a 360° sulla Valle d’Aosta. Peccato che quel giorno il tempo fosse piuttosto variabile, la panoramica sul bianco è un po’ nuvolosa. La discesa è faticosa per via della pendenza, un paio di bastoncini sarebbero stati consigliati. Noi li abbiamo dimenticati in macchina, e abbiamo pagato con le gambe doloranti durante la settimana…

Era il 24 giugno, la sera ci hanno raggiunti Elisa e Fabrizio, lei appena reduce da un incidente motociclistico per fortuna non grave.

 

We shall overcome! 8 luglio 2006

Inviato da Marco in : Geek attitude, Militanza aggiungi un commento

Qualche settimana fa ho comprato l’ultimo album di Bruce Springsteen (We shall overcome, the Seeger sessions). Una delle cose che apprezzo della Svizzera è che, in una combinazione di offerte di lancio e IVA al 6%, i CD (nuovi) possono costare relativamente poco, diciamo intorno ai 10/15 euro. Un prezzo equo mi sembra un buon incentivo a comprare musica.

Arrivato a casa ho infilato il CD nel lettore dello stereo, e – argh! – non suonava. Non veniva riconosciuto, il lettore frullava a vuoto mentre in me cresceva una certa rabbia. Un’indagine più approfodita della custodia rivelava la microscrittina: “The audio side of this disc does not conform to CD specifications and therefore will not play on some CD and DVD players”. Che cosa vuol dire “non comforme alle specifiche CD”? L’album è della Sony, non è stata proprio la Sony a proporre per prima questi standard?

Attenzione. Ho detto Sony? In un lampo mi torna in mente tutta la storia del programmino Sony per la “protezione” dei CD. Per chi non ne fosse al corrente, la Sony ha recentemente introdotto un simpatico software sui suoi CD musicali, basato su quello che in gergo si chiama rootkit. Si installa silenziosamente sulla vostra macchina win**** – a meno che non abbiate disabiitato l’autorun, cosa comunque saggia da fare se proprio dovete usare win**** – e installa un layer tra il sistema operativo e il CD per impedire alcune operazioni, tra cui, quarda caso, il ripping del CD con strumenti convenzionali e la crezione di mp3.

Al di là del ragionevole sospetto di illegalità di un sistema di DRM così invasivo (o dell’uso di un qualunque DRM, per quello che mi riguarda: dove lo mettiamo il fair use?), il sistema si è rivelato pericoloso per i computer degli utenti, sono apparsi a un certo punto alcuni trojan che ne utilizzavano le falle di sicurezza, e la Sony stessa – dopo minacce e denunce, ha dovuto fare un qualche tipo di marcia indietro.

Non so se We shall overcome abbia il rootkit della Sony. Secondo alcuni il problema potrebbe essere semplicemente legato al fatto che il disco è un dual disk (un lato CD, l’altro DVD), e in effetti il disco non rientra negli elenchi denunciati dalla casa discografica. La cosa non mi rassicura molto, e per sicurezza il CD non entrerà comunque nel lettore di nessuna delle macchine win**** che ho sottomano. Purtroppo non riesco a montare la partizione CD sotto Linux per verificare (accidenti a chi non rispetta gli standard!), ma riesco invece invece a leggerlo come traccia musicale, e a ripparlo. Verrebbe da chiedere se qualcuno ne vuole una copia! Tra l’altro, il disco è molto bello…

L’esperienza mi ha riportato con prepotenza – e con la motivazione che solo il coinvolgimento personale sa dare – nell’arena della lotta ai DRM. Primo passo, ho aderito a Defective by Design, campagna contro i DRM lanciata tra gli altri da Gnu e FSF. Ma di questo parlerò un’altra volta.

Via ferrata di Thones 7 luglio 2006

Inviato da Marco in : Montagna, Vita di frontiera aggiungi un commento

Via ferrata di ThonesSabato scorso sono andato con Giovanni e Stefano a fare la via Ferrata di Thones. Thones è un grazioso paesino nel mezzo del massiccio dell’Aravis, in Alta Savoia, a un’oretta da Ginevra e due passi da Annecy.

La ferrata parte praticamente dal centro del paese, dopo non più di dieci minuti di avvicinamento a piedi. E’ bella atletica ed esposta (la nostra guida la dava come una delle due più difficili ferrate di Francia), e inizia subito con un ponte tibetano, giusto per scoraggiare i vertiginosi che si fossero trovati lì per caso. Dopo circa 250 metri di canalini e strapiombi, finisce con un tetto micidiale (quotato TD), in alternativa al quale viene offerta una simpatica scala esposta verso il vuoto… La parete che si sale è orientata a sud, è sicuramente più piacevole al mattino all’ombra.

Questa di Thones è il prototipo della ferrata francese: attrezzata ottimamente, con un milione di scalini, maniglie e piedistalli, volendo si potrebbe percorrerla tutta senza mai toccare la roccia. Essendo l’attrezzatura ipertrofica, chi l’ha chiodata si è permesso di farla passare per linee di salita che dal punto di vista alpinistico non definiresti certo eleganti e naturali. A tratti sembra quasi che la ferrata giochi al rialzo con le difficoltà, giusto per darti un’ulteriore botta di adrenalina.

Per me che non apprezzo molto i “parchi avventura”, la parte migliore è stata quella centrale: difficoltà contenute ma pochi o nessun gradino, e invece molta roccia su cui mettere le mani. Il senso del ponte tibetano rimane un mistero (e non è nemmeno aggirabile come quello – chessò – di Anticaprie). Se uno cade dal ponte e rimane appeso alla longe, che cosa succede? Dubito possa tirarsi su a braccia. Si trascina allora fino al bordo e spera che qualcuno lo issi? Mah…

Ogni tratto della ferrata ha una targhetta con un nome altisonante: come suggerisce Giovanni, probabilmente serve a portersela tirare al bar la sera con gli amici.

Arrivati in cima abbiamo rischiato di perdere nel vuoto una macchina fotografica e un casco che stavano rotolando a valle. La provvidenziale corda di un gruppo di francesi ce ne ha permesso il recupero: 20 metri di corda da 8 mm saranno la prossima dotazione fissa del mio zaino.

P.S. Stefano ha fatto parecchie foto, appena le recupero le metto su.

Piero Delmastro 6 luglio 2006

Inviato da Marco in : Famiglia, Memorie, Montagna aggiungi un commento

Piero DelmastroUn anno fa mancava mio zio Piero.

Era una persona solitaria e schiva, piemontese all’estremo, se possibile.

Nonostante questo suo essere chiuso, “orso”, è riuscito – probabilmente senza volerlo – a essere una figura importante per me. Era un alpinista, non amava raccontare le sue imprese, ma ho sempre avuto l’impressione di percepire la passione inquieta che lo aveva portato a scalare. E’ stato il compagno di Ugo Manera, ma questo io l’ho scoperto solo più tardi, leggendo “Pan e pera”, perchè da lui non ho mai ascoltato nessuno di quei racconti.

Non siamo mai andati in montagna insieme. Era sempre molto dissacrante rispetto a tutto, scettismo e cinico quasi per partito preso, come se volesse convincerti che in fondo non ci fosse nulla che importasse per lui. Doveva essere il suo modo di difendersi, da cosa chissà.

Per un certo periodo veniva a prendere il caffè da noi il sabato pomeriggio dopo pranzo, verso le 2. Passavamo un’oretta insieme prima che io infilassi i pantaloncini corti e il fazzolettone per correre ad attività con gli scout. Arrivava in via Bidone da via Pigafetta a piedi, sempre in maniche corte, come se il freddo non gli facesse nulla. Le sue avventure di allora erano la Russia, poi la Cina, dove era stato a lungo per lavoro e che dipingeva con il consueto disincanto. Ma ogni tanto gli uscivano anche piccole frasi sulla montagna, che segretamente conservavo come i consigli di un saggio. Nel 2000 abbiamo passato il capodano al rifugio Talarico: mentre studiavo la mappa, con un gesto improvvissamente molto attento mi ha mostrato tutti i versanti potenzialmente pericolosi per le valange. E poi cose come: “impara lo spazzaneve, sulle piste non serve a nulla, ma in montagna in un sentierino stretto è bene che tu lo sappia fare”.

Non so se l’ho mai veramente conosciuto, se qualcuno lo ha mai veramente conosciuto: a un certo punto ha eretto un muro tra lui e il mondo, un muro difficile da penetrare, che l’ha portato a morire da solo.

Quello che però so è che, sotto questa scorza che copriva chissà quali dolori, c’era un uomo buono, di una bontà schiva che sembrava far fatica a mostrarsi. Nel 1989 lavorava a Napoli, ma era a Torino per la mia Cresima. Mi portò una maglietta polo della Converse, simile a quelle che portava sempre lui, in estate come in inverno. Una maglietta firmata alla fine degli anni 80 era una regalo grosso per un adolescente, ma lui si schernì dicendo che era probabilmente finta, che a Napoli sanno fare dei falsi similissimi. Quella maglietta è ancora nel mio cassetto.

E poi so che mi manca, e mi manca la possibilità di dirgli le cose che avrei voluto condividere con lui. Quando è morto ho ereditato il suo materiale da montagna. Delle tante cose, una in particolare mi fa vibrare: il suo martello da alpinismo, rigato dei colpi dati su chissà quale rocca sperduta, a sfogare sulla roccia paure e speranze e desideri e dolori. Uno dei suoi moschettoni è sempre attaccato al mio zaino, un ultimo modo di andare in montagna insieme, di non dimenticare, pure nel silenzio, i legami misteriosi che ci uniscono.

Come Guido indenta 5 luglio 2006

Inviato da Marco in : Geek attitude aggiungi un commento

In questi giorni il Cern ospita EuroPython, una conferenza annuale per i programmatori che usano appunto Python. Per una serie di coincidenze, la maggior parte delle sessioni ha luogo nell’edificio in cui ho l’ufficio. Risultato: devo sicronizzarmi in opposizione di fase con i coffe break della conferenza, se non voglio fare due ore di coda per un caffè.

Siccome Guido van Rossum, l’autore di Python, è recentemente andato a lavorare per Google, nell’atrio del building 40 c’è un banchetto con un signore e una signora Google che cercano di assumere brillanti programmatori, blandendoli con ogni sorta di gadget. Io non sono affatto un brillante programmatore, ma questo non mi ha impedito di portami a casa una penna di Goggle, una spillina di Google che lampeggia colorata, e pure una maglietta di Google. E pensare che a me Google non sta nemmeno tanto simpatico, dalla connivenza con il governo cinese in poi.

La maglietta di Google porta scritto sulla schiena:

Python:

programming the way Guido indented it.

che è potrebbe essere una bella battuta, non fosse che prevede una minima conoscenza di Python per capirla. Ah! humor nerd

Domani accompagno insieme ad altri la signora Google nella caverna di Atlas. Punto al cappellino di Google, ovviamente.