E se… 5. Raccomandare alla luce del sole 2 novembre 2009
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 9 commentiE se… ogni domanda per una posizione in Università o presso un Ente di Ricerca dovesse essere accompagnata da tre lettere di raccomandazione?
- L’Italia sembra essere l’unico paese dove la consuetudine di richiedere un certo numero lettere di raccomandazione in occasione di una domanda per uno nuovo lavoro in ambito accademico non esiste. La cosa è certamente legata all’illusione di oggettività e alla pretese di assenza di responsabilità di quell’istituto desueto e malato che è il concorso, sul quale ho già abbondantemente ragliato altrove.
- La raccomandazione è tutt’altro che una pratica inesistente in Italia. Per qualunque concorso o selezione in ambito universitario e di ente di ricerca, non crederete mica che le commissioni siano cieche e sorde, e guardino solo il curriculum e le prove dei candidati, vero? Le telefonate ai professori di riferimento, i consulti e le ricerche di informazioni sono all’ordine del giorno. La cosa di per se è buona: se doveste selezionare un candidato tra molti, veramente vi fidereste solo del CV o del risultato di un tema o di una serie di esercizi, senza chiedere un consiglio a chi con questa persona ha già lavorato, magari per anni? Il punto grave è che questa procedura avviene esclusivamente sottobanco, mentre nel resto del mondo non solo è alla luce del sole, ma è obbligatoria. Il vantaggio di formalizzare la procedura di raccomandazione è duplice.
- Da una parte obbliga chi raccomanda a fare delle scelte: per esempio, non tutti gli studenti che fanno un dottorato con un certo professore sono ugualmente bravi, questa persona non dovrebbe avere dunque nessun interesse a dire eccezionalmente bene di ognuno di loro. E, come si dice, “carta canta”: all’ennesima lettere roboante su un candidato mediocre, chi gli crederà più? Per questa ragione nel resto del mondo civilizzato è normale rifiutare una lettera di raccomandazione a qualcuno di cui non ci si sente di dire più che bene: una lettere mediocre è peggio che nessuna lettera! Questo ha un vantaggio secondario: in occasione di un passaggio di carriera (da dottorato a assegno di ricerca, da contratto temporaneo a posto fisso) il referente del candidato si trova nella condizione di dirgli esplicitamente (attraverso una lettera più o meno buona, o il rifiuto di scriverla) se ha apprezzato o meno il suo lavoro.
- Dall’altra parte la persona che a bisogno delle lettere, e a cui ne servono in genere tre, deve fare lo sforzo di pensare chi può testimoniare veramente la qualità del suo lavoro. Se la testimonianza non è solo un “è molto bravo” sussurrato al telefono, ma una lettera che deve circostanziare con fatti e confronti questa bravura, non è detto che il miglior redattore sia per forza la persona con il maggior peso politico. Spesso il barone che ha solo firmato la tesi, ma ha seguito poco o niente il lavoro, scrive lettere lusinghiere ma generiche, e questo genere di raccomandazioni si riconoscono lontano un miglio e non sono considerate come specialmente eccellenti. A volte un ricercatore meno “famoso” ma più vicino al lavoro e alle qualità del candidato può fare meglio: si tratta di un sistema che, oltre a responsabilizzare e a forzare trasparenza e scelta, impone un’esplicita meritocrazia dei fatti. Inoltre, doveno il candidato fornire tre lettere, dovrà veramente andare oltre alla cerchia dei sui più stretti collaboratori, e dimostrare di aver costruito legami, relazioni, collaborazioni al di la del suo orticello.
Leggi le altre puntate:

