Weekend a Mosca: pioggia, monasteri e ponos

Sergei Posad

C'è una legge di Murphy che regola la qualità del tempo meteorologico alle conferenze: se la conferenza comprende un weekend, farà brutto. La Lomosonov Conference non fa eccezione. Sabato avevo previsto di andare in giro per Mosca, marinando la sessione hard-core dei teorici, e domenica era invece programmata la gita sociale al monastero di Sergei Posad. Venerdì notte la temperatura nella regione moscovita è scesa intorno ai 16 gradi, e ha iniziato a piovere praticamente senza interruzione fino a lunedì mattina. Che fortuna.

La situazione meteorologica avversa non mi impedito di andare in giro come ogni turista che si rispetti, e nemmeno di fare qualche foto, nonostante il tempo e la luce non proprio belli. Ho iniziato a mettere qualche foto in questa galleria, e spero di aggiungerne altre un po' più luminose. Non sono un granché, ma magari vi interessa vedere qualche faccia da fisico.

Il monastero di Sergei Posad si trova a circa 60 chilometri da Mosca. Nel corso del viaggio in pullman, in pieno stile Gruppo Vacanze Piemonte compreso il tetto bucato, abbiamo avuto modo di scoprire che il professore russo che organizza della conferenza ha ottimi contatti con la diocesi ortodossa. Questo spiega probabilmente la scelta dell'albergo, ma ci ha anche permesso di visitare parti del monastero normalmente non aperte al pubblico, e di essere invitati a pranzo dai monaci, il cui coro ci ha intrattenuto con un'esibizione veramente toccante. Come la maggior parte delle esperienze russe finora, la visita è stata un misto di sensazione contrastanti. Da una parte l'aspetto mistico del monastero, le cattedrali scure e solenni, i monaci barbuti e neri, compresi, intensi. Dall'altra la folla caciarona in visita, noi fisici compresi, tutti impacchettati come un gregge tra una stanza del museo, una sacrestia e un negozietto di souvenir, a metà tra il pellegrinaggio alla tomba di Padre Pio e l'ingresso al Colosseo.

Sulla strada del rientro abbiamo provato con mano la densità del traffico moscovita al rientro dal weekend. I 60 chilometri hanno richiesto ben due ore e mezza, in un'autostrada a 3 corsie dove la corsia di emergenza era perennemente occupata, e chi aveva una 4x4 viaggiava persino nel prato giusto di fianco.

Si dice che l'esperienza moscovita non sia completa senza aver sperimentato almeno una volta nel viaggio la "ponos". Il primo caso si è verificato sul pullman durante il viaggio di ritorno, costretto a una sosta tecnica in autostrada per permettere a uno dei colleghi di liberarsi. Sono a conoscenza di almeno altri tre casi emersi nella notte tra domenica e lunedì, compreso il mio, iniziato con una serie di brividi da febbre sul pullmann, e concluso in gloria con una serie di visite al cesso della mia camera di albergo nel corso della notte. "Ponos" è il nome russo della famigerata diarrea del viaggiatore: ci stiamo ancora tutti chiedendo quale sia stata la causa scatenante. Il ghiaccio nei cocktail del sabato sera? Il pesce dei monaci domenica? Le verdure della mensa dell'università? Qui tutti si ripromettono di mangiare solo più riso e patate a partire da lunedì, per cura e prevenzione allo stesso tempo. Mi associo al progetto, almeno per un giorno o due.

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2 Commenti

  1. GIGI
    Pubblicato il 23 agosto 2011 alle 16:59 | Permalink

    Portarsi sempre il Bimixin e la Penicillina, quando si va all'estero: nel terzo mondo perché è facile averne bisogno, negli USA perché non te li vendono neanche se piangi!

  2. Pubblicato il 24 agosto 2011 alle 07:37 | Permalink

    @GIGI: avevo solo Imodium e fermenti secchi, e meno male che c'erano quelli! Devo rimettere a posto la farmacia da viaggio!

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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