Riformare il dottorato di ricerca in 7 mosse

Quando facevo il dottorato mi alzavo tutti i santi giorni per andare in dipartimento, e ci restavo tutto il giorno. Essere un dottorando era un lavoro, non avevo dubbi. Un lavoro anche piuttosto duro. Poi alla sera vedevo amici che nella vita facevano altro, e a volte incontravo amici di amici anch’essi dottorandi, però in materie più esotiche della fisica. Alcuni di loro mi sorprendevano per la freschezza della pelle, miracolosamente florida rispetto alle mie occhiaie da 12 ore di schermo di pc. Ma come facevano? Nel tempo ho scoperto alcuni segreti. Per avere una bella pelle pur facendo l’apprendista ricercatore aiuta molto alzarsi la mattina intorno alle 10, andare regolarmente in palestra o in piscina a mezzogiorno, non presentarsi in dipartimento più di 3 giorni a settimana. Oppure cospargersi di preziose lozioni che ci si può permettere grazie al lavoro che si fa in parallelo al dottorato.

Sono state per anni serate di grandi incazzature. Non perché non potessi permettermi le lozioni miracolose, ma perché credo che l’istruzione di terzo livello sia una cosa seria, e se non si comincia a trattarla come tale in modo sistematico (ovvero non lasciandola al caso, alla buona volontà o alle tradizioni di certe discipline) non faremo altro che vederne il declino, insieme a quello della qualità della ricerca nel paese e dell’istituzione universitaria. Siccome ho spesso inveito in consessi privati contro la svalutazione dell’istituzione del dottorato in Italia, e siccome di recente sono più volte tornato sul tema con amici e colleghi, ecco qui i miei 2 centesimi di contributo alla possibile riforma dell’istituzione. Se io fossi il Ministro dell’Universtà e Ricerca Scientifica, ecco da cosa comincerei.

1. Eliminare i posti "senza borsa”. Se un dottorando deve passare il 100% del suo tempo attivo a studiare e lavorare al suo progetto di ricerca, come potrebbe avere un altro lavoro per procacciarsi il pane? I posti senza borsa sono nati nella speranza che qualche dottorando venisse sponsorizzato da fondi non universitari, ovvero da aziende esterne interessate dalla sua ricerca. Lodevole nelle intenzioni, la cosa funziona (forse, poco) per gli ingegneri, è abusata nelle altre facoltà per fornire ai professori manodopera gratuita per esami e esercitazioni.

2. Portare la borsa a un livello dignitoso. Banale, no? Ma è essenziale per evitare di sentirsi dire “per 800 euro che cosa vuoi pretendere? Che lavori tutti i giorni 8 ore?”. Non si può pretende qualità sottopagandola (bisognerebbe fare un discorso analogo sugli insegnanti, ma è un’altra storia). Uno stipendio decoroso servirebbe anche per permettere un po’ di mobilità: ovvero, a evitare che gli studenti facciano la muffa nello stesso dipartimento per tutta la vita, laurea, dottorato, assegno di ricerca, ricercatore, professore, senza mai vedere altro (magari mantenuti dalla mamma piuttosto a lungo). Mi rendo perfettamente conto che alzare l’entità delle borse di dottorato imporrebbe una revisione delle altre retribuzioni (assegni di ricerca, ricercatori). Forse sarebbe bene iniziare a pensarci.

3. Introdurre il cartellino. Smettiamola di menarcela con il fatto che il lavoro intellettuale si fa pure sulla tazza del cesso o sotto la doccia. E’ vero, per carità. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che ogni trovata innovativa è 5% intuizione e 95% traspirazione! Che si diano uffici e postazioni di lavoro serie ai dottorandi di ogni disciplina, e poi si pretenda che si presentino, con i loro libri, i loro taccuini, i loro computer. Per carità, possiamo poi discutere su quanto un dottorando debba lavorare, e su come valutarne la produttività. Ma qui stiamo parlando semplicemente di ridurre gli abusi e di disciplinare le attività. Anni fa ci furono grandi polemiche per l’introduzione di una misura simile all’INFN (e allora pure io mi scandalizzai), ma a distanza non mi sembra che abbia fatto dei danni, anzi. Perché negli enti di ricerca sì e nelle università no?

4. Separare gli incarichi didattici da quelli di ricerca. Il dottorando deve imparare a ricercare e produrre risultati originali. Non passare il suo tempo a sostituire il suo professore di riferimento in commissioni d’esami e correzioni di compiti. L’università non dovrebbe poter contare su un organico non dichiarato per la didattica (e forse, penso soprattutto a certi corsi giganteschi, questa improvvisa mancanza di manodopera l’aiuterebbe a riflettere sulla qualità della sua offerta formativa). Se il dottorando vuole e riesce (oltre alle sue ore di lavoro di ricerca) a fare della didattica, che questa sia inquadrata con contratti (e retribuzioni) a parte. E’ perfettamente possibile.

5. Introdurre l’obbligo della cotutela internazionale. Che si studino le particelle, l’archeologia partico-sassanide o gli scritti di Giannone, c’è sempre qualcun altro che altrove è interessato alle stesse cose. Ci si confronti anche con lui. E se poi questo luminare non fosse proprio attirato da argomenti identici, che sia l’occasione per (ri)pensare la propria ricerca in un ambito un po’ più allargato di quello del corridoio del dipartimento dove ci si è laureati. Che i dottorandi siano obbligati a uscire dal loro studiolo, a vedere altre persone oltre al relatore e alla sua corte, a confrontare la validità di quello che fanno con qualcuno che ne sappia parecchio, non sia il loro sponsor, e magari sia persino in competizione sugli stessi argomenti.

6. Spedire a conferenze, fare pubblicare. Se un dottorando sta facendo un lavoro di ricerca dignitoso, allora tale produzione dovrebbe esser degna di venir mostrata in giro, sottoposto a critica qualificata, pubblicata. Non deve essere necessariamente la maggiore conferenza mondiale o il giornale più prestigioso; ogni disciplina ha i suoi incontri di nicchia e le sue pubblicazione di fascia media. Per un dottorando in fisica una comunicazione al Congresso della SIF o un nota interna dell’esperimento a cui partecipa sono più che sufficienti per iniziare a farsi le ossa.

7. Rendere vincolanti i giudizi sulle relazioni annuali. E pensare che c’è persino chi non li fa. Insomma, come si fa a continuare a pagare qualcuno se non ha lavorato e prodotto niente? Si pretenda che ogni anno i dottorandi presentino il lavoro fatto e vengano giudicati, ci si assuma la responsabilità di “rinviare a giudizio”.

Ma qui, purtroppo, entriamo nel torbido girone della valutazione della ricerca, e soprattutto delle responsabilità dei committenti. Che ricadute ci sono per un docente e un dipartimento che hanno regalato il titolo a un fannullone o a uno ha fatto un altro mestiere per tre anni? Come sempre, accountability è la parola magica, baby.

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18 Commenti

  1. Pubblicato il 19 agosto 2007 alle 18:14 | Permalink

    Concordo pienamente con Marco. Su altro argomento che a me sta molto a cuore - quello dell'insegnamento nelle scuole pubbliche medie e superiori, in Italia - sfrutterei il punto tre per dire: non si fanno a scuola 20 ore e poi il resto dell'orario lo si passa a correggere compiti tra un tè e un giro al centrocommerciale, ma si assicurano 36 ore all'interno dell'istituto, per fare ore di recupero, per fare aggiornamenti, per preparare lezioni, per correggere compiti, per parlare con gli studenti, per ricevere genitori. E le vacanze estive durano un mese e mezzo, và, che mi sembra che vada già bene. Per il resto: a scuola, a fare roba utile per gli studenti. Magari a sfogliare un trattato di pedagogia. Persino il manuale della branca L/C sarebbe un buon punto di partenza. E allora, poi, è giusto passare al punto due e dire che se uno fa bene il proprio lavoro - un lavoro fondamentale come quello dell'insegnante - è corretto che sia pagato in modo dignitoso, senza che poi debba ricorrere a ore e ore di ripetizioni private esentasse per mandare avanti la famiglia.

    anhf, anhf.

  2. Pubblicato il 22 agosto 2007 alle 13:47 | Permalink

    Proprio il giorno dopo aver scribacchiato le mie lamentazioni sul dottorato, mentre passeggiavo con Oliver mi sono reso conto che alcune delle riflessioni potevano applicarsi altrettanto all'insegnamento superiore: perchè gli insegnanti delle scuole italiane non hanno un'ufficio un cui tenere la loro biblioteca, correggere i compiti, preparare le lezioni, e soprattutto essere reperibili da studenti o genitori fuori dell'orario di lezione per un'approfondimento, un chiarimento, un recupero? La scusa "per quello che i pagano è già tanto che mi presenti in classe" l'ho sentita troppo spesso durante le mie esperienze da supplente, quando ingenuamente mi chiedevo perchè nessuno organizzasse i corsi di recupero per i ragazzi con debiti. E allora paghiamoli di più! E poi che sia possibile cacciarli a calci se non fanno quanto richiesto, con impegno, dedizione e qualità. Che si pretenda eccellenza offrendo trattamenti e strumenti eccellenti, mi sembra un paradigma facile. Ma hai ragione tu: bisognerebbe credere che l'insegnante (o il ricercatore) é un "lavoro fondamentale"...

  3. Pubblicato il 22 agosto 2007 alle 22:53 | Permalink

    mi sembra tutto ineccepibile. ritengo che le medesime misure di controllo, verifica e mobilizzazione dovrebbero a maggior ragione essere adottate nei confronti dei professori, ordinari o associati...

    (Piled Higher and Deeper ruuuulees!)

  4. Pubblicato il 23 agosto 2007 alle 08:31 | Permalink

    Ciao Any, benvenuta.

    Sono d'accordo, ovviamente: controllare, valutare, incentivare sarebbere misure opportune per tutti. I ricercatori dell'INFN hanno una carriera parallela a quelli universitari ("primo ricercatore" = associato, "dirigente di ricerca" = ordinario) e tutti timbrano il cartellino: cos'hanno di diverso dagli universitari? Mah... Eppoi tu sei una chimica, quindi probabimente vedi già una situazione dignitosa: non vorrei scatenare una faida, ma vogliamo parlare delle situazioni di certi dipartimenti umanistici (e dei loro dottorati)? Chessò, Scienze della Comunicazione 😛 (alè, spariamo sulla Croce Rossa)?

    P.S.: belli i fumetti... hai studiato da qualche parte o sei solo brava di tuo?

    P.P.S.: oh come mi manca il fioridilatte di Grom qui a Ginevra. Oh si... 🙂

  5. Matteo
    Pubblicato il 27 agosto 2007 alle 11:25 | Permalink

    eccomi, arriva il dottore di ricerca in scienze della comunicazione!

    che dire, è stato un disastro assoluto.

    Principalmente perché - come spesso ho visto accadere - l'università ha creato qualcosa che non era ingrado di gestire. La situazione era comica e tragica al tempo stesso,di cui se volete posso poi fornire descrizione dettagliata, ora però non voglio annioiare troppo. Il mio professore - di lui sì ho grande stima - si faceva in quattro per cercare di darmi una mano, ma la condizione era disperante. Infatti mi sono attaccato al primo treno lavorativo che passava (un gran bel treno, devo dire, su cui sto viaggiando tuttora, anche se non so ancora per quanto) e ho terminato la tesi alla bell'emeglio (si scrive così? boh, sai, ho fatto scienze della comunicazione) mentre già lavoravo.

    Non vorrei però che si cadesse nell'equivoco per cui un dottorato diciamo così "lassista" e destrutturato, e quindi più "facile" diviene automaticamente un privilegio per chi lo fa, un vantaggio rispetto a chi timbra, anche se virtualmente, un cartellino, si barcamena in corsi intensivi, prove intermedie, colloqui internazionali. E' esattamente il contrario, è uno svantaggio perché si impara poco, si cresce nulla, non si mettono in piedi reti di rapporti e collaborazioni, si ha solo la sensazione di aver rimandato il momento di cercare un "lavoro vero", momento in quel pezzo di carta non darà praticamente nessun contributo.

  6. Irene
    Pubblicato il 27 agosto 2007 alle 18:27 | Permalink

    Per carità, la sensazione di Matteo è comprensibile: l'impressione di non aver potuto sfruttare un esperienza a dovere, di aver forse perduto un'occasione formativa etc etc.
    La questione, però, è un tantino piu' spinosa di così. E questo perché in Italia il titolo di studio ha un valore giuridico. E questo dovrebbe, di diritto, obbligare chi aggiundica/eroga/elargisce/dispensa tale titolo (io ho fatto lettere) a una sorta di presunta equipollenza. Mi spiego meglio. Un dottorato ottenuto alla "bell' e meglio" è comunque un dottorato. Ha cioè lo stesso, identico e preciso valore di un dottorato, poniamo, seguìto, sudato e serio. Mi dirai: sì, ma il primo non ti porta da nessuna parte in termini di reti, relazioni scientifiche etc. etc. Rispondo: anche se fosse, e non è sempre così, non è questo il punto! Il titolo c'è, e nessuno si è sognato di negarlo o di sindacarne l'erogazione per difendere (su scala nazionale, ma anche e soprattutto internazionale) uno stesso identico titolo "guadagnato" con tempo ed energie proporzionate al valore. Il risultato può essere, a seconda, che:
    a) anche il dottorato alla "bell'e meglio" trae una sua legittimazione grazie ad altri dottorati "validi";
    b) che i dottorati "validi" vengano svalutati in ragione dell'esistenza dei titoli elargiti ai loro colleghi "alla bell'e meglio".
    E qui la smetto.

  7. Matteo
    Pubblicato il 27 agosto 2007 alle 22:40 | Permalink

    Non ci siamo capiti. La mia testimonianza era personale, non avevo e non ho nessuna pretesa di farne un esemplare generalizzabile, in positivo o in negativo.
    E soprattutto era una descrizione di fatti, non una giustificazione del sistema. Irene ha ragione, ci mancherebbe. Semmai ci tenevo a testimoniare in modo molto concreto che quel titolo, che quel valore legale, che nasce da iniquità, fortuna, casualità, ecc.., in alcuni casi (e questo era il mio in particolar, l'unico di cui posso parlare) è una valore in molti casi del tutto relativo. C'è anche questa faccia della medaglia. E la raccontavo per compensare - diciamo così - l'idea di chi crede che aver avuto questo regalo dalla sorte - anche lì, attenzione, non ho timbrato il cartellino, ma non è che propio passavo le giornate al bar con gli amici e il mio tutor non era Del Piero - significhi automativamente avere tutto in discesa, pur legalmente valorizzato.
    Parlo per me e per la mia storia, sia ben chiaro. E figuriamoci se non mi rendo conto del valore giuridico di un titolo.

    Dopodiché, scusate, non mi pare sensato farmi sentire in colpa al posto del mondo accademico.

  8. Irene
    Pubblicato il 28 agosto 2007 alle 10:10 | Permalink

    Infatti non era questa l'intenzione.
    Immagino che qui si stia ragionando sui limiti esistenti e interni al sistema e su eventuali riforme da introdurre per migliorarlo. Perché l'attuale sistema è costituito da una somma di "casi personali" e forse dovrebbe aspirare ad essere qualcosa di più.

  9. Giò
    Pubblicato il 29 agosto 2007 alle 11:41 | Permalink

    Ciao cari,

    le proposte di Marco mi sembrano, coerentemente con l'autore, serie e ineccepibili e per queste stesse ragioni sono mooolto lontane dall'universo accademico italiano. Se hai ragione a proporre l'introduzione di alcuni vincoli istituzionali, imbrigliare con norme un universo anarchico e clientelare si traduce semplicemente nella ricerca istituzionalizzata di pratiche di evasione delle riforme....già mi vedo fiorire finti convegni internazionali, cotutele magiche, cartellini pre-timbrati, insomma l'ingresso dell'università nel cuore del sistema pubblico italiano! Scherzo, esagero, ma in fondo, conoscendo il sistema, so benissimo che è dotato di persone inventive e resistenti al cambiamento.
    E poi aggiungo l'obiezione più banale e sciocca: se tocchi solo il dottorato, ma lasci inalterate le procedure comparative per ricercatore, le finte autonomie degli atenei, i finti organismi di valutazione della ricerca, e tutte le finte riforme di questi anni, finisce tutto a tarallucci e vino appena finito il dottorato.
    E poi, che vi siano delle innegabili differenze tra l'archeologo partico-sassanide e il fisico delle particelle non passa solo attraverso la materia studiata ma anche attraverso l'universo accademico che la costituisce in quanto tale e a me non sembra uno scandalo assoluto il fatto che un letterato "hard" se ne stia a casa o in biblioteca a studiare invece che in dipartimento....la questione è che poi esigo che la tesi sia a livelli di dottorato e non un riempimento di pagine pro-forma.
    .......to be continued.....

  10. Pubblicato il 29 agosto 2007 alle 12:57 | Permalink

    Ciao GIovanni! Capisco la tua obiezione, ma sono un po' stanco di sentire dire che il sistema italiano è troppo anarchico e clientelare da non poter sopportare riforme e miglioramenti. Ovviamente non volevo scrivere una proposta di legge né un regolamente attuattivo, solo prendermi il lusso di mettere il dito (magari genericamente,ma da qualche parte bisogna cominciare) nei punti deboli della formazione dei ricercatori italiani. Perché il dottorato serve a formare ricercatori e produrre sapere, no? E allora poi possiamo discutere se il cartellino debba essere reale o virtuale, e quali e quanti debbano essere gli strumenti di formazione, di verifica e di valutazione della produzione scientifica a seconda della disciplina. Oppure lasciamo tutto così, sperando nella buona volontà e nell'inventiva di studenti o tutori? Che poi la una riforma debba essere organica (cioè debba toccare anche i livelli superiori, per esempio il reclutamento di ricercatori e professori) mi sembra papale. Ma nella mia nuova funzione di fustigatore dei costumi della ricerca ci tornerò, non temere! 🙂

  11. gianni
    Pubblicato il 12 settembre 2007 alle 10:56 | Permalink

    Ho lavorato al mio dipartimento per 6 mesi dopo la laurea. Ho visto troppi nullafacenti tra i dottorandi. Qualche idea:

    1) Abolire il dottorato di ricerca
    2) Separare didattica e ricerca
    3) Dimezzare (o piu') lo stipendio dei ricercatori/docenti e abolire l'aumento per anzianita'
    4) Maggiori controlli

  12. Pubblicato il 12 settembre 2007 alle 13:51 | Permalink

    Gianni, in che dipartimento hai lavorato? Facendo cosa? E poi?

    Apprezzo solo metà delle tue proposte. Sicuramente una separazione tra didattica e ricerca è necessaria (solo alivello di dottorato, però: che cosa succederebbe se instituissimo a "separazione delle carriere" per i docenti universitari? Facile a dirsi: un'università a due livelli, buona quella dove ci sono i docenti che ricercano, mediocre quella specializzata nel solo insegnamento di materie il cui sapere spesso invecchia molto in fretta). E sulla necessità di strutture di controllo e valutazione ho detto chiaramente.

    Invece non mi piacciono i punti (1) e (4). Perchéabolire il dottorato? Nessuno nasce ricercatore, la didattica di 3° livello serve. Che sia fatta bene, per carità... Ma è l'idea del dimezzamento dello stipendio che mi lascia ancora più perplesso. Lo sai quanto guadagna un ricercatore in Italia? Te lo dico io: a spanne sui 1400 euro all'inizio, un po' di più alla conferma. Cosa facciamo, pretendiamo eccellenza dando loro 700 euro al mese? Per favore... E' solo l'associazione di retribuzione corretta, incentivi meritocratici e strumenti di valutazione della qualità del lavoro che permetteranno un miglioramento della produzione scientifica (e del clima di lavoro), e faranno sì che l'eccellenza non sia lasciata alla buona volontà e al caso.

  13. Pubblicato il 12 settembre 2007 alle 23:50 | Permalink

    Ciao Marco,

    apprezzabili proposte. Ci serve un beppe grillo nell'universita', mi sa. Sara' difficile fare la rivoluzione che proponi...

    In ogni caso, 4 anni di dottorato mi sembrano una buona idea, almeno nel nostro campo. Con me vari ce l'hanno fatta in 3 anni, ma un paio hanno chiesto l'estensione - fare una analisi in HEP non e' cosa da poco! - e entrambi hanno avuto problemi di sopravvivenza, che per fortuna siamo riusciti a risolvere.

    Quanto al provocatore qui sopra, che tu giustamente hai preso sul serio, non crede a quello che dice, o e' davvero seriously disgruntled. Il salario dei ricercatori andrebbe raddoppiato, non dimezzato. E anche quello dei dottorando andrebbe portato almeno a 1200 al mese... Ma si sa, siamo in italia. Che ci vuoi fare...

    Ciao
    T.

  14. Vincenzo
    Pubblicato il 23 novembre 2007 alle 18:31 | Permalink

    FORSE CE L'ABBIAMO FATTA AD AVERE 1200 EURO AL MESE

  15. Pubblicato il 5 ottobre 2011 alle 13:20 | Permalink

    Ciao Marco,
    scopro il tuo "Borborigmi" solo oggi (sono un misero umanista ed ero alla ricerca di informazioni sensate sui neutrini, un amico geologo mi ha suggerito te e adesso gli devo perlomeno un caffè corretto) e me ne dispiaccio assai.
    Ammetto con tanta vergogna che, trovandomi di fronte alla frase formato adroni di vario tipo, che con diverse catene di decadimento finiscono per decadere in muoni e neutrini muonici, ho abbandonato l'idea di capire davvero di cosa si parlasse e ho pensato (per l'ennesima volta, con crescente rammarico/invidia) quanto il linguaggio specifico avvantaggi il senso di professionalità del lavoro che fate voi ricercatori delle discipline "scientifiche" (tante volte discuto con miei amici ing sul fatto che loro capiscono quel che sta scritto su un mio manuale, ma purtroppo non vale il viceversa!). Vabè, mi sono messo come prossimo compito di vedere se almeno le passeggiate con Oliver sono alla mia portata... 😉
    Sto terminando un dottorato in Scienze della Comunicazione (area eLearning, tematica specifica "se e come le nuove tecnologie abbiano cambiato il modo di imparare"), dopo una laurea in Pedagogia e sono nella drastica fase in cui tornerei volentieri indietro e rinuncerei al posto.
    Le proposte che fai (facevi, caspita, 4 anni fa!!!) mi sembrano fondatamente sensate, ancora attuali e - stante l'accumulo grave di disoccupazione intellettuale - direi urgenti.
    Ho letto con interesse anche i commenti e -almeno per la mia esperienza - mi sembra molto significativo il problema sollevato da Matteo (se un dottorato è fatto alla meno peggio - ed è un dubbio che può essere sollavato su molti -"si impara poco, si cresce nulla, non si mettono in piedi reti di rapporti e collaborazioni"), con la relativa e importante chiosa di Irene ("Un dottorato ottenuto alla "bell' e meglio" è comunque un dottorato").
    Vengo quindi alla mia multi-domanda (non ti ho scritto solo per ringraziarti dell'esistenza di "borborigmi"):
    - dopo 4 anni, quali cambiamenti (strutturali, oggettivi) hai visto?
    - credi che le tue proposte siano ancora valide?
    - esiste una rete di phd e post-doc che si occupa di queste questioni (cui eventualmente contribuire col contributo della mia esperienza)?
    Per ora ti ringrazio,
    sperando che - nonostante il ritardo di 4 anni - tu trovi tempo e modo per rispondermi.
    Emanuele

  16. Pubblicato il 5 ottobre 2011 alle 13:34 | Permalink

    "contribuire col contributo" è raccapricciante... chiedo scusissima 🙂

  17. Pubblicato il 6 ottobre 2011 alle 11:22 | Permalink

    Ciao Emanuele, e benvenuto!

    I miei contatti con l'università italiana nel tempo si sono ridotti, e sono certamente limitati all'ambito delle materie scientifiche, dunque non azzardo un giudizio complessivo. Quello che mi sembra di capire è che la situazione non solo non sia evoluta molto, ma per certi versi persino peggiorata. Se dai un'occhiata a blog di persone che vivono dentro l'università italiano (per esempio questo: http://scacciamennule.blogspot.com/) probabilmente troverai delle informazioni più fresche (e più tristi).

  18. Agnese
    Pubblicato il 8 settembre 2013 alle 16:37 | Permalink

    Ciao Marco,
    leggo da poco, meglio da pochissimo il tuo blog e ti ringrazio per la selezione. In ben 6 anni forse è cambiata solo la nostra paga, poi io sono anche molto fortunata perchè le esercitazioni me le pagano con un contratto a parte (lavori 2 semestri vieni pagato per 1, quasi come un offerta al supermercato, ma meglio di niente).
    Dopo 1 anno e 9 mesi di dottorato ho capito che quando ho iniziato non ero per niente consapevole di quello che stavo facendo. Non sono pentita perchè è quello che volevo fare ma sono solo un po' delusa... La ricerca richiede soldi e strumentazioni adeguate. E' inutile avviare un dottorato quando al tuo studente non puoi garantire accesso alla strumentazione, non puoi pagare altri laboratori e congressi. Capisco che non ci sono abbastanza soldi per pagarmi un i pc, libri, penne, scuole estive e corsi di inglese, ma almeno il resto dovrebbe esssere garantito in partenza. Quando qualcuno mi dice che vorrebe fare il dottorato lo raccomando subito di valutare concretamente la fattibilità del suo progetto se no meglio seguire altre strade.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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