Anche gli scienziati sbagliano. Parte seconda, ovvero una doverosa parentesi sui fondamenti dell’omeopatia. 27 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Scienza e dintorni aggiungi un commentoRiassunto della puntata precedente. Gli scienziati sono uomini, e in quanto tali sono abitati da istinti animali. Onde evitare che questi istinti li portino fuori strada, hanno inventato dei metodi per tenere sotto controllo le sorgenti di errore, anche (e soprattutto) quelle umane. Due di queste tecniche sono essenziali negli studi medici: il protocollo di “doppio cieco” e la presenza di un campione di controllo. Nella mirabolante puntata di oggi: l’omeopatia ha basi scientifiche? E’ mai stata sperimentata secondo i criteri del metodo scientifico? Personaggi in ordine di apparizione: la teoria della medicina omeopatica in dieci righe; l’acqua e le sue presunte straordinarie capacità; un po’ di scetticismo di fondo per dare sapore alla zuppa; Jacques Beneviste, uno scienziato francese di belle speranze.
Per raccontare questa storia bisognerebbe partire da lontano. Siccome lo spazio è tiranno daremo per scontato che tutti conoscano a grandi linee i principi su cui si basa l’omeopatia, lasciando ai volenterosi la lettura di Farmaci senza molecole di Luigi Garlaschelli per un approfondimento. Ai distratti ricordiamo solo le basi: l’omeopatia sostiene che per curare una patologia che provoca un certo sintomo (la febbre, per esempio) si debba somministrare, in dosi cosiddette omeopatiche, ovvero piccolissime, una sostanza che in dosi farmacologiche provocherebbe lo stesso sintomo (chessò, per la febbre… il tabacco? Sto inventando, ovviamente. Ma a pensarci bene perché no? I nostri nonni se lo mangiavano per non andare a scuola). Senza voler discutere questi bizzarri fondamenti teorici (uno spunto a caso per le vostre chiacchierate con gli omeofedeli: ma non sostenete che l’omeopatia curi le cause delle malattia, in opposizione alla medicina tradizionale che si occuperebbe solo dei sintomi? A rileggere i vostri padri fondatori sembrerebbe il contrario), veniamo al punto dolente: dosi piccolissime significa in realtà nessuna sostanza. In pratica un farmaco omeopatico è composto esclusivamente del solvente usato nella preparazione (acqua) e dell’eccipiente usato per la forma finale (zucchero nel caso dei granuli, alcool delle tinture). Non mi fermo a giustificare questo fatto, gli omeopati stessi lo ammettono volentieri. L’effetto dei farmaci omeopatici sarebbe infatti legato non tanto alla presenza di una qualche sostanza attiva, ma a un misterioso comportamento del solvente che, nel corso del processo di diluizione, assumerebbe proprietà particolari “ricordandosi” del soluto ormai sparito. La memoria dell’acqua, appunto.
Lasciate perdere la stranezza dell’affermazione. E’ vero, non c’è nessuna giustificazione teorica dietro alla teoria della memoria dell’acqua. Grazie a quale meccanismo chimico-fisico l’acqua ricorderebbe le sostanze con cui è entrata in contatto? Non si sa. Ammettiamo pure che sia un fenomeno non ancora inquadrato teoricamente. Una di quelle cose che abbiamo osservato, ma non sappiamo (ancora) spiegare. Lasciate anche perdere l’enorme contraddizione teorica legata al fatto che l’acqua, nel corso dei suoi cicli, si porta dietro un sacco di sostanze disciolte che vanno e vengono (sali, perlopiù, ma non solo. Anche pipì di squalo, per esempio): non dovrebbe ricordarsi anche di queste? Ammettiamo pure che il processo di memorizzazione avvenga solo quando agitate l’acqua in certe particolari condizioni, che è quello che sostengono gli omeopati (lo so, la cosa suona come un rito sciamanico, ma lasciamo correre. Il problema non è tanto lo sciamanesimo, quanto il fatto che anche quando mi faccio un caffè sheckerato agito l’acqua come in una “dinamizzazione” omeopatica, dunque l’acqua della mia bevanda dovrebbe avere le proprietà terapeutiche, chessò, del cloro dell’acquedotto di Ginevra). Scegliamo dunque di ignorare la totale assenza di quadro teorico e le contraddizioni interne della teoria (non è poco, ma per adesso soprassediamo), e diciamo solo: l’omeopatia si basa su questo fenomeno chiamato “memoria dell’acqua” che esiste alla faccia di tutti voi scettici, e adesso lo misuriamo così la piantate una volta per tutte di rompere gli zebedei.
E’ più o meno questo che pensava lo scienziato francese Jacques Benveniste, che nel 1988 riuscì a pubblicare, sulla prestigiosa rivista scientifica Nature , un articolo in cui sosteneva proprio di aver registrato le prove della memoria dell’acqua. Dilemma risolto? Fondamenti dell’omeopatia finalmente dimostrati? I dettagli alla prossima puntata. (continua)
Anche gli scienziati sbagliano. Parte prima, ovvero come si dovrebbero organizzare le sperimentazioni. 25 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Fisica, Scienza e dintorni 15 commentiAnche gli scienziati sbagliano. Perché gli scienziati sono prima di tutto uomini (e donne), e come tutti gli uomini (e le donne) sono abitati da paure e ambizioni, da frustrazioni e da desideri nascosti. E’ vero, le scienze cosiddette “esatte” si sono munite di strumenti per evitare che le opinioni e le idiosincrasie dei singoli prendessero il sopravvento sui fatti e sul rigore metodologico (in due parole, si sono attrezzate, da Galileo in poi, di quello che chiamiamo con un’efficace tautologia il “metodo scientifico”, ovvero la necessità di supporto sperimentale quantitativo da una parte, e dei requisiti di falsificabilità e predittività delle teorie dall’altra). Ma questo non è sempre abbastanza, perché anche nell’eseguire un test sperimentale si può barare, più o meno volontariamente, a volte in modo assolutamente innocente ma non meno grave, e fare dire ai dati qualcosa che non c’è. Per questo motivo, soprattutto in certi ambiti come la medicina, dove gli oggetti di studio sono persone e non particelle inanimate, i protocolli di studio devono essere molto ben definiti, in modo da evitare ogni contaminazione dei risultati.
Gli ingredienti fondamentali di uno studio scientifico al riparo da contaminazioni umane sono essenzialmente due: un protocollo di sperimentazione chiamato “doppio cieco”, e la presenza di un campione di controllo. Il “doppio cieco” prevede che nella pratica sia lo sperimentatore (ad esempio il medico che deve testare l’efficacia di un farmaco) sia l’oggetto della sperimentazione (ad esempio il paziente) non debbano sapere esattamente che cosa stanno testando (ad esempio un nuovo medicinale, oppure un placebo se fanno parte del gruppo di controllo, di cui parlerò tra un attimo), perché questo potrebbe inconsciamente alterare i risultati (il medico tendendo a vedere più miglioramenti nel paziente quando è conscio di stare sperimentando il nuovo farmaco, il paziente suggestionato positivamente dal sapere che gli è stata somministrata la molecola e non il placebo di controllo). La presenza del campione di controllo aggiunge un elemento essenziale: lo stesso studio va eseguito anche su un campione in cui si sia sicuri che non si verificheranno gli effetti che cerchiamo. Rimanendo in campo medico, si tratta di somministrare un placebo nella stessa maniera in cui si farebbe con il farmaco, per misurare quanto dell’eventuale effetto misurato sia provocato da fluttuazioni statistiche o effetti psicologici.
Nessuna disciplina scientifica che si voglia fregiare di questo nome può prescindere da queste regole. La fisica delle particelle, per esempio, usa (o dovrebbe usare) entrambi i prerequisiti nelle sue analisi: quando si parte alla ricerca di una particella nuova le selezioni che si fanno per ripulire i dati vanno fissate su un campione di controllo che non contenga alcuna traccia della particella, altrimenti la tentazione di aggiustare le selezioni per magnificare la presenza eventuale dell’oggetto della caccia sarebbe troppo forte! E nel caso in cui si voglia misurarne una proprietà (chessò, la sua massa), questa deve essere “offuscata” agli occhi dell’analizzatore, per esempio aggiungendo alla variabile che sta misurando una quantità casuale a lui ignota, che verrà sottratta solo una volta che lo sperimentatore dichiarerà l’analisi conclusa. In questo caso sarebbe forte la tentazione (per carità, pure inconscia) di aggiustare l’analisi per ottenere un valore in accordo con una misura precedente, per esempio. Cosa che sembra capitare, vedi per esempio qui di fianco l’incredibile – dal punto di vista statistico – accordo tra le diverse misure delle vite medie dei mesoni B.
Siccome per mestiere vado a caccia di particelle che nessuno ha (ancora) visto, queste cose mi sono piuttosto chiare. Se qualcuno fosse interessato ai dettagli, consiglio il breve e bell’articolo sulle “blind analsysis“, che è un buon condensato delle tecniche usate nella fisica delle alte energie. Ma siccome in generale sono uno scettico della peggio specie, nel tempo mi sono anche documentato su come queste tecniche sono usate in altri campi, per esempio la medicina. Di recente da queste parti si è accennato brevemente a omeopatia e memoria dell’acqua, che sono un ottimo esempio di una bufala passata per scoperta scientifica, poi persino smentita ma apparentemente ancora parecchio in voga. Prossimamente su questi schermi, dunque, signore e signori: Beneviste, la memoria dell’acqua, scienziati che si sbagliano, un prestigiatore di fama e il triste fallimento dell’omeopatia in uno dei pochi tentativi di validazione scientifica. Rimanete sintonizzati. (continua)
Quelli con il cavaturaccioli tutto d’oro 23 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Militanza aggiungi un commentoSe qualcuno la fuori avesse dei dubbi, io sulla crisi dl governo Prodi in Italia la penso esattamente come Michele Serra nell’Amaca di ieri. Saprei bene cosa fare con il loro cavaturaccioli tutto d’oro (non mi e` mica ancora sbollita, si vede?).
Si capisce, uno ha tutto il diritto di coltivare i suoi ideali integerrimi. E di sentirsi eletto dal popolo lavoratore anche se è stato spedito in Senato da una segreteria di partito. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca la giacchetta in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l’onestà morale di non fare parte di alcuna coalizione di governo. E deve dirlo prima, non dopo. Deve farci la gentilezza di avvertirci prima, a noi pirla che abbiamo votato per una coalizione ben sapendo che dentro c’erano anche i baciapile, anche i moderatissimi, anche gli inciucisti. A noi coglioni che di basi americane non ne vorremmo mezza, ma sappiamo che se governano gli altri di basi americane ne avremo il triplo.
Invece no: questi duri e puri se ne strafottono della nostra confusione e della nostra fatica. Prima salgono sulla barca della maggioranza, poi tirano fuori dal taschino il loro cavaturaccioli tutto d’oro e fanno un bel buco nello scafo, per meglio onorare la loro suprema coerenza e la nostra suprema imbecillità. Un bell’applauso ai Cavalieri dell’Ideale: tanto, se tornano Berlusconi e Calderoli, per loro cosa cambia? Rimarranno sul loro cavallo bianco con la chioma al vento.
Giornata storta 22 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Vita di frontiera aggiungi un commentoSommario di inizio giornata.
Non ho sentito la sveglia. Prodi si è dimesso ieri sera. Una certa sinistra italiana conferma di pensare ancora che si possa governare un paese come se fosse Paperopoli (beeep, abbiamo perso, si ritorna al via. Peccato, aspettiamo il prossimo turno, lasciamo giocare gli altri, ma almeno abbiamo le coscienze pulite). Non ho finito i compiti per il corso di francese scritto (qualcuno sta per caso ridendo perchè ho scritto “compiti” alla mia veneranda età e rinomata posizione sociale? Qualcuno vuole un papagno sul grugno?). Mi si è rotto l’alimentatore del picci portatile, che adesso funziona solo in una postura precisa e unica – incollato al mio tavolo in ufficio -, guai a toccarlo (il tutto ha un po’ perso la sua qualifica di “portatile”, diciamo). Devo finire di scrivere un pezzo di codice per la correzione dei canali “malati” del calorimetro elettromagnetico di ATLAS (un’attività più divertente? Chessò, costringersi a guardare una puntata di Porta a Porta sull’astrologia in streaming dalla Svizzera?).
Insomma, un certo numero di buone ragioni per darsi malati. Però c’è il sole. Forza e coraggio, che la vita è un passaggio, dice sempre la mia mamma. Certo, ‘sta **zzo di sinistra “radicale”, grrrr…
All’interno, è la bicicletta che ci sposta 20 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Letture e scritture, Nomadismo 1 commento finoraNessuna delle nostre piccole sofferenze quotidiane resiste a un buon colpo di pedale. Tristezza, attacchi di malinconia… inforchiamo la bicicletta e fin dalle prime pedalate abbiamo l’impressione che un velo si squarci.
(…) Mezzo di locomozione fisico, certo la bicicletta è soprattutto un mezzo di locomozione della coscienza. E il principio ciclosofico fondamentale è: ogni corpo su una bicicletta assiste ad uno spostamento del proprio sguardo sul mondo. All’esterno ci si sposta in bicicletta. Ma all’interno, è la bicicletta che ci sposta.
Didier Tronchet, Piccolo trattato di ciclosofia
(Pratiche Editrice, 2001)
Sabato e domenica siamo stati a trovare Ada a Amsterdam. E non ha nemmeno piovuto!
Update: Apparentemente questa immagine qui di fianco è quella più vista tra le poche foto che abbiamo fatto nel week-end.
Una doverosa precisazione: no, maliziosi, non è un infuso di una pianta misteriosa dalle proprietà stupefacenti; non è altro che un bicchierone di acqua bollente con dentro un paio di rami di menta. Si, menta, banalissima menta. E’ quello che Ada di solito beve da quelle parti. Vi pare che gente che condisce l’insalata con l’olio degli ultiveti confiscati alla mafia si comprerebbe altro?
Il pericolo della scienza “situazionale” 15 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Militanza, Nuvole parlanti, Scienza e dintorni 2 commentiQualche tempo fa un nuovo personaggio ha fatto capolino tra le pagine di Doonesbury di Garry Trudeau (non conoscete Doonesbury? benedetta gioventù…): è il dottor Nathan Null, lo scienziato “situazionale” consulente della Casa Bianca. Il suo credo? Non bisogna insegnare solo la scienza supportata dai fatti, è necessario presentare anche le teorie contrarie che – sebbene contraddette dalla realtà – continuano a sopravvivere supportare non tanto da un’analisi scientifica seria ma dall’opinione comune, la credenza della maggioranza o il lobbismo economico. Eccolo qui:
Lo tiro fuori dal cassetto in relazione a questo commento al post sul riscaldamento globale, e ripeto quello che dicevo laggiù.
Ogni volta che la comunità scientifica solleva un allarme, vuoi medico, ecologico, energetico, alimentare, la strategia di risposta delle lobby sui governi mondiali (beh, sopratutto di quello statunitense, in realtà, ma non è che in Francia con l’omeopatia le cose vadano poi diversamente) è troppo spesso quella di trovare qualche (pseudo) scienziato che contesti i fatti o le teorie, e poi sostenere che siccome la questione è “controversa” non si può decidere.
Allora, è chiaro che il progresso della conoscenza scientifica è fatto di controversie. Il punto è però che queste vanno risolte, e si sciolgono normalmente con quello che appunto si chiama metodo scientifico. Ovvero, dovrebbero sopravviere le teorie scientifiche che fanno previsioni verificabili (e sono dunque falsificabili nel senso di Popper), e che alla prova della verifica sono sostenute dai fatti. A prescindere che ci piacciano o si conformino alla nostra visione filosofica del mondo. Non si votano le teorie per far vincere quella che piace di più o che rispetta gli usi, le credenze o lo stile di vita della maggioranza! E’ triste verificare che che questa semplice regola metodologica sia ignota ai più, e dunque molti sono disposti a bersi che che il riscaldamento globale non ci sia, che il tabagismo non faccia in fondo male, che l’omeopatia sia una medicina o che la Terra abbia 5000 anni, con grande gioia delle multinazionali del petrolio e del tabacco, dei ciarlatani della medicina o dei creazionisti del Texas
Farà molto caldo da queste parti 14 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Militanza, Scienza e dintorni 4 commenti
Il 2 febbraio scorso il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) ha pubblicato il primo dei 4 rapporti che produrrà nel corso del 2007. Il titolo è eloquente: “The basi scientifiche del cambiamento climatico (ovvero: niente storie, questi sono i fatti): un riassunto per i politici (ovvero: ok, non siete degli scienziati, ma per questo ci siamo noi: eccovi un riassunto che potete capire)”.
Un sommario minimale in 3 punti (ma leggetelo, please, sono solo 18 paginette in inglese con grafici facili facili):
- i cambiamenti climatici sono innegabili: la terra si scalda, poche storie!
- i cambiamenti climatici sono legati alle attività umane degli ultimi 50 anni, e specificatamente all’incremento incontrollato delle emissioni di anidrite carbonica (leggi: automobili, industrie, produzione di energia bruciando carbone e petrolio, e allevameno intensivo di mucche).
- il fenomeno è destinato ad accentuarsi nei prossimi anni, e anche se si adottassero misure adeguate, siamo comunque messi male, perché ci sono meccanismi che si invertono solo su scale di secoli.
Se conoscete qualcuno che pretende che il riscaldamento globale sia una bufala, stampategliene una copia, arrotolatela stretta e sbattegliela più volte sul muso. Non servirà a fargli cambiare idea, ma probabilmente vi sentirete meglio.
A margine, ieri MeteoFrance ha dato un livello di allerta valanghe di 4/5 su tutte le zone inevate sotto i 200 metri: è vero che ha nevicato di recente, ma a causa del caldo precedente, e poi del freddo, e poi ancora del caldo la neve è stabile e compatta come un’ariosa millefoglie. Accidenti. Buon San Valentino a tutti.
Non registreRAI? 13 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Geek attitude, Mezzi e messaggi, Vita di frontiera 5 commentiAppena laureato ho passo un annetto al CERN. Non esisteva ancora la banda larga e non possedevo un computer portatile, in compenso però avevo una splendida radiolina con la quale, verso sera, riuscivo ad ascoltare le trasmissioni della RAI che ancora erano trasmesse sulle onde medie, onde che, si sa, di notte arrivano molto più lontano (perchè? Perchè le onde medie di notte si riflettono sulla ionosfera; ma questo non è un post di fisica). Qualche parola in italiano mi facevano sentire non troppo lontano da casa.
Oggi la RAI non trasmette più in onde media, in compenso la radio ha trovato una nuova giovinezza grazie alla rete. Mentre al mattino a Prevessin io posso ascolare in diretta la rassegna stampa di Radio 3, Vincent a Torino fa lo stesso con France Inter (poi in macchina andando in ufficio io ascolto France Inter, e lui Radio Flash
). Evviva la rete, evviva la radio.
La RAI, non con una certa lentezza tipica di certi elefanti anziani, recentemente è persino riuscita a dotarsi di un podcast, ovvero di un servizio attraverso il quale posso scaricare le trasmissioni che voglio in modo automatico per poi riascoltarle per esempio sul mio lettorino mp3. O almeno questa è la teoria. Per qualche motivo poco chiaro (copyright? Paura di perdere ascoltatori? Acidità di stomaco?) i podcast della RAI propongono soltanto le ultime 5 puntate della trasmissione prediletta. Così, se per esempio io oggi volessi riascoltare tramite podcast chessò, Federico Rampini che parla di Cina, delle 20 puntate previste mi becco solo le ultime. Se poi la trasmissione è finita da un po’, non esiste podcast che tenga.
Certo, l’archivio delle trasmissioni è disponibile in streaming. Che vuol dire che se voglio sentire Elio che racconta il De Bello Gallico devo ascoltarmelo attaccato al picci, e con il picci attaccato alla rete. Nessuna speranza di mettere un mp3 sul lettore e andarmene a correre. E’ bello vedere che i guru della maggiore impresa di comunicazione del Bel Paese sembrano non capire un’acca di fruizione differita e selezione privata dei contenuti. Mah.
Siccome queste cose mi fanno arrabbiare, ho decido di non arrendermi. Le trasmissioni in streming si possono registrare facilmente sapendo come fare. Sul mio portatilino con mplayer e lame, dopo aver salvato il file ram, basta fare qualcosa di simile:
mplayer -cache 640 -vc dummy -vo null -ao pcm:file=/tmp/stream.pcm `cat file.ram`
lame -b 32 -m m -f /tmp/stream.pcm `basename file.ram .ram`.mp3
Voilà. Ho appena registrato la trasmissione di Fahreneit sul rapporto tra Chiesa e Politica. A qualcuno serve qualcosa?
P.S. questo è il genere di cose che si fanno quando un meeting diventa troooppo noioso…
Aggiornamento [14/2/2007]: come dicevo nei commenti, ho messo i comandi insieme in uno script semplice semplice, che potete scaricare qui: Ram2mp3 (12).
La macchina con l’uomo dentro 12 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Geek attitude, Mezzi e messaggi, Scoutismo 4 commentiSe facessi ancora i laboratori di comunicazione per gli scout (e non li faccio più, direi, perchè in generale non li facciamo più, ma questa è veramente un’altra storia), probabilmente utilizzerei questo video che ho trovato galleggiare nella marea di YouTube (grazie alla Coda Lunga, in realtà). Messaggio chiave: la separazione tra contenuto e forma apre le possibilità di interagire elettronicamente a chiunque anche senza particolari skil tecnici; questa possibilità sposta il paradigma: da un rete che è un insieme di informazioni collegate tra loro, a un rete che è un’insieme di persone collegate tra loro. Forse. Sicuramente impone di ripensare un bel po’ di cose.
[youtube]6gmP4nk0EOE[/youtube]
Per i curiosi, potrebbe essere interessante un salto sul blog di Digital Ethnography.
Il nome delle cose (e i misteri che stanno sotto) 7 febbraio 2007
Inviato da Marco in : Fisica, Scienza e dintorni 3 commentiSabato mattina ho accompagnato i genitori di Irene insieme a un altro gruppetto di italiani di passaggio da queste parti a vedere ATLAS. Per i non-fisici la struttura della visita è più o meno sempre la stessa: una mezzoretta in superficie per capire che cos’è un acceleratore e cosa un rivelatore di particelle, poi una panoramica sui vari componenti di ATLAS e su che cosa dovrebbero fare, infine due chiacchiere per tentare di capire i perché che hanno motivato la costruzione di un oggetto così complesso. Poi, ringalluzziti dalle magnifiche sorti e progressive della fisica moderna, scendiamo sottoterra a vedere il mostro (a proposito, se qualcuno fosse interessato a scendere nella caverna si dia una mossa: verso l’estate chiuderemo tutto).
Allora, ovviamente tutti sono impressionati dalle dimensioni e dalle complessità tecnica di ATLAS, che per chi non lo sapesse è un oggettivo alto come palazzo di 5 piani che dorme a circa 100 metri sottoterra. Quello però che interessa di più in queste visite è cercare di comunicare che le domande alle quali cerchiamo di rispondere con un esperimento del genere sono profonde, basilari, spiazzanti, e certamente affascinanti anche per chi mastica poco o niente di fisica, e tantomeno della complessa struttura matematica (che purtroppo e` spesso controintuitiva) che anima le teorie moderne. Durante le visite guidate al CERN, mentre cerco appunto di suscitare questo interesse, mi rendo spesso conto che noi fisici ci facciamo a volte un cattivo servizio da soli. Per esempio è sicuramente vero che ci piace inventare nomi altisonanti per i fenomeni che scopriamo o che vorremmo scoprire, ma è altrettanto vero che spesso questi nomi si fanno strada nel’immaginario collettivo in direzioni inattese e spesso fuorvianti.
Più o meno una visita su due, passando davanti al pannello che reclamizza gli argomenti “caldi” nella fisica delle particelle di oggi, c’è sempre qualcuno che legge la parola “antimateria”, inizia a rabbrividire e finisce per chiedermi se stiamo producendo qualcosa di pericoloso. Qui certamente c’entra la cattiva pubblicità di Dan Brown (al quale invio le mie cordiali maledizioni almeno una volta al mese), però c’è anche qualcosa di più profondo nel nome stesso che abbiamo dato al fenomeno. Quell’anti davati a materia ne fa immediatamente qualcosa di nemico, e vai poi a giustificare una cosa come l’annichilazione! Non potevamo chiamarla contromateria? O materia allo specchio? Materia gemella? Oppure la materia oscura: perché oscura? D’accordo, perché non la vediamo, e invece sembrerebbe esserci. Ma oscuro è anche qualcosa di maligno, di sinistro. Anche in questo caso c’è spesso qualcuno che mi chiede se la materia oscura non sia in qualche modo pericolosa. E se si fosse chiamata materia buia? Invisibile? Nascosta?
Il punto è che questi timori indotti dai nomi minoacciosi allontanano le persone dalle domande che sono veramente interessanti. Per esempio, dopo aver rassicurato i miei visitatori sull’innoquità dell’antimateria, li porto sempre a riflettere su questo: l’antimateria è serenamente contemplata dalla natura, la vediamo nei raggi cosmici, o prodotta negli acceleratori, o in certi decadimenti nucleari, dunque non è la sua esistenza a doverci incuriosire oggi. Piuttosto però, perché intorno a noi non vediamo altro che materia, salvo che in queste condizioni molto particolari? Forse l’antimateria è tutta concentrata da qualche altra parte dell’universo (e se si, se ne sta laggiù buona buona? Non dovremmo vedere qualche effetto?)? Oppure non ce n’è piu`? E se non ce n’è più, dove è finita tutta? Si e` consumata scontrandosi con la materia subito dopo l’inizio dell’universo? E allora perchè invece di materia ne è rimasta un pochino, quel tanto che basta per fare galassie e pianeti, uomini e cani? Forse all’inizio ce n’era un pochino di più? E via, a seconda della curiosita`, su simmetrie e violazioni varie, ma questa e` un’altra storia. In ogni caso a questo punto più di una mascella cade e molti occhi brillano, come se un mondo di domande mai nemmeno immaginate si affacciassero alla mente per la prima volta. A dimostrazione che la scienza (e la realtà!) può ancora far sognare anche il più inesperto, alla faccia di Dan Brown e delle sue bombette in Vaticano.


