Le maree di Kithrup

startide_rising_coverCi ho messo un po', ma sono finalmente arrivato al capolinea di Startide rising (in italiano Le maree di Kithrup) di David Brin, con cui ho rimesso mano al progetto di leggere tutti i romanzi fantascienza che hanno vinto sia il Premio Hugo che il Premio Nebula (o meglio, quei romanzi che non ho ancora letto).

Ci ho messo un po', dicevo, certamente perché leggo sempre altre cose in parallelo (tipicamente a un romanzo affianco uno o due saggi), ma soprattutto perché il libro di Brin mi ha richiesto un certo sforzo per prendere dimestichezza con la scrittura e la lingua.

Ormai da anni leggo in inglese tutto quello che in inglese è stato scritto, la fantascienza in particolare. In certi casi l'inglese mi scorre leggero e fluido, a volte più claudicante e farraginoso. Nel caso di Startide risisig il problema era che i personaggi del libro non sono tutti umani: l'equipaggio dell'astronave, attorno al quale ruota la storia, è in maggioranza composto da... delfini. Sono delfini speciali, evoluti e capaci di comunicare con qual poco personale umano che li accompagna, ma sempre cetacei sono. Il che implica che l'inglese che parlano (o meglio, l'anglico, a dirla con le parole del libro) è spesso sibilante, fischiato, approssimato. In effetti rende bene l'idea di come potrebbe parlare un delfino mutato ed evoluto, ma l'ho trovato faticoso da digerire. Come se non bastasse, i delfini in questione nel romanzo comunicano anche in trinario, una forma di comunicazione cantilenante e poetica fondata su brevi haiku di tre strofe, e il primario, la lingua ancestrale dei delfini. Brin prova a rendere con le parole le peculiarità di queste forme di comunicazione molto diverse (anche nel loro uso sociale), e ci riesce pure molto bene (il tema della comunicazione tra specie aliene è molto interessante e ben esplorato). Semplicemente, per me a tarda notte i gorgheggi dei delfini erano talvolta un po' troppo complessi da digerire.

Cosa ci fa un'equipaggio di delfini evoluti su un'astronave? Questa è l'asse portante del romanzo di Brin, che fa in realtà parte di una serie di diversi libri, il Ciclo dell'Uplift (che in italiano si chiama Il Ciclo delle Cinque Galassie, se ho capito bene). L'universo di Brin è abitato da diverse specie intelligenti, che popolano e colonizzano alcune galassie contigue (per quanto possano essere contigue delle galassie). In questa società galattica vige una tradizione di padrinaggio: se una specie dotata di tecnologia che le permette di viaggiare tra le stelle ne incontra un'altra sufficientemente matura, può reclamarne il controllo, mutazioni genetiche incluse. La specie vassalla viene allevata, naturalmente su tempi lunghissimi, e aiutata a sviluppare intelligenza e capacità sociali avanzate, viene dotata di tecnologia, e in cambio obbligata a servire la specie padrina (o padrona) per un certo periodo di tempo. Nel caso degli umani, sono stati delfini e scimpanzé ad venire "migliorati", fino a diventare compagni (quasi) alla pari nella vita all'interno della società galattica.

Le_mareee_di_KithrupDella trama vera e propria del romanzo non vi racconto molto: vi rovinerei la lettura. Diciamo soltanto che questa astronave terrestre con equipaggio cetaceo è la prima ad avere un delfino al comando, e si ritrova nel mezzo di uno scontro tra popolazioni aliene, dopo aver fatto scoperto una scoperta misteriosa ed essere precipitata su un pianeta non del tutto ospitale. Pur avendo sullo sfondo questa società galattica complessissima e variegata, la storia si concentra in realtà  sulle relazioni a bordo durante gli sforzi di lasciare il pianeta senza farsi disintegrare dai galattici, lasciando appena intuire le ramificazioni di quello che sta succedendo su una scala più grande. Proprio questo aspetto è stato per me un po' deludente: essendo Startide rising il secondo romanzo di una saga di sei, molto è messo in scena per essere (probabilmente) risolto o svelato altrove. Il libro si legge bene e si gode di per sé, ma ci sono troppe sottotrame lasciate aperte per i miei gusti.

L'universo dell'Uplift presenta alcuni temi molto stimolanti. All'interno di questa dinamica galattica di padrinaggio e evoluzione forzata, per esempio, il caso degli umani è molto interessante: a differenza delle altre specie che popolano la galassia pretendono di essere evoluti per conto loro, senza l'intervento di nessun padrino. La cosa è vista con largo scetticismo dalle specie più potenti nella società galattica, tutti sembrano infatti convinti che esista una sola specie di primogenitori ancestrali ad essere evoluta autonomamente (come? Dove? Quando? Nessuno lo sa bene, è uno dei misteri appena accennati nel romanzo, e forse sviscerati altrove), tutte le altre sarebbero arrivate dove sono grazie all'intervento deliberato di qualche specie superiore. L'idea stessa dell'evoluzione darwiniana, casuale e non eterodiretta, è considerata dai galattici come una superstizione pericolosa. Mi è sembrata un'idea interessante su cui costruire un'intreccio tra società.

C'è poi evidente la questione di che cosa voglia dire essere intelligenti, o "senzienti", e di quali debbano e possano essere le relazioni tra specie diverse che condividono uno stesso ecosistema, riconoscendosi un stato di (quasi) parità. Mi ha fatto pensare molto alle relazioni con gli animali, ai loro diritti (ammesso che ne abbiano), e a come sarebbe la nostra società se ci fosse sul nostro pianeta un'altra specie senziente con cui relazionarsi in maniera egualitaria.

Certe altre cose, invece, mi sono sembrate un po' forzate. Se gli umani hanno "allevato" e "migliorato" specie animali del loro pianeta d'origine, praticamente tutti gli altri abitanti della galassia sembrano invece essere andati a zonzo un po' tra le stelle, ed essere intervenuti sulle specie trovate su pianeti di altri sistemi. Tralasciando la probabilità che questi incontri avvengano (immaginiamo pure che queste galassie siano molto feconde) e che queste società possano effettivamente prosperare per i tempi lunghissimi necessari a trovare dei feudatari e a farli evolvere, mi resta un dubbio più basilare. Nessuna specie occupa un habitat da sola, è sempre parte di un ecosistema. Perché dunque non migliorare in prima battuta qualche elemento del proprio sistema natale? Pare che Brin ignori o sottostimi la varietà locale dei vari pianeti, e anche la sua necessità se non allo sviluppo e all'evoluzione, certamente al sostentamento e sopravvivenza delle specie dominanti. Mi sembra un caso evidente di luogo comune del pianeta a singolo biotipo (quelli di Guerre Stellari, per capirci), esteso in questo caso agli stessi organismi.

Leggerò gli altri libri della serie? Non ne sono certo, sicuramente non subito. I punti misteriosi lasciati aperti mi hanno più infastidito che incuriosito, e la pila degli altri romanzi vincitori da leggere non fa che aumentare! Alla prossima recensione, dunque.

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3 Commenti

  1. robi
    Pubblicato il 6 marzo 2015 alle 17:30 | Permalink

    Ciao. A me non era piaciuto molto, mi sembrava troppo artificioso (ma non so se è il termine giusto). Invece ho molto amato Gateway e letto i libri seguenti.

  2. Giuseppe
    Pubblicato il 11 marzo 2015 alle 16:18 | Permalink

    Salve, è la prima volta che scrivo un commento, sebbene segua da tempo il suo blog e, non troppo tempo fa (come forse ricorderà), le abbia chiesto sulla chat di facebook il permesso di poter pubblicare sulla mia pagina la sua recensione di Interstellar di Nolan. Tuttavia, essendo un grande appassionato di fantascienza, non ho potuto resistere, ed eccomi qua. A tal proposito, non posso non consigliare di proseguire la lettura del ciclo di Uplift, impegni permettendo ovviamente, perché è davvero un'opera che lascia sbalorditi per ampiezza della trama e della "visione" che sottende tutta la vicenda, come del resto lei stesso ha già avuto modo di verificare dalla lettura di questo primo romanzo. Ma l'autore che più mi ha avvicinato alla moderna space opera rimane indubbiamente Gregory Benford, che tra l’altro è anche un fisico attivo all’Università della California. Il suo ciclo del “Centro Galattico” rimane per me insuperato. Buona lettura! ?

  3. Pubblicato il 20 giugno 2015 alle 14:31 | Permalink

    Recensione interessante, ho rammentato le sensazioni avute io stesso quando lessi ai tempi questo libro, che mi aveva affascinato proprio per la presenza dei delfini. Sono d'accordo, solleva molte questioni, anche eriche, relative al modo in cui si possono trattare gli altri animali, e lo fa come solo la sf riesce a fare.
    Ne ho parlato di recente anche sul mio blog.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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