Ancora sul dottorato: un ottavo punto, forse un nono

Ritorno sulla questione del dottorato e delle sue possibili riforme perché di recente ho avuto modo di parlarne con qualche collega (di dottorato, a suo tempo; di mestiere oggi). Mi sa che nella lista manca un punto, che poi inevitabilmente se porta dietro un altro ancora. Ecco qui:

8. Puffare l'offerta didattica dei dottorati. Puffare come il verbo che i puffi usavano per qualunque azione, perché non so bene se la didattica dei dottorati vada incrementata, uniformata, migliorata o semplicemente istituita: le situazioni sono piuttosto differenti nelle diverse università italiane, e tra le varie facoltà. C'è chi studia e dà esami tutto il primo anno, chi non ne ha mai sentito parlare. Tra chi all'inizio del dottorato sgobba ancora sui libri c'è chi segue corsi del curriculum di laurea, chi invece corsi specialmente istituiti per il dottorato, infine chi va a scuole e convegli esterni all'università che vengono considerati equipollenti. A Milano a suo tempo (fisica, XV ciclo) erano previsti 6 corsi, 4 il primo anno e 2 il secondo, tutti specialistici per il dottorato, tutti con esame finale. Uno tra i sei poteva essere sotituito dalla partecipazione a una scuola, a patto di tenere un seminario riassuntivo alla fine. Sarebbe interessante sapere come era (ed è) la situazione altrove. Ho provato a documentarmi un po' ma l'unica fonte che avrebbe potuto dirmi qualcosa, il CNVSU, non mi ha aiutato molto. Se passate da queste parti fatemi sapere.

In ogni caso il punto è questo: un laureato (specialistico) è lontano dal conoscere tutto lo scibile istituzionale della sua materia, nessun piano di studi per quanto ambizioso può contenerlo tutto. Epperò ci sono cose che bisogna sapere (o aver saputo almeno una volta nella vita) per essere un buon ricercatore, e ci sono materie che o si studiano quando si hanno 8 ore al giono di tempo per farlo, o non le si studia mai più (chessò, la teoria dei campi per un fisico sperimentale)! I dottorati in Italia si chiamano formalmente "Scuole di Dottorato" per sottolineare questa doppia natura di completamento della formazione e di attivita` di ricerca; negli Stati Uniti prima di mettersi a lavorare sul proprio progetto si fa la cosidetta "Graduate School", la scuola dei laureati (che tra l'altro è fortemente consigliata per chi vuole diventare insegnante: non potrebbe essere un'idea unificare le SIS con la didattica dei dottorati, con le dovute flessibilità?).

Ma se i dottorandi studiano, diciamo, tutto il primo anno a tempo pieno per rienpire i buchi di quello che non hanno imparato durante il corso di laurea, quando ricercano? Il che mi porta all'ultimo punto...

8 bis. Aumentare la durata del dottorato. Un anno in più potrebbe bastare. Diciamo che uno dedica tutto il primo anno a studiare, dare esami, completare la sua preparazione, e a capire che direzione dare alla sua ricerca: a questo punto probabilmente gli servono altri tre anni per portarla avanti e finalizzarla. Due spesso non bastano. Un annetto in più, pagato ovviamente, non una proroga per dottorandi pigri come esiste oggi. Che ne dite?

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Un Commento

  1. Giò
    Pubblicato il 16 settembre 2007 alle 21:21 | Permalink

    Dear Marco,

    I fully agree with you! Da dove vengo io, esiste una graduate school il primo anno di dottorato e i dottorandi vengono torchiati, addirittura oltre il necessario. Il risultato è appunto quello che entrano nel secondo anno spossati e in ritardo. Diciamo che il punto 9, secondo me, sarebbe quello dell'istituzione reale di un tutor. Nel senso che nella mia esperienza, una delle ragioni per le quali tanti/e dottorandi/e si sono persi per strada era che a fronte di poco tempo per fare la ricerca e scriverla (due anni) avevano dei tutor evanescenti che li ricevevano come studenti di triennale o specialistica. Senza nulla togliere ai due livelli precedenti, il terzo ciclo di studi richiede un rapporto col tutor molto simile a quello di apprendistato, di garzonaggio e simili: insomma si deve imparare un mestiere. E non basta mezz'ora a settimana. A me, giovane ricercatore, piacerebbe un sacco seguire dottorandi...ma qui scatta lo psico-dramma perchè per qualche ragione che mi sfugge nel mio universo si pensa che solo gli ordinari sappiano cosa è meglio per un dottorando e si da anche il caso che gli ordinari siano proprio quelli che hanno "meno" tempo da dedicare....il punto 9.bis è quindi abbattere i collegi docenti dei dottorati e prepare la rivoluzione!

    Besos revolucionarios y hasta el doctorato siempre!

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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