L'ultima estate. Umbria, giovedì 18 agosto 1994

Urbino, Via Barocci (foto di Cristina Carriere da Flickr)

(L'ultima estate è un esperimento di scrittura post-adolescenziale postuma, ispirato al podcast Mortified. Ho scritto questo testo tra l'estate del 1994, l'autunno del 1997 e la primavera del 1999, ma se passate il mouse sui numerelli appariranno dei box di commento scritti oggi, a più o meno 20 anni di distanza. Questa è la quindicesima puntata, il racconto inizia qui.)

Riassunto delle puntate precedenti. Siamo rimasti Kurt, Cassandra, Tecla, Maia ed io. Ognuno ha ottime ragioni per ferire gravemente a colpi di piadina romagnola uno qualunque degli altri quattro. [1]Ovvero, la compagnia sta sgretolandosi. Era ora. Abbiamo deciso di partire per Urbino, splendida cittadina sugli appennini, che io voglio vedere, Cassandra e Tecla abbastanza, Maia non si sa e Kurt per niente, anche se non lo dice. Abbiamo due macchine e un non meglio precisato appuntamento con Flip sulla costa toscana per uno o due giorni dopo.

Lasciamo S. Sofia per Urbino. Prima di partire passiamo a salutare i nonni di Lamù, [2]Nonni che hanno pazientemente sopportato la nostra invadente presenza a Santa Sofia nel corso degli ultimi giorni. A ripensarci, viste le nostre paturnie e il nostro greve stare insieme, questi signori sono stati parecchio pazienti, e certo molto generosi. i quali ci trattengono amabilmente per un po’ con caffè (corretto!) e chiacchiere. Il tempo non è bellissimo, cosa che ci risparmia un caldo infame durante il viaggio. [3]Nel 1994 l'aria condizionata non esiste, perlomeno sulle auto che possediamo noi. Per la prima volta gli equipaggi delle auto sono rigorosamente monosessuati (chissà perché?), [4]Come "chissà perché?". Perché il gineceo deve tentare di risolvere i misteriosi problemi relazionali che le persone dotate di cromosoma Y non sono in grado di afferrare, figuriamoci facilitare, sanare, consolare. Lo stereotipo dell'adolescenza ritardata, ecco cosa siamo. così assisto a una “prova speciale” (= guida da rally) su per le colline.

Non so se siete mai stati in auto con Kurt. [5]Ovviamente no, a meno che non siate uno o una dei protagonisti di questa storia. Ma all'epoca io scrivevo per loro, o per i loro amici stretti, che di Kurt una qualche esperienza avevano. Tipicamente finita vomitando o litigando. Io qui vi ho già raccontato un po’ del suo amore per le auto, della sua guida sportiva e di come spesso e volentieri sfoghi i suoi malumori correndo come un pazzo. Bene. Niente può darvi una vera idea di come sia quella che lui chiama una “prova speciale”.

Non è che guidi forte. Lui guida proprio come in un rally vero. Lui li fa veramente, per intenderci. Se dice “prova speciale”, allora vuole dire che prova il percorso per impararlo. Non si frena mai prima dell’ingresso in curva, perché altrimenti si perde tempo. Le curve in montagna si tagliano perché si diminuisce la velocità di crociera. Sui rettilinei si accelera in seconda fino a vedere uscire i pistoni dal cofano, perché la ripresa è importante. Il sedile va appiccicato al volante per avere più facilità di manovra. E poi va raddrizzato ad angolo retto, perché quella è la migliore postura del pilota.

Io non ho mai sofferto la macchina. [6]In compenso ho scoperto qualche anno dopo di soffrire parecchio la barca. Ma questa è un'altra storia. Il viaggio inizia e tento di leggere, cosa che faccio usualmente in auto, [7]In realtà leggo dappertutto, ogni occasione è buona. una rivistaccia di sinistra che sono clandestinamente riuscito a fare entrare nell’auto di Kurt. [8]Inizialmente pensavo potesse essere Diario della settimana, ma da rapida ricerca scopro che ha iniziato a essere pubblicato nel 1996. Cos'era dunque la rivistaccia di sinistra? Forse un inserto del Manifesto? Non ricordo proprio. Non mi tengo e leggo, tutto è ok. Poi iniziano gli appennini, e allora inizio a tenermi. Poi smetto di leggere.

Arriviamo mezz’ora prima delle ragazze, e ci tocca aspettarle. [9]Tra me e Kurt già all'epoca gli argomenti di conversazioni si esaurivano molto più in fretta. Nell'attesa avrò probabilmente fatto la guardia all'auto mentre andava a comprare le sigarette.

Urbino è molto bella, eccezionale è il palazzo ducale e il suo contenuto (quadri, arazzi, statue... riusciamo anche a trascinarci Kurt). Nella rampa di accesso al centro storico c’è un’interessante mostra di aquiloni! [10]Ero e resto un bambino.

E come in tutti le storie che si rispettino, dopo aver costruito con tanta attenzione il climax [11]O, sarebbe stato meglio dire, il bubbone purulento. e caricato all’inverosimile la tensione, adesso è giusto che scoppi. Stiamo avvicinandoci alla fine. Ancora non lo sappiamo, ma è così.

Verso le 16:30 decidiamo (per altri versi drammaticamente) di dividerci: Kurt e Maia vanno a Castiglioncello per la notte, a ricongiungersi con Flip. Tecla, Cassandra ed io rimaniamo a girare Urbino, dormiremo lì e li raggiungeremo domani.

Bom, è fatta. [12]Ovvero, chi non si sopporta più, o non sopporta più di stare insieme, perché di quello stare insieme aveva pensato una fine o un'evoluzione diversa, si allontana, giustamente persino, perché restare per principio non fa che rovinare il fegato a tutti.

Maia smaniava dalla voglia di tornare da Flip a concludere, e di levarsi da una situazione scomoda che le stava stretta. [13]Per chi non avesse letto a sufficienza tra le righe e persino sulle righe, Tecla aveva chiaramente delle mire su Maia, ma evidentemente Maia in quelle mire non si riconosceva molto. Il richiamo della foresta, direi. Duro ma perlomeno sincero, a distanza lo apprezzo. Fosse venuta prima questa chiarezza forse ci saremo evitati alcuni dolori. Ma forse no.

Kurt tenta l’ultimo baccaglio di Maia, per cui è ben pronto ad accompagnarla. E Flip è suo grande amico. E poi così ha tre ore in macchina per tentare qualche assalto. Che gli andrà male, perché le cose sono già decise. E Flip non sarà poi più così suo grande amico, almeno per un po’. [14]E chi non ha mai avuto un amico che ci ha provato con la propria ragazza, o con la ragazza a cui aspiravamo, o qualcosa del genere? Ci si sfidava a duello per molto meno, qualche secolo fa.

La cosa che mi ricordo meglio è Tecla in lacrime su un gradino di cemento del parcheggio fuori le mura di Urbino, per un tempo infinito, dilatato. Ogni tanto Cassandra le parla, io mi sporgo e provo a dire qualcosa, a chiedere, ma Cassandra mi scaccia un po’ come un moscone fastidioso: [15]Avevo dimenticato questi gesti di allontanamento e di sufficienza della mia ragazza di allora. Moscone fastidioso lo ero certamente, non ho problemi ad ammetterlo, ma pieno di buone intenzioni, persino troppe, e per queste buone intenzioni scontate e garantite troppe spesso messo in attesa, come in una lunga chiamata al call center della vita. — Appena le passa andiamo... — dice, e a me non basterebbe, ma non sono stato ammesso nell’olimpo dei consolatori e dei dispensatori di consigli, e quindi resto fuori ad aspettare tra i fumi di scappamento, fino a quando tutto di colpo va di nuovo abbastanza, e si va. Via il dente, via il dolore?

A Urbino vediamo ancora due chiese bruttissime e la casa natale di Raffaello, che si rivela prevalentemente un pacco. In compenso il solo centro storico vale la pena; e poi che aveva voglia di fare altre tre ore in auto?

Mangiamo da “Evoè” (= grido delle baccanti), dormiamo nella locanda “Fosca”, luogo che all’inizio ci lascia perplessi (insegna fatta a mano su cartoncino, antro buio, ultimo piano senza ascensore), ma che si rivela essere una bella pensioncina, tra l’altro sulla via principale del centro storico, a due passi dai monumenti principali. In realtà ci sembra di dormire proprio nella casa natale di Raffaello, che è li a due passi, e l’idea ci aggrada parecchio.

La stanza è grande e soprattutto fresca, con un lettone matrimoniale imponente e un letto singolo per il pargolo. C’è un bagno microscopico ricoperto di un mosaico verdino. Per la locanda incontro degli stranieri, forse tedeschi, anche loro in vacanza, e delle ragazze italiane non proprio bellissime. [16]Anche di queste fanciulle non ho ricordo alcuno, ma dall'eufemismo immagino non rimanessero impresse.

Non sapendo bene come fare propongo alle due fanciulle di condividere loro il lettone, io mi terrò il lettuccio del pupo, [17]Come questa idea di divisione dei letti mi potesse essere venuta in testa lo spiega forse solo la mia sistematica remissività di quesi giorni. Ovviamente quella non poteva essere la soluzione migliore, in nessun senso immaginabile. ma Tecla insiste perché invece siamo Cassandra ed io a dormire nel matrimoniale. Wow. [18]Come se fosse un regalo, e non la normalità recuperata, anche solo nella forma.

Prima o poi andiamo a dormire, e la cosa che mi ricordo meglio è la luce dei lampioni che filtra dalle persiane, le voci con lo splendido accento del centro italia della gente che ancora gira fuori la notte e il numero 50 degli X-Men, l’ultimo scritto da Chris Claremont e disegnato da Jim Lee, [19]Bellissimo. Per fortuna c'era gli X-Men, in quel periodo. a farmi compagnia mentre Cassandra piomba nel sonno e Tecla la segue dopo essersi lamentata un po’.

Finalmente in un letto con la mia fanciulla, tento qualche approccio (va bene, piuttosto goffo, lo ammetto senza problemi, non c’è bisogno che me lo ricordiate). Ma il sonno e la presenza di Tecla non sono ottimi complici.

— Non si può, buonanotte — dice Cassandra suggellando una delle notti più intime di tutte le vacanze. [20]E, manco ce ne fosse bisogno, questo essere una delle notti più intime della vacanza con la mia ragazza dice tutto sulla prossimità immaginata ma negata, agognata ma respinta, logorata e sfilacciata che caratterizzava quei giorni, e che presto, qualche mese dopo, avrebbe portato anche le strade mie e di Cassandra a separarsi. Ma questa è, di nuovo, un'altra storia.

Andrò in cerca di un po’ di tenerezza ancora al mattino, quando è bello rotolarsi nelle lenzuola e indugiare ad alzarsi, ma con simili risultati. Un po’ di disappunto mi passa per la testa salendo dallo stomaco, ma lo scaccio in fretta, più che altro per sopravvivere.

Note   [ + ]

1. Ovvero, la compagnia sta sgretolandosi. Era ora.
2. Nonni che hanno pazientemente sopportato la nostra invadente presenza a Santa Sofia nel corso degli ultimi giorni. A ripensarci, viste le nostre paturnie e il nostro greve stare insieme, questi signori sono stati parecchio pazienti, e certo molto generosi.
3. Nel 1994 l'aria condizionata non esiste, perlomeno sulle auto che possediamo noi.
4. Come "chissà perché?". Perché il gineceo deve tentare di risolvere i misteriosi problemi relazionali che le persone dotate di cromosoma Y non sono in grado di afferrare, figuriamoci facilitare, sanare, consolare. Lo stereotipo dell'adolescenza ritardata, ecco cosa siamo.
5. Ovviamente no, a meno che non siate uno o una dei protagonisti di questa storia. Ma all'epoca io scrivevo per loro, o per i loro amici stretti, che di Kurt una qualche esperienza avevano. Tipicamente finita vomitando o litigando.
6. In compenso ho scoperto qualche anno dopo di soffrire parecchio la barca. Ma questa è un'altra storia.
7. In realtà leggo dappertutto, ogni occasione è buona.
8. Inizialmente pensavo potesse essere Diario della settimana, ma da rapida ricerca scopro che ha iniziato a essere pubblicato nel 1996. Cos'era dunque la rivistaccia di sinistra? Forse un inserto del Manifesto? Non ricordo proprio.
9. Tra me e Kurt già all'epoca gli argomenti di conversazioni si esaurivano molto più in fretta. Nell'attesa avrò probabilmente fatto la guardia all'auto mentre andava a comprare le sigarette.
10. Ero e resto un bambino.
11. O, sarebbe stato meglio dire, il bubbone purulento.
12. Ovvero, chi non si sopporta più, o non sopporta più di stare insieme, perché di quello stare insieme aveva pensato una fine o un'evoluzione diversa, si allontana, giustamente persino, perché restare per principio non fa che rovinare il fegato a tutti.
13. Per chi non avesse letto a sufficienza tra le righe e persino sulle righe, Tecla aveva chiaramente delle mire su Maia, ma evidentemente Maia in quelle mire non si riconosceva molto.
14. E chi non ha mai avuto un amico che ci ha provato con la propria ragazza, o con la ragazza a cui aspiravamo, o qualcosa del genere? Ci si sfidava a duello per molto meno, qualche secolo fa.
15. Avevo dimenticato questi gesti di allontanamento e di sufficienza della mia ragazza di allora. Moscone fastidioso lo ero certamente, non ho problemi ad ammetterlo, ma pieno di buone intenzioni, persino troppe, e per queste buone intenzioni scontate e garantite troppe spesso messo in attesa, come in una lunga chiamata al call center della vita.
16. Anche di queste fanciulle non ho ricordo alcuno, ma dall'eufemismo immagino non rimanessero impresse.
17. Come questa idea di divisione dei letti mi potesse essere venuta in testa lo spiega forse solo la mia sistematica remissività di quesi giorni. Ovviamente quella non poteva essere la soluzione migliore, in nessun senso immaginabile.
18. Come se fosse un regalo, e non la normalità recuperata, anche solo nella forma.
19. Bellissimo. Per fortuna c'era gli X-Men, in quel periodo.
20. E, manco ce ne fosse bisogno, questo essere una delle notti più intime della vacanza con la mia ragazza dice tutto sulla prossimità immaginata ma negata, agognata ma respinta, logorata e sfilacciata che caratterizzava quei giorni, e che presto, qualche mese dopo, avrebbe portato anche le strade mie e di Cassandra a separarsi. Ma questa è, di nuovo, un'altra storia.
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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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