Il modo giusto di sbagliare

Una decina di giorni fa sono stato invitato da Alessandra Colonna (che ringrazio!) a partecipare a un dibattito intitolato "Il modo giusto di sbagliare" (che, ironia della sorte, è anche il titolo di un libretto di Houdini che descrive le tecniche di imbonitori, truffatori e criminali vari), dibattito organizzato a Milano da Bridge Partners, una società esperta in negoziazione, che ogni anno mette in piedi un evento di formazione un po' particolare destinato a quadri d'impresa curiosi.

Si è trattato di un contesto piuttosto diverso da quello accademico in cui di solito mi ritrovo a presentare, insegnare o discutere. Il che è cosa buona: sono convinto che faccia bene confrontarsi con ambienti diversi: mette in movimento il pensiero, porta stimoli nuovi, e soprattutto costringe a uscire fuori dalla propria zona di conforto.

Insieme a me, partecipavano all'evento una professoressa di psicologia sociale, un manager esperto di risorse umane, un consulente e uno sportivo di alto livello.  Io ero 'la voce' dello scienziato. L'incontro era moderato da Rosalba Reggio, giornalista del Sole24Ore. I miei compagni di chiacchiera si sono rivelati tutti simpatici, preparati e profondi, ognuno con una storia interessante da raccontare e un messaggio da condividere. Contrariamente alle mie prevenutissime aspettative, ho scoperto una sintonia di pensiero con Salvatore De Rienzo, il consulente, che in partenza pensavo sarebbe stata la persona più lontana da me: ah, quanti pregiudizi nelle nostre piccole testoline!

Siccome mi piace arrivare preparato, prima dell'incontro avevo buttato giù un po' di appunti, provando a rispondere, dalla mia angolazione, alle domande che Rosalba Reggio ci aveva mandato come traccia. Ho pensato di incollarli qui sotto, più per promemoria personale che per altro, aggiungendo qualche link. Magari servono a qualcosa.

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Il modo giusto per sbagliare. Domande e risposte per il dibattito

Esistono una sana e meno sana cultura dell’errore?

Parlo dal punto di vista dello scienziato, che è per forza parziale e non necessariamente valido per tutti gli ambiti. La scienza si basa sulla consapevolezza che eliminare l’errore sia impossibile, e dunque costruisce il suo modo di creare conoscenza condivisa proprio intorno a questa ammissione.

L’errore nella scienza ha facce diverse, due delle quali sono certamente sane e positive. La conoscenza scientifica avanza con il dialogo tra teorie e fatti sperimentali. Le teorie scientifiche sono sempre sbagliate, per definizione (dove “sbagliato” significa allo stesso tempo “approssimato”, ma anche “fallibile”, o meglio “sbagliato in potenza”). Lo scienziato convive con la consapevolezza che ogni teoria valida oggi, verrà superata, abbandonata e sostituita domani. Detto questo, non sempre questo meccanismo virtuoso funziona: le teorie sono sempre “dure a morire”. Anche nella scienza esiste una certa resistenza al cambiamento. La scienza è spesso portata come esempio virtuoso della gestione dell’errore, ma le cose sono ben più complesse nella realtà!

Argomenti da approfondire: falsificabilità di Popper; cambio del paradigma di Kuhn; Lakatos e la cintura protettiva delle ipotesi ausiliarie; la tesi di Duhem-Quine.

L’errore è viatico di miglioramento e quindi davvero “sbagliando si impara”? Tutti gli errori sono accettabili?

Non tutti gli errori sono accettabili, anche per lo scienziato. Se per le teorie essere “sbagliate” è un carattere inevitabile, per i fatti sperimentali  l’errore non è accettabile: un fatto sperimentale “sbagliato” è il peccato capitale dello scienziato!

Le misure sperimentali sono però sempre affette da un errore, che gli scienziati preferiscono chiamare incertezza. Stabilire il grado di affidabilità del risultato di un esperimento è un passaggio fondamentale e imprescindibile che occorre fare prima di rendere pubblico un risultato, ed è un’arte complessa.

Argomenti da approfondire: precisione vs. accuratezza; ripetibilità degli esperimenti (e se gli esperimenti sono unici, come quelli della fisica delle particelle?); esempi pratici di errore sistematico.

Nelle scienze sperimentali esistono diversi tipi di errore (statistico, sistematico), ed è particolarmente importante non confonderli e trattarli in modo adeguato. In particolare, l’errore sistematico (inerente al modo specifico in cui facciamo misure ed esperimenti) è molto subdolo, ed è proprio qui che si trova il confine tra un errore “sano” ed uno “meno sano”. Esistono allo stesso tempo il rischio di sovrastimare le incertezze (con un approccio troppo conservatore) rendendo inutili, o persino dannose, le misure, e quello di sottostimarle (con un approccio troppo aggressivo, fiducioso ed approssimatimo), cadendo in questo caso  in un errore che non è più incertezza, ma sbaglio vero e proprio.

Se è vero, allora perché fa “paura”?

L’errore che fa paura allo scienziato è lo sbaglio, non l’incertezza. In questo senso, lo scienziato ha sempre una soluzione per aggirare la paura dell’errore: se ha il minimo dubbio che qualche risultato possa essere affetto da una correzione inaffidabile, ha sempre come ultima risorsa la possibilità di “allargare le incertezze” per coprire la sua ignoranza.

Un esempio concreto: la misura della massa del bosone di Higgs in ATLAS, la calibrazione dell’elettronica di lettura del calorimetro, un contributo all'’incertezza finale grande quanto l’ampiezza della correzione stessa alla calibrazione.

Detto questo, gli scienziati sono persone, e questo modo di pensare così “sano” spesso cozza con ambizioni umanissime e il funzionamento della mente, che a volte può prendere il sopravvento rispetto agli strumenti di valutazione matematica che usiamo.

Un esempio nel campo della fisica delle particelle: i neutrini superluminali di OPERA nel 2011!

Errori umani: la necessità del protocollo di doppio cieco (e.g. esperimento di Benveniste su memoria acqua, debunking di Randi). Nella fisica delle particelle, procedure di blinding (e.g. nella ricerca del bosone di Higgs o di altra fisica esotica)

Materiale possibile: plot animato dei dati che portarono alla scoperta bosone di Higgs, per mostrare fluttuazioni nel tempo, e i possibili falsi picchi.

Un “campione” sbaglia come gli altri: il fatto di interpretare e vivere l’errore in un modo piuttosto che in un altro è una chiave di successo?

Un campione sbaglia di più: avere il coraggio di esplorare territori (e soluzioni) sconosciuti è pericoloso per definizione, e implica il rischio di fare più errori di quanti se ne farebbero restando nella propria zona di competenza.

Un leader deve ammettere un errore? Pensiamo a un capo che ammette di aver sbagliato, è realistico?

Realistico? Non so. I leader (aziendali, politici, scientifici) sono uomini come tutti: temono il giudizio degli altri, e non amano come tutti mostrare debolezze. Ma un leader infallibile è anche un leader inavvicinabile, e dunque l’ammissione di un errore è probabilmente una buona strategia per stabilire una cultura di collaborazione sana (e potenzialmente paritaria). Il problema sono le conseguenze di un’ammissione di errore: se la cultura non lo permette, un leader che ammette un errore è automaticamente un leader fallito, che si dimette. Una cultura che permette a tutti la ricerca e l’errore (che sono facce della stessa medaglia) è l’unica in cui anche il leader può sbagliare.

Che cosa crea una sana (o sbagliata) cultura dell’errore? I genitori, la scuola, l’ambiente di riferimento, il carattere …?

Sicuramente le agenzie educative primarie (famiglia e scuola). L’errore come possibile conseguenza di un’esplorazione di possibilità altre può venire incoraggiato come strumento pedagogico (vedi per esempio le scuole Montessori). In modo simile, famiglia e scuola possono castrare indicando l’errore esclusivamente come occasione di fallimento, e dunque insegnare l’idea che vada evitato a ogni costo.

Perché temiamo il giudizio degli altri?

Questa è una domanda per uno psicologo! Ci sarebbe da parlare di psicologia del branco e adattamento e crescita degli adolescenti nel gruppo dei pari, e le conseguenze sulla psiche adulta.

Un paio di argomenti vagamente correlati:

God complex (cfr. da Tim Harford, “Adapt”): è rassicurante (e seducente!) trovare spiegazioni (e soluzioni) semplici, la trappola è che spesso questa tendenza a “spiegare” ti fa piegare i fatti sperimentali alle teorie, e non viceversa.

Confirmation bias. Nel caso di OPERA, come possono aver sorvolato su un problema sperimentale così evidente e semplice a posteriori (una fibra ottica mal collegata nel sistema della misura del tempo)? C’era la misura del tempo di volo dei neutrini di MINOS, che apparentemente mostrava già (senza significatività statistica!) una velocità dei neutrini superiore a quella della luce.

Che cosa rende veramente utile l’errore?

Se un’organizzazione riesce ad accettare che sistemi complessi richiedono soluzioni complesse (e non soluzioni analitiche semplificate), allora l’errore diventa uno strumento per esplorare (e trovare) soluzioni inattese e altrimenti inaccessibili.

Argomenti possibili: try and error; algoritmi genetici; simulazioni Monte Carlo. Ci sono problemi senza soluzione “giusta”, occorre stabilire una metrica di successo e provare strade diverse.

L’altro aspetto riguarda l’ammissione che ogni conoscenza è, per definizione, limitata e imperfetta, e così ogni soluzione. Quantificare il grado di incertezza (l’errore della misura dello scienziato) è un altro prerequisito per avanzare senza bollare uno soluzione come “giusta” o “sbagliata”, ma piuttosto “adatta in questo margine di incertezza” per uno scopo specifico.

Quanto a livello individuale o aziendale o più ampiamente di contesto dell’errore è accettato e fatto oggetto di condivisione?

(Non sa, non risponde 🙂 )

Proposte concrete per rendere l’errore uno strumento nella vita professionale: come introdurre l’errore nei nostri contesti di lavoro in modo costruttivo?

Sarebbe interessante parlare di organizzazioni come Google che scelgono di permettere ai dipendenti di dedicare una frazione del proprio tempo a progetti “a perdere”, ovvero della necessità di spazi dedicati esplicitamente alla possibilità di esplorare sbagliando. Nel mondo della ricerca praticamente tutto il tempo è organizzato in questo modo (almeno in teoria!), questo genere di libertà di sbagliare, anche parziale, ha mostrato di poter dare ottimi frutti anche in ambito aziendale/produttivo.

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9 Commenti

  1. Roberto
    Pubblicato il 3 giugno 2015 alle 08:34 | Permalink

    C'è un errore verso la fine del post.
    ("Nel mondo della ricerca praticamente tutto il tempo è organizzato in!) questo modo")
    😉

  2. Pubblicato il 3 giugno 2015 alle 12:58 | Permalink

    Corretto, grazie!

  3. Pubblicato il 6 giugno 2015 alle 20:07 | Permalink

    Aggiungerei un sottotitolo, tipo: quello che gli utenti di un sistema [sociale] non hanno potuto imparare dai fisici delle particelle.
    Proverei ad ampliare l'argomento con riferimento a questo post di ROARS

  4. Pubblicato il 7 giugno 2015 alle 06:53 | Permalink

    The right way to make mistakes, i.e.: Trial & Error, is what Citizens should have been enabled to learn, through their Social System User role.
    By Universities. With grateful thanks to Particle Physicists.
    This is a working comment .... written to test a mobile interface. ... after a previous comment in italian

  5. My_May
    Pubblicato il 7 giugno 2015 alle 20:11 | Permalink

    L'argomento è molto interessante.
    Credo riguardi anche le "credenze". Lo scienziato è "credente" in una teoria almeno fino a che essa non venga completamente superata da una teoria migliore. Sicuramente non sono credenze che vanno confuse con quelle di stampo religioso. Però va detto che sempre di credenze si tratta e alle volte le differenze non sono molte. Una di queste teorie (ad esempio) è quella evoluzionistica che riguarda (principalmente) l'evoluzione dell'uomo. Nessun scienziato evoluzionista metterebbe in dubbio che l'uomo si sia evoluto da altre forme viventi nate prima di lui (ad esempio scimmie). Non mettere in dubbio vuol dire proprio: credere in.. ed allora, come da definizione, non può essere paragonata ad una teoria, ma appunto ad una credenza a tutti gli effetti.
    Alle volte qualcuno usa anche: "oltre il ragionevole dubbio..." però lo fa sempre usando e articolando concetti molto lontani da quelli che un fisico userebbe per sostenere che è stato scoperto (ad esempio) "un" bosone di Higgs.
    Non so il dibattito come è andato avanti però io avrei detto ad esempio che la scienza non è tutta uguale e non tutti usano gli stessi criteri di "veridicità". Non c'è quindi una epistemologia unica per tutti gli scienziati. Diciamo che è diventata una vera e propria babele.

  6. Pubblicato il 11 giugno 2015 alle 12:38 | Permalink

    Four Decades of Computing in Subnuclear Physics
    from Bubble Chamber to LHC
    Sono ancora Luigi. Qualche giorno fa sono passato per caso davanti alla sede del CNAF di Bologna. Ho potuto chiedere a due fisici in pausa caffè se sapevano cosa fosse il Grind.
    Ho poi trovato il documento sopra citato.
    Aggiungo il link agli altri che metterei in relazione per collegare [46 anni di] Computing e modo giusto di apprendere .
    Dopo 20 anni di computing per fisica sub nucleare e dell'atmosfera, in ambienti che abilitavano a recuperare errori, sono iniziati gli anni per gli utenti delle rete sociali.
    Da 26 anni la loro capacità di sbagliare nel modo giusto è un'araba fenice.

  7. Pubblicato il 22 giugno 2015 alle 07:09 | Permalink

    Il link inserito nel campo "Sito Web" del mio precedente commento era sbagliato perché la stringa di caratteri che si inserisce nel campo è stata troncata.
    Avevo inserito un link a questo G+ post.
    Un errore "di sistema" non diagnosticato.
    Gli errori "di sistema", quando i Fisici del CERN [o, meglio, "che facevano esperimenti al CERN"] avevano bisogno di "far girare il Grind" [analisi cinematica di fotogrammi di camere a bolle] potevano essere "Recuperabili" e "Irrecuperabili" ....
    .... ma qui ci si deve fermare: non sarebbe più "un commento" e quindi si uscirebbe dall'ambito di quanto "il sistema [comunicativo] blog" permette di fare.
    Aggiungo che il Sistema Operativo che permise alla Fisica del CERN di diventare Utente di risorse di supercalcolo si chiamava SCOPE [Supervisory Control of Program Execution].
    Posso solo "brontolare" che, dagli inizi del WWW [1989 - 1993], per permettere alla Società Civile di diventare Utente [anziché Consumatrice] di risorse di Rete Sociale, ci sarebbe voluto una capacità di SCORE [Supervisory Control of Relationship Effectiveness] ma, purtroppo, come stia finendo lo dice la parola stessa [italianizzandola, of course].
    Basta provare a dirlo a un Universitario, a un Politico, a un Pubblico Amministratore o a un Imprenditore.
    Come si può "provare a dirlo" se non c'è ancora il modo di recuperare lo sbaglio/errore diagnosticato da una "incapacità di dialogo" tra persone con diversa educazione/cultura/esperienza?!

  8. Pubblicato il 22 giugno 2015 alle 12:39 | Permalink

    Ciao, ho corretto il link al commento precedente, non ci sono limiti alla lunghezza per cui non so dirti perché sia stato troncato 🙂

  9. Pubblicato il 23 giugno 2015 alle 08:12 | Permalink

    Ciao e grazie.
    Per me [lato utente] il limite c'è. L'ho riprovato.
    Il problema è quindi nella mia "interfaccia utente", che [per me] dovrebbe far parte del "sistema".

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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