Da un grande potere derivano grandi responsabilità

In un periodo in cui si discute non poco - e non a torto - di come riformare il sistema della ricerca italiano, di come sia possibile valutarlo, di come sia necessario e inderogabile trascinarlo fuori da logiche di nepotismo impunito, e di come però queste riforme siano difficili e complesse a causa - sostiene qualcuno - di una misteriosa "eccezione mediterranea" che apparentemente ci metterebbe fuori da tutte quelle logiche di onore, dignità e fair-play che invece tanto giovano ai sistemi anglosassoni, proprio dal mondo anglosassone ho ricevuto una bella lezione di serietà che non mi scorderò facilmente.

Come sapete in questo periodo ho qualche articolo in ballo, pronto a passare le forche caudine del peer-reviewing. Uno di questi è già rimbalzato tra me e il reviewer di NIM una volta, e non è messo male a parte l'inglese che ha apparentemente bisogno di un po' di rifiniture. Per questo ho deciso di chiedere aiuto a un collega americano, che conosce bene la materia di cui tratta il paper e con cui ho collaborato più volte in passato. Con una semplicità disarmante il collega in questione, alla richiesta di rivedere il testo, mi confessa candidamente:

Thanks for the update on your paper. NIM had asked me to review it, but I declined, saying I was too close to the work and did not think I could give an unbiased review. I'd be happy to help out with the English, though. Just send me the file.

Giù il cappello! NIM [il giornale a cui l'articolo è stato proposto] mi aveva proposto di essere il reviewer per il tuo articolo, ma ho declinato l'offerta dicendo che mi sentivo troppo vicino al lavoro, e non credevo di essere in grado di fare una recensione senza pregiudizi.

Ho imparato un sacco di cose da quest'uomo, ma le tre righe qui sopra sono ad oggi la lezione più grossa che mi abbia offerto. Un mondo come quello della ricerca scientifica, che pretende di potersi giudicare e valutare da solo, deve aspirare a questo genere di serietà: e che sia automatica, congenita. Perché, per dirla con l'Uomo Ragno (lo so, lo so, alla fin fine i miei riferimenti culturali sono quello che sono), da un grande potere derivano grandi responsabilità.

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30 Commenti

  1. QL
    Pubblicato il 25 novembre 2008 alle 16:24 | Permalink

    Forse la questione è che oggi come oggi alla gente non basta più che qualuno gli dica che l'onesta è importante e che la legalità è l'unica strada che porta frutti abbondanti e duraturi, soprattutto quando vive in un mondo che ad ogni passo, ogni minuto e per ogni dove sembra confermare l'esatto contrario. Arrivati a questo punto probabilmente l'unica cosa da fare è smettere di tramandare le verità solamente a livello dogmatico e rinfrescare il loro valore mostrando, descrivendo e dimostrando con dovizia di dettagli il PERCHE' l'onesta, la lealtà, la correttezza, l'integrità e i buoni princìpi sono l'unica vera strada capace di portare sicurezza e solidità alle singole persone e, per esteso, alla società tutta.
    L'orgoglio patriottico ad esempio oggi sembra essere solo una pomposa ed effimera cerimonia da eseguire il 2 giugno giusto per ricordare che stiamo in Italia. Il Natale ormai è diventato solo un ammasso informe e sconclusionato di simboli vuoti e chiassosi, luci sfavillanti che più che ispirare gioia girano il coltello nella piaga della solitudine e della sempre più estesa povertà. La giustizia è diventata solo un guazzabuglio di leggi contorte e incomprensibili dove vince solo chi la tira più lunga e, naturalmente, chi ha più soldi e meno scrupoli. La scuola ormai è il diretto riflesso della giungla la fuori, dove sopravvive solo il più scaltro, egoista e violento, un luogo dove viene svolto tutto fuorchè lo studio e gli insegnanti guardano gli studenti non più come se fossero un po' i propri figli (come facevano una volta) ma solo come una scocciatura dalla quale scaricarsi prima possibile. Come vuoi convincere le persone a tornare sui propri passi quando tutto quello che le circonda sembra dirgli di fregarsene delle regole e dei buoni princìpi e pensare solo a sè stesso?
    Non passerà molto tempo che chi cerca di far rispettare le regole dove adesso viene visto come una seccatura apparirà come una minaccia, una minaccia da neutralizzare con ogni mezzo... -_-

  2. QL
    Pubblicato il 25 novembre 2008 alle 16:37 | Permalink

    Chissà, magari potremmo persino dare una riguardata al pensiero di Confucio:

    http://www.tuttocina.it/fdo/conf_gm.htm

  3. Pubblicato il 25 novembre 2008 alle 17:34 | Permalink

    x Marco
    l'"eccezione mediterranea" è anche il tema di Elena Cattaneo nella sua recensione a Staminalia di A. Massarenti (Guanda) che esce sul prossimo Nature. Però ci sono eccezioni alle eccezioni. Vorrei scovarle e valorizzarle, soprattutto se hanno pagato caro il fair-play, se te ne vengono in mente, segnala...

  4. Pubblicato il 25 novembre 2008 alle 18:12 | Permalink

    Ciao Sylvie, grazie per la segnalazione. Per chi fosse interessato, ci si riferisce a questo articolo qui: http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/456444a.html

    Dell'eccezione mediterranea (negativa) bisognerebbe veramente parlare di più, partendo dall'allergia costituzionale al rispetto delle regole, passando sui danni fatti dalla presenza del Vaticano, per arrivare al familismo amorale. Prima o poi magari mi ci metto.

    Le eccezioni mediterranee positive ovviamente ci sono, grazie al cielo, ed è vero, spesso pagano l'integrità rispetto alle abitudini del gruppo. Se viene in mente qualche esempio esplicito mi faccio vivo.

  5. Godel
    Pubblicato il 26 novembre 2008 alle 15:48 | Permalink

    Un professore molto bravo una volta, per spiegare l'Italia ad un professore austriaco ha detto una cosa del genere:

    In Italia ci sono regole scritte che non si rispettano e regole non scritte che si rispettano.

    Siamo schizzofrenici?

  6. Max
    Pubblicato il 26 novembre 2008 alle 22:14 | Permalink

    @Marco : l' allergia al rispetto delle regole deriva molto probabilmente dalla scarsissima quantita' di neuroni nei cervelli di chi le promulga, che di solito pensa a sostituire la qualita' con la quantita'.
    Le altre 2 cose che citi (Vaticano e familismo) sono purtroppo una cruda realta'....

    Max

  7. Xisy
    Pubblicato il 26 novembre 2008 alle 23:30 | Permalink

    "unbiased" perde un po' nella traduzione 😉

  8. Pubblicato il 27 novembre 2008 alle 14:02 | Permalink

    @Xisy: vero, ma al volo non mi veniva niente di meglio. Forse avrei potuto usare "imparziale", o "neutrale".

  9. Xisy
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 00:27 | Permalink

    Non volevo dire che è mal tradotto. Unbiased, detto da un fisico, lo lascerei inalterato 😉

  10. Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 08:55 | Permalink

    Guarda, quando a casa mi scappa un "sono un po' biassato (leggi: baiassato)", o peggio "questo pensiero me ne ha triggerato un altro", Irene mi colpisce sulla nuca con il primo oggetto contundente che trova a portata: le parole sono importanti (non fosse altro per l'incolumità fisica)!

  11. claudio b.
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 12:27 | Permalink

    Eh eh, "triggerare" è bellissimo (capita anche a me... con effetti simili), e come caspita lo dici in Italiano senza ricorrere ad una perifrasi di almeno cinque parole ?!?

  12. Max
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 13:31 | Permalink

    @Claudio : triggerare ? attivare, far scattare, spingere, dar impulso, scatenare....
    Abbiamo una lingua sicuramente piu' articolata dell' inglese, le parole non mancano. Daltronde, 20-30 anni fa, "meeting" si diceva "riunione" e tutti capivano.....

    Max

  13. claudio b.
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 13:41 | Permalink

    Purtroppo no, to trigger ha una sfumatura leggermente diversa... Com molte parole legate alla tecologia più moderna l'Italiano è in affanno: te lo vedi, dire "discretizzare" al posto di "meshare"?

  14. Max
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 13:55 | Permalink

    @Claudio : decisamente si, preferisco il "discretizzare" al "meshare", quest' ultimo mi fa venire sempre in mente il coiffeur pour dames, alias parrucchiere per signore, per i non francofoni 🙂
    Idem per l' arcinoto "disco rigido", detto ormai unanimemente "hard disk", il quale all' inizio mi faceva pensare a qualcosa di porno 🙂

    Non dico di arrivare al livello dei francesi ( "memoire morte" insegna, sigh....), ma dove si puo', e soprattutto dove c'erano termini precedenti in uso, andrebbe mantenuto. Tra l' altro trovo l' inglese una lingua veramente povera.

    Max

  15. claudio b.
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 14:05 | Permalink

    Eppure, vedi, "meshare" ha in sè, per gli specialisti, più informazioni intrinseche (cioè, è un termine più preciso) del nostro pseudo-equivalente "discretizzare", perché puoi "discretizzare" un continuo anche con le differenzze finite (ma allora non si parla di mesh ma di magliatura, o "grid" - e qui sì i termini sono equivalenti) o con le matrici di trasferimento, o... Mentre, se dici "ho meshato", è intrinseco che hai usato il FEM (ops, scusa, MEF in Italiano), almeno per i "puristi"...
    "Le parole sono importanti !!!" 😉

    L'Inglese non è povero, quella è una credenza di noi latini...

    Ciao

  16. Max
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 14:34 | Permalink

    Beh, sul fatto che grammaticalmente sia povero, non credo ci siano dubbi. Sul contenuto.... beh, non lo definirei ricco, il fatto e' che appaiono neologismi a ritmi frenetici.
    Intanto, "meshare" e' un orrore italianizzato 🙂
    Se proprio vuoi, "to mesh" potrebbe essere meglio. Se no, a questo punto mi aspetto "io meeto, tu meeti, egli meeta" e via di seguito.
    Il vero problema e' che lì inglese medio (ma anche quello un po' meno medio) non si degna di imparare un vocabolo che sia uno di una lingua straniera, mentre noi (gli italiani un po' meno della media) qualche lingua ci sforziamo di impararla.... e non solo l' inglese.
    Ora, sorvolando sul computerese, che ormai ha preso piede (purtroppo anche sostituendo parole e frasi che in italiano c'erano eccome...), ultimamente si sta usando l' inglese molto a sproposito anche per termini ben presenti e chiari nella nostra lingua.
    Trovo che sia un peccato e un vero spreco....

    Max

  17. Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 14:46 | Permalink

    @Max: Dissento sul "grammaticalmente povero". Quello che é povero é il brokne english che parlano i non-inglesi come me, convinti di conoscerlo bene. Ma i madrelingua, volendo, posso dire cose ben complicate. Soltanto, di una complicazione diversa da quella delle lingue latine. Che ne so, mai letto niente di Terry Pratchett? Io ho navigato parecchio...

  18. Max
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 14:55 | Permalink

    No, mai letto nulla di Pratchett.... vedro' di colmare la lacuna.
    Ma potresti fare un esempio di "inglese grammaticalmente ricco" ? La cosa mi incuriosisce parecchio.

    Max

  19. Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 15:15 | Permalink

    Uh, vediamo, Dickens?

    Scopiazzando dalla prima citazione che mi da Google (sono in ufficio, mica ho la biblioteca sotto mano), ovvero un pezzo tratto da "American Notes" a proposito delle prigioni:

    In its intention, I am well convinced that it is kind, humane, and meant for reformation; but I am persuaded that those who devised this system of Prison Discipline, and those benevolent gentlemen who carry it into execution, do not know what it is that they are doing. I believe that very few men are capable of estimating the immense amount of torture and agony which this dreadful punishment, prolonged for years, inflicts upon the sufferers; and in guessing at it myself, and in reasoning from what I have seen written upon their faces, and what to my certain knowledge they feel within, I am only the more convinced that there is a depth of terrible endurance in it which none but the sufferers themselves can fathom, and which no man has a right to inflict upon his fellow creature. I hold this slow and daily tampering with the mysteries of the brain to be immeasurably more than any torture of the body; and because its ghastly signs and tokens are not so palpable to the eye and sense of touch as scars upon the flesh; because its wounds are not upon the surface, and it extorts few cries that human ears can hear; therefore I the more denounce it, as a secret punishment which slumbering humanity is not roused up to stay. I hesitated once, debating with myself, whether, if I had the power of saying "Yes" or "No," I would allow it to be tried in certain cases, where the terms of imprisonment were short; but now, I solemnly declare, that with no rewards or honors could I walk a happy man beneath the open sky by day or lie me down upon my bed at night, with the consciousness that one human creature, for any length of time, no matter what, lay suffering this unknown punishment in his silent cell, and I the cause, or I consenting to it in the least degree.

  20. Max
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 15:40 | Permalink

    Eh, ok, ma "questo" inglese non lo parlano molti inglesi/americani comunque.
    Si discuteva di inglese "comune"....
    Diciamo che un inglese "da strada" e' molto meno ricco di un italiano "da strada" (hem, si, ci sono eccezioni purtroppo).
    Di quel che hai proposto l' americano medio ne capisce un quinto....

    Max

  21. Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 15:48 | Permalink

    Ridissento: l'italiano "comune", da strada. può essere (spesso è) bello povero, esattamente - in senso lato, perché ci sono ovviamente differenze nelle modalità in cui le lingue si volgarizzano - come l'inglese o l'americano, che tra l'altro sono due lingue per certi versi piuttosto diverse. Non puoi giudicare la ricchezza di una lingua da quello che senti dire dal cartolaio. E, in linea con l'esempio sopra, potrei trovare facilmente un testo in italiano altrettanto ostico e complesso per una frazione considerevole della popolazione dello stivale. Il che non proverebbe altro che il livello di (an)alfabetizzazione medio, mica direbbe nulla sulla lingua in se. Mai sentito parlare di analfabetismo di ritorno?

  22. Xisy
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 15:53 | Permalink

    @Max
    L'inglesse è in realtà una lingua ricchissima, ma sull'americano comune forse non hai tutti i torti. Però magari vale anche l'opposto: con tutti quei phrasal verbs che usano probabilmente nemmeno Dickens oggi capirebbe gli americani.

  23. claudio b.
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 18:47 | Permalink

    Tra l'altro l'esempio, difficile come testo per via dei numerosissimi incisi, delle numerosissime subordinate di secondo e terzo livello, è complesso grammaticalmente tanto quanto potrebbe essere un buon Pirandello, o andando indietro con i secoli quanto un Castiglione (aaargh!!), ma non usa parole né costruzioni fuori dalla portata dell'Inglese medio.
    D'accordo che nel parlato, subordinare oltre il primo livello è da folli perché chi vi ascolta perde completamente il filo (ammesso che riusciate a tenerlo già in partenza!)
    Comunque, nella "ricchezza" di una lingua ci metterei anche quanti modi hai a disposizione per dire la stessa cosa (numero di sinonimi, certo, ma non solo), e in questo perché mai "dar contro" ai phrasal verbs? Magari potessimo farlo anche noi!
    Congiuntivi di vari sensi, e costruzioni elaboratissime, esistono anche in Inglese e anche in Americano. Una su tutte: se volete dire "per favore" nel modo più complicato posibile (e sostanzialmente inutile), potete ricorrere a "Sir, I beg your pardon, wouldn't you please mind... [doing so and so]..." 😉

  24. Max
    Pubblicato il 28 novembre 2008 alle 23:40 | Permalink

    Mah, continuo a pensare che l' inglese comune sia ben piu' povero dell' italiano comune. E non sto parlando di inglese/italiano da favela, ma di quello utilizzato da persone di cultura media.
    Chiaro che se si inizia a citare il Beowulf usciamo dal seminato....
    Occhio che per ricchezza non intendo complessita'....

    @Claudio : del tipo "Le chiedo scusa, Le dispiacerebbe per favore..." ? 🙂

    @Marco : non mi puoi citare Dickens come inglese "medio". Occorre fare un paragone tra un inglese ed un italiano di uso corrente, il che non vuol dire "parlato da stadio".
    Che l' inglese (spesso) sia piu' conciso non c'e' dubbio, ma e' ben lungi dall' essere piu' elegante delle lingue latine.

  25. QL
    Pubblicato il 29 novembre 2008 alle 11:20 | Permalink

    Sono gli americani e inglesi stessi a dire che l'italiano è forse la lingua più bella del mondo, complessa e difficile da imparare ma proprio per questo più ricca ed eufonica dell'inglese. Gli americani non hanno grande ricchezza di termini, infatti è proprio per questo che utilizzano contorti giri di parole e una semantica del tutto particolare per sopperire alla povertà lessicale. Ho tradotto ad esempio The Master Key e posso confermare che la varietà di termini, aggettivi e sostantivi inglesi non è all'altezza della varietà di terminologia italiana. Purtroppo essendo noi italiani troppo succubi dell'America (forse perchè usare termini inglesi "fa più fico" per così dire) tendiamo a mortificare ed umiliare la nostra NOBILE e degnissima lingua italiana. Mi spiace ma personalmente ritengo che i veri responsabili di questa catastrofe linguistica latina sono il mondo del commercio e, capo dei capi, l'imprenditoria medio-alta, tanto avvezza alla lingua straniera da averla letteralmente sostituita alla propria, tanto da volerla mettere in bocca indebitamente a tutta l'Italia.
    Ma forse leggere un banale dizionario è impresa sovrumana per noi.

  26. QL
    Pubblicato il 29 novembre 2008 alle 11:31 | Permalink

    Per fronteggiare l'inesorabile crisi della lingua italiana consiglio l'uso dell'arma più nefasta che possano subire tutti i rapaci dell'ignoranza nazionale, ovvero una lettura di almeno mezz'ora al giorno del dizionario di lingua italiana, con particolare concentrazione mentale sul significato, pronuncia, sinonimi e contrari, superlativi, ecc.
    E se proprio l'allergia all'inchiostro della carta stampata non vi dà tregua, potete ripiegare su quella croce e delizia chiamata Internet (che applicata secondo i principi dell'omeopatia è in grado di curare i mali che essa stessa genera) e utilizzare a più non posso il seguente sito:
    http://parole.alice.it/parole/index.html
    Quindi, primi di usare un termine straniero (orrore), oppure come fanno qui in Emilia l'inventarsi termini assurdi, cacofonici, improponibili e inascoltabili (anatema su di voi), per sopperire alle lacune conoscitive suggerisco di usufruire di questi due mezzi di arricchimento verbale.

  27. Max
    Pubblicato il 29 novembre 2008 alle 13:04 | Permalink

    @QL : concordo sulla tua definizione di poverta' della lingua inglese rispetto alla nostra. La responsabilita'... mah. Credo che una grossa fetta sia anche dovuta a noi stessi e alla scuola. Se uno guarda il numero di parole USATE comunemente, questo e' soprendentemente ridicolo, rispetto a quelle a disposizione. E la cosa si tramanda (peggiorando) di padre in figlio, e da insegnante ad alunno.
    Occorreva mettere qualche paletto, magari senza esagerare come han fatto i francesi, soprattutto creando neologismi dove mancavano i termini in Italiano, invece che adottare pedissequamente quelli inglesi o addirittura sostituendo quelli che c'erano.

    Max

  28. Pubblicato il 29 novembre 2008 alle 18:29 | Permalink

    Mi sembra che ci stiamo allontanando dalle premesse iniziali di Max, che da quache parte lassù trovava "l’inglese una lingua veramente povera", cosa che rimane l'affermazione da cui dissento. Poi va bene, se volete possiamo parlare di appiattimento del linguaggio, di sudditanza culturale verso il mondo anglosassone - o semplicemente statunitense -, o dell'ooprtunità o meno di usare temini inglese per descrivere qualcosa in italiano (in generale dico che non si dovrebbe, ma ammetto che esistano degli ambiti in cui la cosa possa essere persino necessaria). Però tutto questo ha ben poco a vedere con la ricchezza di una lingua, e, mi dispiace, se è di questo di cui parliamo dobbiamo tirare i suoi grandi scrittori. Non a caso qualcuno ha ben pensato di citare Pirandello per l'italiano, mica Fabio Volo 😉

    Invece nessuno nega che, per via di certe sue carattesistiche grammaticali (specificatamente, l'assenza di declinazioni e l'estrema semplictà delle coniugazioni), sia più facile da imparare a parlare male l'inglese che l'italiano. Che è una delle ragioni per cui l'inglese ha fatto strada nel mondo come lingua globale (mica l'unica, le altre - le principali - sono geopolitiche, perchè nel passato per esempio lo stesso ruolo è stato ricoperto dal francese).

  29. Max
    Pubblicato il 29 novembre 2008 alle 21:38 | Permalink

    @Marco : le ragioni secondo me sono SOLO geopolitiche, da quando il latino era praticamente la lingua universale.

    Parlando di poverta' grammaticale dell' inglese in effetti alludevo principalmente all' assenza di declinazioni, verbi semplificati, coniugazioni miserabili, ecc ecc. Il che, ovviamente, poi porta ad una poverta' formale del linguaggio. Che poi ci si possa arzigogolare intorno ed esprimere frasi belle, non c'e' dubbio, come in qualsiasi lingua. Anche nella numerazione binaria si possono esprimere infiniti valori, pur basandosi su 2 soli stati.....
    Ribadisco comunque che secondo me l' inglese COMUNEMENTE PARLATO e' decisamente piu' povero dell' italiano altrettanto comunemente parlato. Poi, se tiriamo in ballo i grandi scrittori, non sono in grado di fare paragoni validi, e penso che pochi lo siano comunque.
    Parlando poi di "estetica" del linguaggio (diciamolo cosi', si potrebbe dire musicalita' o gradevolezza all' orecchio...), metterei al primo posto lo spagnolo tra le lingue piu' parlate (latine e anglosassoni), ma solo per mia mancata conoscenza delle lingue orientali.
    L' arabo, poi, e' estremamente pittoresco, almeno dalle mie reminescenze sulle colorite parolacce imparate in 2 anni di Algeria 🙂

    Il francese, comunque, non e' mai stato esteso ad un numero di persone quanto lo spagnolo, che (IIRC) risulta ancora la lingua piu' parlata al mondo tra le anglosassoni e le latine.

    Max

  30. Pubblicato il 2 marzo 2009 alle 09:57 | Permalink

    ma secondo voi G.W.Bush ha mai letto Spiderman?
    ecco spiegato il grande mistero!
    cheers, Alex

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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