Metafisica sotterranea

Venerdì scorso ho accompagnato un gruppo di studenti di un liceo toscano, ultimo e penultimo anno, a visitare ATLAS. Ci sono meccanismi particolari con cui un gruppo numeroso si divide naturalmente nei sottogruppi che accompagniamo nella visita: in generale, se gli insegnanti non ci mettono becco, l'ultimo sottogruppo si forma con gli avanzi degli altri, per contrarietà e obbligo, e contiene gli scazzati esistenziali, quelli che non volevano venire, quelli che "la fisica mi fa schifo" e "tanto non capisco/non serve a niente", e così via. Se le cose vanno bene gli addormentati sono solo una frazione del gruppo e c'è speranza di salvezza, magari facendo leva sulla grandiosità degli esperimenti, o una qualche curiosità tecnologica, o sulle domande misteriose che la fisica delle particelle si pone. Nella peggiore delle ipotesi quasi tutto il gruppo risuona sulla stessa frequenza di disinteresse, e allora è molto dura. Venerdì mi è capitato un gruppo così. Mica mi lamento, e non è che non mi sia impegnato. Ma per intenderci sullo stile: gente che andava e veniva mentre parlavo come se non ci fossi, chicchiericcio continuo di sottofondo su chissà quale interessantissimo gossip, la maggior parte non ha nemmeno voluto salire sulla passerella per guardare giù nel pozzo di ATLAS dalla superficie. Troppo noioso, forse. Occhio spento e viso di cemento.

L'unica (giuro!) domanda che il più interessato della mandria mi ha finalmente fatto davanti ad ATLAS è suonata più o meno così: "gli scienziati sono per la maggior parte atei?". Bella domanda. Che cosa ho risposto? Più o meno quel poco che so, e quello che penso. Ovvero che, perlomeno in Italia, la percentuale di persone che si professano atee e agnostiche è in generale più alta tra gli scienziati che nella media della popolazione. Che non ho idea se queste percentuali siano diverse tra paese e paese, immagino di si (il collega che mi accompagnava sembrava convinto di una maggior religiosità degli scienziati orientali, chissà), ma che in genere la tendenza è più o meno la stessa. Che la ragione principale è che gli scienziati sono scettici per formazione, e dunque in generale fanno fatica a conformarsi a una visione dogmatica del mondo, specie se il dogma sconfina nei campi che non gli competono (e lo fa, accidenti se lo fa! Facendo male in primo luogo a se stesso, peraltro...). Ma soprattutto, che la scienza si occupa per mestiere di domande che si raccolgono piuttosto nella categoria dei "come", mentre è compito della metafisica esplorare i "perché". E che dunque, a voler essere completamente onesti, la scelta di essere atei, agnostici, dubbiosi, ferventi o invasati rimane piuttosto personale, a prescindere dal mestiere che facciamo. Ma qui, cappero, la discussione si faceva dura, bisognava affrontare il problema della demarcazione di popperiana memoria, e il fanciullo ha ceduto. Li ho riportati in superficie, non ce la facevano più senza una sigaretta.

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14 Commenti

  1. Pubblicato il 15 aprile 2007 alle 12:03 | Permalink

    Ciao, ho saputo che sei malato, malatissimo... che siano stati gli studentelli a contaggiarti con qualche virus influenzale al gusto di pummarola, accellerato dal luogo in cui tenevi la dotta spiegazione? L'Italia dev'esserne piena, altrimenti non si capisce cosa passi per la mente dei nostri governanti.

    Auguri di una prontissima guarigione! A te e al nostro amato paese...

  2. Giuseppe
    Pubblicato il 18 aprile 2007 alle 13:05 | Permalink

    ciao, ho scoperto da poco il tuo interessante blog... siccome sono anche io un fisico ed è capitato anche a me di dover mostrare a scolaresche un laboratorio dell'università oppure (a fiere scientifiche) il funzionamento di un aggeggio (la cosa più drammatica è stato spiegare cos'è la polarizzazione della luce), comprendo lo scoramento....

    mi sono fatto un'idea al riguardo.. l'attenzione media decresce con l'aumentare dell'età.. i bambini sono molto più entusiasti (forse anche intimiditi) di quello che vedono.. gli adolescenti se ne fregano.. e gli insegnanti sono i peggiori, quanto ad interesse.. con le lodevoli eccezioni...

    se vogliamo, è un po' la stessa cosa che succede a portare per forza degli studenti in gita agli Uffizi... l'imbecille di turno che, per noia e sfregio verso l'insegnante, comincia seriamente ad ordire un piano per disegnare dei baffi sulla Venere di Botticelli c'è sempre (e a volte lo mette in atto).. una cosa fatta controvoglia può diventare una scusa accettabile per dare sfogo alla propria stupidità, mancanza di buon senso e mancanza di educazione...

    non sarà stato mica uno degli studenti a causare l'incidente a LHC? 😉

  3. Pubblicato il 26 aprile 2007 alle 10:57 | Permalink

    Ciao Marco,
    sono un medico chirurgo, ginecologo. Ho letto con interesse i tuoi articoli sulla memoria dell'acqua. Ti darei un BACIO IN FRONTE! E' da tempo che seguo il cazzeggio sulla Omeopatia e su Benveniste e la MAGNETIZZAZIONE DELL'ACQUA (SIC) SU SITI DEL GENERE http://WWW.DISINFORMAZIONE.IT Leggere Marco è una boccata di aria fresca. Grazie!

  4. goffredo
    Pubblicato il 10 maggio 2007 alle 13:21 | Permalink

    Ciao Marco
    tieni duro. Non puoi pensare di catturare l'attenzione di tutti i ragazzi. Se sei capace di farlo ogni tanto, complimenti sinceri.

  5. Pubblicato il 18 giugno 2007 alle 13:53 | Permalink

    Io non sono mai riuscito a spiegarmi le percentuali, che a me paiono enormi, di scienziati non-atei... 🙂

  6. Pubblicato il 18 giugno 2007 alle 15:41 | Permalink

    Ciao hronir, benveuto (hronir, hronir, che lavora al CERN per la GRID, si definisce fisico prestato all'informatica e viene da Milano - Bicocca? - ... chi sei?).

    Allora, chi mettiamo nell'enorme categoria dei "non-atei"? Gli agnostici, i dubbiosi, i credenti, i curiosi, tutti in una sola categoria? Non so... E non sono nemeno sicuro che l'equazione "più formazione = meno fede" (che ogni tanto gli atei militanti propugnano con una certa bandana) regga veramente. Sono più ben disposto verso teoremi deboli del tipo "più formazione => più dubbio" o "rifiuto del dogma => più problematicità", che forse potrebbero spiegare i tuoi numeri. Essere atei è una scelta di pensiero forte non troppo diversa da quella di essere credenti in un qualche tipo di ortodossia immutabile.

  7. Pubblicato il 18 giugno 2007 alle 16:55 | Permalink

    Be', non e' "formazione" generica, semplice "cultura", quella che metterei nelle premesse delle tue implicazioni, quanto proprio una formazione *scientifica*.

    Per esempio, trovo che Darwin sia un macigno davvero difficile da parare, anche per i semplici agnostici-dubbiosi.

    Sono perfettamente d'accordo sull'elogio del dubbio. E forse potrei anche dirmi d'accordo sul fatto che l'ateismo sia una scelta "forte". Ma piu' per ragioni umane, psicologiche e sociali, che per questioni di merito. Rendersi conto che il concetto di divinita' rappresenta vestigia di un pensiero arcaico non significa aver preso posizione in maniera decisa rispetto al mondo e aver smesso di porsi domande. Se Dio e' una risposta, non-Dio puo' essere un'altra risposta fra mille o addirittura nessuna risposta: solo dubbio e problematicita'. Continuare a farsi domande, non aggrapparsi pervicacemente alla prima risposta che capita o aggrapparsi ad una risposta con ben conscio senso di provvisorieta', non signifca certo tenere in mano *tutte* le risposte come ugualmente possibili. Essersi resi conto che una di queste risposte non sta ne' in cielo ne' in terra (sic!), non significa aver preso immutabile e ortodossa posizione.

  8. Pubblicato il 19 giugno 2007 alle 09:49 | Permalink

    Non sono del tutto d'accordo, nel senso che la familiarità con le discipline scientifiche non è la sola premessa per posizioni (magari anche teologiche) "deboli" e "dubbiose". Oltre a Darwin dovremmo mettere nello zaino del filosofo (post)moderno, chessò, Freud, o Auschwitz. La maturità dell'uomo rispetto alla certi costrutti metafisiche dipende da tutta un'evoluzione del pensiero, non solo dalla cultura scientifica. Ma certamente non ne può prescindere, su questo siamo d'accordo.

    Detto ciò, che Darwin (o una cosmologia inflazionaria, o Freud, o peggio ancora Auschwitz) sia "imparabile", dipende veramente da chi sta "in porta". Se ci metti un qualunque teismo creazionista pre-ottocentesco hai certamente ragione, e chiunque affermi il contrario è destinato a cadere in contraddizioni insolubili, credente o agnostico che sia. Altre posizioni (persino esplicitamente teologiche. Butto li: Bultmann, o Bonhoffer) potrebbero cavarserla egregiamente, anche se non senza sofferenza.

    Sul "forte" e sul "debole", usavo gli aggettivi nel senso del dibattito filosofico postmoderno (per quanto Vattimo non mi stia simpaticissimo, ma qui divago). Qualunque cammino di ricerca ovviamente porta a scartare alcune ipotesi in piena libertà, anche se delle restanti non se ne vuole (o non si riesce) abbracciare nessuna. Piuttosto mi chiedo: a monte, l'uomo che vive nella modernità può ancora permettersi tout court scelte ontologiche forti? Personalmente non ne sono sicuro.

  9. Pubblicato il 20 giugno 2007 alle 00:59 | Permalink

    Siamo entrati in pieno gergo tecnico (e Bultmann e Bonhoffer non so nemmeno chi siano...)!
    Anyway, provando a riassumere, io avevo provato a restringere le premesse (limitiamoci ad un po' di cultura scientifica) per mantenere la tesi (meno fede), tu provi a ri-allargare le premesse (Freud, Auschwitz) ma riducendo la tesi (semplice elogio del dubbio).
    Provo a continuare questo tira-e-molla insistendo che l'elogio del dubbio (benvengano Freud e Auschwitz, nel calderone delle premesse) puo' comunque tradursi un una posizione netta (di rifiuto) nei confronti della fede, pur non volendo sbilanciarsi in una risposta "forte" (nel senso di Vattimo, va bene) alternativa. Quindi, scegli pure se partire da una premessa ristretta o generale, ma la tesi mi pare quasi inevitabile.
    Che poi ci siano atei (e che siano proprio i piu' facondi e quindi i piu' "noti al grande pubblico" e quindi i piu' facili da prendere come "uomini di paglia"...), che ci siano atei, dicevo, che prendono posizioni "forti" (ancora nel senso di Vattimo) che possono essere assimilate ad una ortodossia immutabile, non posso certo negarlo. Ma, detto sinceramente, credo siano casi davvero rari, e quelli piu' diffusi siano solo, appunto, dei simulacri di paglia.

    Quanto a posizioni ontologiche forti, dovremmo di nuovo metterci a discutere sul senso di "forte": Vattimo considererebbe (considera?) forti posizioni ontologiche come quelle di Quine? Io voterei senza dubbio a favore (nel senso che io le considero posizioni forti, non nel senso che secondo me Vattimo le considera tali...), anche se da certi punti di vista possono considerarsi quasi decostruttiviste...
    Non so dove vuoi andare a parare (ho persino sentito sostenere che con la scoperta della meccanica quantistica la nostra conoscenza del mondo e' "diminuita"), ma secondo me il metro di giudizio con cui applicare l'aggettivo "forte" non dovrebbe essere tanto quello di riuscire a delineare un'immagine definitiva e univoca del mondo, quanto quella di riuscire a soppesare e dare diverso valore alle diverse ipotesi. La debolezza sta nel non avere alcun criterio per scegliere, fosse anche solo per scartare, nel considerare ogni alternativa alla stessa stregua, ugualmente possibile. Ogni conquista che ci permette di sollevare o far sprofondare certe posizioni, certe visioni, e' una presa di posizione ontologica forte, una forte conquista.

    Ma qui altro che divagare, abbiamo fatto notte fonda (ma questa almeno potro' esibirla come attenuante generica...)

  10. Pubblicato il 20 giugno 2007 alle 10:56 | Permalink

    Buongiono. Non so se veramene voglio infilarmi in una discussione fisofica troppo tecnica, perché non credo di essere in grado di sostenerla dignitosamente... 🙂

    In ogni caso, quando dici che una posizione dubbiosa "può comunque tradursi un una posizione netta di rifiuto della fede" mi trovi ovviamente d'accordo: ci mancherebbe che sostenga che un'approccio dubbioso implichi l'impossibilità dell'ateismo! Anzi, come dicono le statistiche, è probabilmente la scelta prioritaria. Piuttosto buttavo sul piatto l'ammissibilità (e l'esistenza) della possibilità opposta: lo stesso atteggiamento dubbioso (con la cultura scientifica, Freud, Auschwitz e tutto il resto nello zaino) può (anche) portare a posizioni di fede (per quanto gioco forza piuttosto lontane dalle teologie classiche). Bultmann e Bonhoffer che usavo come esempio sono due teologi protestanti tedeschi vissuti il secolo scorso, il primo noto per la sua opera di demitizzazione dei testi sacri, il secondo per la riflessione sull'assenza di Dio e la teorizzazione di una sorta di fede non religiosa (beh, in realtà noto anche perché questa teorizzazione la fece nelle carceri delle SS, e poi in campo di concentramento, dove venne impiccato).

    Quanto al resto, sono troppo ignorante in materia per commentare dignitosamente (Quine come Willard Van Orman Quine? Cosa posso leggere per farmi un'idea della persona di cui stiamo parlando?). Quando dicevo "debole" pensavo in modo certamente un po' generico a quelle tendenze di pensiero che azzerderei a chiamare "postmoderne" (non mordermi, sono un fisico sperimentale, un vil meccanico, mica un filosofo): nel calderone della mia ignoranza avrei buttato con Vattimo gente come Derrida o Baudrillard. E "forte" di conseguenza sarebbe stato per esempio un neo-illuminista come Viano (come vedi il mio orizzone filosfico è molto torinese :-)) che tra l'altro con Vattimo ha litigato parecchio (oltre a spaventare i miei amici all'universita`). Poi magari le etichette che ho usato sono sbagliate o fuorvianti, e allora me ne scuso, ma insomma, l'idea era quella...

  11. Pubblicato il 21 giugno 2007 alle 10:52 | Permalink

    Oh, be', con "può comunque tradursi in" intendevo "naturalmente si traduce in"... del resto è tutto qui il punto di questo thread... 🙂

    Sì, il Quine che nominavo è Willard Van Orman.
    Visto che sei un fisico, potresti cominciare a leggere qualcosa di Enrico Bellone, è lì che io ho scoperto Quine...
    Ho letto anche Introduzione a Quine di G. Origgi (Laterza, Roma-Bari 2000), ma non so se mi avrebbe colpito se non avessi avuto già modo di conoscere Quine precedentemente. Di Quine stesso, in italiano, la raccolta di suoi saggi Parola e oggetto può essere considerato un buon compendio del suo pensiero.
    Se può interessare, per me Quine rappresenta per la filosofia quello che Borges rappresenta per la letteratura (e visto il mio nickname, puoi ben immaginare quel che intendo...)

  12. Erik
    Pubblicato il 2 luglio 2007 alle 00:23 | Permalink

    ciao marco a te in particolare e a tutti gli utenti del tuo blog! Complimenti innanzi tutto... io, studente di fisica in quel di torino, ho avuto il piacere(?), di presentare alcuni esperimenti didattici per l'orientamento universitario.. con una convinzione: agli orientamenti vengono solo quelli veramente interessati!.. ovviamente bravo mona! assolutamente no! andare agli orientamenti a quanto pare da credito scolastico e quindi alè.. dopo i primi tre minuti di spiegazione sbadigli e affiorano i cellulari.. morale della favola: ho incontrato 200 ragazzi... se ne tolgo 4, davvero interessati, gli altri veniva voglia di metterli dentro al calorimetro... (ovviamente a truno tutti insieme nn mi stavano...)

  13. Pubblicato il 3 luglio 2007 alle 11:34 | Permalink

    FYI, a proposito di Quine, dall'estinto capito su questa recensione su un libro che parla di Quine... (ma devo confessarti che, essendo molto preso in questi giorni, io non l'ho letta...)

  14. alfredo
    Pubblicato il 12 settembre 2008 alle 14:20 | Permalink

    caro marco, penso semplicemente che tu abbia dato l'unica risposta veramente degna di uno scienziato.Complimenti e auguri per il tuo stupendo lavoro.
    ciao

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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