Libertà è scegliere la propria salsa

Tra le tante cose che mi colpiscono degli Stati Uniti, il cibo rappresenta un esponente di particolare rilievo. Le motivazioni sono molte: dal cibo in sé (gli americani sono conviti di avere inventato tutto, anche la pizza per esempio, e per dirne una a Chicago il termine “pizza” corrisponde una sorta di quiches a più strati. Fate voi.), al fatto che sia venduto quasi dappertutto per essere consumato altrove - e comunque in movimento, sic! - generando così una quantità di involucri inutili (chessò, costringendoti a bere anche un dignitoso espresso Illy in un tazzone di cartone con coperchio di plastica), infine - più di tutto - al modo in cui si ordinano i pasti.

Che si tratti di un innocuo fast-food o un ristorante con camerieri impomatati, ordinare un pasto negli USA è un’arte che un europeo fatica ad afferrare. Anche chiedere un semplice hot-dog è delicato, la semplice domanda non conclude l’ordinazione, ci verrà proposta almeno una lista lunghetta di possibili salse e vegetali con cui guarnirlo. Mangiare una bistecca in una steak-house significa sottoporsi a tre liste di opzioni successive. Occorrerà prima scegliere tra la zuppa e l’insalata (la domanda suona come “supersalad?”, e prima di intuire che si trattava piuttosto di “soup-or-salad?” mi sono trovato spesso a pregare il cameriere di risparmiarmi un’insalatona gigante – gigante negli Stati Uniti è sempre pericoloso). L’insalata fa scattare la lista dei condimenti: French dressing? Italian creamy or light dreassing? Blue cheese? Red wine vinagrette? La scelta è complessa e articolata, un mesto “Olive oil?” semina imbarazzo sul volto del cameriere (e, per la cronaca, l’Italian dressing sembra una salsa tailandese). Seguono la richiesta del grado di cottura della carne (questo è facile) e del contorno. Se si sceglie la patatona al forno sperando che sia fatta, si sappia che manca ancora la scelta del condimento della patata (e che non si provi a dire di no alla combinazione burro più panna cremosa, lo sconforto riaffiorerà sul povero waiter cerimonioso).

Ho il sospetto che questa infinita serie di domande tra cui bisogna districarsi per ottenere qualcosa da mangiare abbia radici profonde nella cultura degli Stati Uniti. Non ne sono certo, ma penso che abbia a che vedere con il concetto di possibilità e libertà. D’accordo, direte voi, non è un granché sapere di essere liberi di poter mettere la maionese sui ravioli. Ma probabilmente è proprio questo il punto: non suona un granché a un europeo, che in qualche modo sa (è qualcosa di ancestrale, tra la cultura e l’archetipo) che sui ravioli ci vanno – diciamo - il burro e la salvia, o che sull’hot dog, se si è più teutonici, è di rigore la mostarda, certo non il guacamole. L’europeo sembrerebbe sapere che esiste un modo “buono” per fare le cose, sembrerebbe riconoscere – in un pletora di sfumature, per carità – che esiste un canone, una modalità condivisa come “buona” di mangiare, e, forse, di fare le cose in generale. L’americano sembra ignorare il canone quasi deliberatamente, e rimarcare che il solo “buono” sta nel poter avere quello che si vuole, foss’anche un’emerita porcata.

Lo slogan principale di catena di fast-food messicano suona come “stupite i nostri commessi!”. Ovvero: quando dovete indicare la combinazione di carne, verdure, salse e altri ammennicoli per il vostro burrito, lanciatevi nella cosa più pacchiana che vi giri in testa. Non ha nessuna importanza che il burrito sia “buono”, o persino che assomigli ancora vagamente a un “burrito”. Il punto è piuttosto poter esercitare il proprio arbitrio alla massima potenza.

Arbitrio. Ecco la parola chiave. Per uno strano processo mentale, questa termine mi richiama alla mente Berlusconi, e soprattutto il berlusconismo come fenomeno culturale che ha cambiato il volto dell’Italia nell’ultimo decennio. Penso di essere arrivato al punto: un popolo che arrivi a credere che la sua libertà (mi affiorano alla mente le lezioni di filosofia della professoressa Caverzasi: essere prima “liberi da”, poi “liberi di”, infine “liberi con”) non è altro che puro arbitrio (sono “libero”, dunque posso fare quello che voglio, e impedirmelo è antidemocratico e tirannico!) è pronto a veder distruggere senza fiatare il proprio sistema democratico (o di welfare, di istruzione, di organizzazione di lavoro). L’importante tanto è poter scegliere: tra mille canali televisivi vuoti di contenuto, mille carissime assicurazioni private, mille offerte formative superficiali, mille brevissimi contratti precari.

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Un Commento

  1. ste
    Pubblicato il 30 luglio 2013 alle 23:25 | Permalink

    probabilmente conosci già George Carlin, ti ha letto nel pensiero:

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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