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E se… 4. Smettere di lavorare gratis 18 giugno 2009

Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 11 commenti

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E se… giovani laureati di belle speranze, dottorandi, assegnisti di ricerca e ricercatori precari la smettessero di lavorare gratis? E se, più esplicitamente, fosse loro vietato di assumente qualunque incarico didattico non retribuito? E se, a margine, abolissimo l’ignominia dei professori a contratto?

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Io l’R5 non lo faccio 12 maggio 2009

Inviato da Marco in : Fisica, Militanza, Politiche della ricerca 27 commenti

Cominciamo da lontano. Il sottoscritto, per quanto strano possa sembrare ad alcuni di voi, è ancora un precario della ricerca. Precario nel senso che non ha ancora una posizione permanente presso nessuna istituzione italiana o estera, e per adesso si avvale di un contratto come a tempo determinato reasarch physicist del CERN. Cosa che è assolutamente normale, al CERN e in quasi tutto il mondo civilizzato, dove il famigerato precariato viene al limite battezzato mobilità. Intendendo con questo termine l’assoluta normalità di non avere una posizione permanente per un periodo più o meno lungo della propria carriera scientifica; periodo durante il quale ci si muove attraverso contratti  e istituzioni differenti accumulando esperienze, spendibili a un certo punto magari anche per una posizione permanente adattata al proprio livello. Nessuno al di fuori dell’Italia si azzarderebbe a chiamare  precarie queste posizioni temporanee, perché precarie appunto non sono: sono comunque sufficientemente ben pagate – almeno al di fuori dell’Italia – e la diversificazione nel corso della carriera viene considerata dappertutto – di nuovo, Italia esclusa – in modo positivo, e spesso addirittura necessario.

Qualche tempo fa il sottoscritto ha ricevuto un messaggio dal direttore della sezione INFN di Milano, che è anche un buon amico, che lo informava di una nuova iniziativa dell’INFN per il reclutamento di ricercatori e tecnologi: forse che al sottoscritto poteva interessare, magari colto da un desiderio di rientrare a lavorare in Italia? Per curiosità mi sono informato un po’. Anche qui sono necessarie un po’ di informazioni di contorno: riassumendo al massimo, l’INFN non seleziona ricercatori dall’ultimo concorso nazionale del 2005, dunque è piena di precari più o meno meritevoli che in questi anni sono sopravvissuti in seno all’Ente con una pletora di contrattini diversi, e che attendono da tempo una qualche genere di occasione più succosa (o una stabilizzazione, ma questa è una storia a parte che meriterebbe ben altro spazio).

Che cosa si inventa l’INFN dopo 4 anni di deserto? Uno splendido concorso nazionale dal nome roboante di “R5“. Di cosa si tratta? Ecco il titolo del bando:

“Procedura selettiva per soli esami finalizzata alla formulazione di idoneità che costituiscono titolo per eventuale costituzione di rapporti di lavoro subordinato con contratto a tempo determinato di personale ricercatore di III livello”.

Oh, geniale! Un concorso nazionale (dunque una marea di candidati), per soli esami (dunque qualunque cosa che io abbia fatto in questi anni non conta nulla: né le mie pubblicazioni, il mio curriculum, le lettere di raccomandazione che potrei presentare, le mie idee per possibili progetti e linee di ricerca se dovessi venire selezionato; dovrei solo rimettermi a studiare come se preparassi di nuovo il concorso di dottorato che ho passato 9 anni fa), per ottenere un’idoneità (ovvero una sorta di bollino che attesta sono abile, ma certamente non arruolato) che mi permetterebbe eventualmente di partecipare in un secondo momento a un’ulteriore selezione (sono il solo a cominciare a sentire un prurito alla nuca?) per una potenziale – ma non garantita - posizione di ricercatore a tempo determinato. Devo aggiungere altro?

Una selezione di questo genere è una presa in giro, e ovviamente in molti si stanno rivoltando contro (sei un ricercatore? Aderisci alla petizione!). Senza tirarla molto per le lunghe, mi viene da chiedere:

Tutto questo suona come la dichiarazione di una guerra tra poveri, i cui vincitori saranno probabilmente i meno qualificati. E la dice lunga sull’incapacità dell’INFN di programmare la sua vita a medio e lungo termine: ogni serio ente nazionale di ricerca dovrebbe sapere quante persona vanno in pensione ogni anno, avere un’idea della pianta organica che vorrebbe (o può) mantenere nel medio periodo, e dunque sapere chiaramente quanti posti a tempo indeterminato dovrebbe bandire ogni anno per soddisfare le sue necessità. Magari pure selezionando il personale più adatto alle sue necessità, e favorendo esplicitamente l’eccellenza per mantenersi a quel livello internazionale che l’INFN ama tanto sbandierare. Funziona così dappertutto, tranne che apparentemente in Italia.

A meno che dietro all’R5 ci sia un progetto nascosto di cui non si vuole parlare. Per esempio, si potrebbe decidere di dare con l’R5 pochissime abilitazioni, in modo da scoraggiare esplicitamente il gran numero di precari che bivaccano da troppo tempo tra le file dell’Ente con i contratti dalle finalità più astruse, precari che l’INFN potrebbe aver interesse a mettere alla porta (con un suggerimento mascherato da bocciatura all’esame). O magari si vuole fare una scrematura esplicita dei precari di più lunga data, per svecchiare le fila. Non che nessuna mi sembri una mossa geniale, ma chi può sapere cosa passa per la testa dei dirigenti?

In ogni caso, io l’R5 non lo faccio. Non ho tempo né voglia di preparare una selezione basata su criteri che mi sembrano risibili, per non ottenere nulla di concreto, e sprecando un tempo che mi serve per portare avanti i progetti che ho in corso, per pubblicare, per prepararmi alla presa dati di LHC. Per fare insomma quello per cui ogni fisico delle particelle viene pagato, e per cui dovrebbe venire valutato. Voi fatevi i vostri conti, la scadenza del bando è il 16 maggio.

Meritocrazia, mobilità, precarietà 17 ottobre 2008

Inviato da Marco in : Militanza, Politiche della ricerca 4 commenti

Sono d’accordo con il Ministro Brunetta sulla meritocrazia e sulla mobilità dei ricercatori giovani. Mi sono laureato nel 1979, ho lavorato negli Stati Uniti, alla scuola Normale, al Max Planck Institut e al CNR fino al 1988, anno in cui, a 33 anni, ho vinto il primo concorso libero per associati. Tuttavia esistono lunghi periodi, nel nostro Paese nei quali per molti anni, non ci sono concorsi; alla fine di questi periodi ci sono persone molto brave che non hanno mai avuto l’opportunità di un concorso libero. Ciò succede purtroppo anche ora, dopo cinque anni di ministero Moratti e due di ministero Mussi. Una delle ultime cose buone che ha fatto Mussi – lo dico da professore universitario – è stato il prevedere posti in più per i ricercatori universitari, che in parte il nostro Governo attuale – il vostro Governo – sta mantenendo, e lo stabilizzare molti ricercatori meritevoli negli enti di ricerca. Ora, quando per molti anni non sono banditi concorsi, fermare simili stabilizzazioni implica una catastrofe, e il Ministro Brunetta dovrebbe saperlo perché egli è diventato professore associato con i concorsi del 1981 detti anche «grande sanatoria» con i quali tutti quelli che, a vario titolo, erano precari nelle università, sono stati, con un concorso riservato, accettati come professori. Poiché la situazione odierna è assai simile prego il Ministro di riconsiderare molto attentamente ciò che sta facendo ai precari, almeno per quanto riguarda la ricerca. Egli, infatti, rischia di fare del male ad altri: di non far loro godere un beneficio del quale, in un certo senso, egli stesso ha goduto

Giovanni Battisti Bachelet, intervento alla seduta 67 Camera dei Deputati, 15 ottobre 2008.

Copio e incollo l’intervento di Bachelet dell’altro ieri alla Camera (via Il Buco nero) perché mi sembra illuminante: quando si parla di mobilità si riesce sempre a dirne univocamente benissimo (la panacea per ogni male) o malissimo (la causa di ogni problema). Siamo onesti, il mondo non è bianco o nero: anche nella gestione del reclutamento delle teste pensanti esistono i grigi, che impongono (imporrebbero) di saper gestire in modo diverso situazioni differenti. A patto di voler gestire le situazioni con lo scopo di migliorare le cose, e non solo cercare il paniere più facile dal quale sottrarre dei soldi per dare l’impressione di saper far quadrare il bilancio.

Il contesto sollevato da Bachelet mi tocca in modo personale. Il sottoscritto è uno dei rari esempi di mobilità nel mondo della ricerca italiana (laurea in un posto, dottorato in un altro, postdoc e primo contratto in un terzo): ho imparato sulla pelle come spostarsi – sforzandosi di mantenere la testa in allenamento, uscendo da situazioni note e spesso comode – sia un elemento fondamentale per un (giovane) ricercatore. Ma nella bagarre di questi giorni sembra che si scambi una mobilità che può essere sana con una precarietà che invece avvelena la vita (e la mente) delle persone, di fatto ammettendo che possano essere sfruttate per anni e poi gettate via come fazzoletti usati.

Quanto a situazioni di carriera come quella del sottoscritto (e di Bachelet nel 1988), qualche anima bella pensa davvero che oggi (o anche ieri, prima delle crisi economiche) in Italia sia possibile bandire un concorso da associato per un soggetto che abbia passato 6 o 7 anni all’estero dopo il dottorato? Ah, illusi!

P.S. Irene mi segnala questa bella lettera sul Corriere di ieri. Merita una lettura, tanto per restare in tema.

Precari dentro 16 ottobre 2008

Inviato da Marco in : Militanza, Politiche della ricerca 18 commenti

Ok, riprendiamo da dove eravamo rimasti stamattina. Ieri la Camera dei Deputati ha dato il via libera all’emendamento “ammazza-precari” (art. 37 bis del DDL 1441) voluto dal Ministro Brunetta. Che questo significhi che un sacco di ricercatori precari perderanno il posto ve l’ho già detto. Siccome però a me piacciono i numeri, adesso ne metto lì qualcuno, che le cifre dovrebbero aiutarne a capire l’entità dello sfascio.

L’emendamento in questione farà si che il primo Luglio del 2009 perderanno il posto di lavoro 60.000 ricercatori precari. 60000 ricercatori precari sono tanti? Si. La realtà che tanto sconcerta il Ministro caffè che negli Enti di Ricerca il 35% dei lavoratori ha un contratto a termine. Che è esattamente il concetto di realtà malsana a cui accennavo stamattina. Per esempio, per restare nel mondo della fisica delle particelle, all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare una persona su 3 è un precario! Non rinnovare il contratto a questa persone significa rinunciare a professionalità e competenze costruite nell’arco di anni (il ricercatore precario italiano ha in media 35 anni, e di solito ha finito il dottorato prima dei 30), con uno spreco di risorse umane e di conoscenze scientifiche elevatissimo. Molte attività di ricerca non potranno proseguire senza il contributo dei lavoratori precari. Per chiarirci, non stiamo parlando di pivelli che hanno un contratto temporaneo perché sono “in prova”: sempre per restare nell’ambito che conosco, si tratta spesso di persone che coprono ruoli di responsabilità e coordinamento nelle collaborazioni di LHC, nonostante a casa loro siano precari.

Al danno si aggiunge la beffa: questi ricercatori non solo non avranno il rinnovo del contratto dal 1 luglio 2009, ma non potranno nemmeno concorrere per avere un posto a tempo indeterminato. Infatti al decreto “ammazza-precari” vanno aggiunti:

di cui abbiamo già parlato. Tutto questo dopo 6 anni di sostanziale blocco delle assunzioni!

E’ facile predirre quali saranno le conseguenze di questa politica: la dispersione delle competenze acquisite, il progressivo invecchiamento degli Enti di Ricerca, l’impossibilità di mantenere i livelli di competitività ed innovazione riconosciuti alla ricerca italiana in campo internazionale. Per non parlare (scusate la notarella personale) l’impossibilità di rientro per tutti i ricercatori che hanno varcato la frontiera.

Update: se vi sentite in vena di fare un po’ di propaganda, ecco un volantino preparato da alcuni ricercatori (precari, guarda un po’) di Torino. Diffondete, gente, diffondete.