salta alla navigazione

Bilancio consuntivo e preventivo 5 gennaio 2010

Inviato da Marco in : Mezzi e messaggi 37 commenti

Buongiorno. Ecco il primo post del 2010, dopo un meritato periodo di riposo post sbornia iniziale di LHC, e una certa voglia di tornare a lavorare (abbiamo dei dati reali da studiare!) in un CERN ancora deserto, coperto di neve e gelato (ma perché riaccendono il riscaldamento dieci minuti prima della riapertura?!?).

Primo post, dicevo, pigramente speso a fare un bilancio (dal punto di vista del blog) del 2009 appena concluso. Un’occhiata rapida alle statistiche, ed ecco che cosa cosa scopro:

Dove andranno a parare queste paginette nei mesi a venire? Difficile dirlo, soprattutto vista la mole di lavoro che mi aspetta. Ma, tempo permettendo, mi sa che di fisica dovremo parlare, visto che sembra piacere e interessare. Con Oliver, e magari anche senza di lui se serviranno formulette o concetti non adatti ai quadrupedi. Io avrei in mente – tra le altre cose – di raccontare un po’ come funzionano i rivelatori come ATLAS, che cosa andiamo a cercare nelle collisioni prodotte da LHC, e in buona sostanza come si va alla caccia di particelle rare e di fenomeni esotici. Che ve ne pare? Buon anno nuovo a tutti!

P.S. Mi piacerebbe proprio dare una rinfrescata alla grafica del blog. Un po’ più d’aria, un po’ più di bianco, un uso migliore dello spazio, una tipografia più leggibile (che è una delle mie manie segrete). Ovviamente non ho mica tanto il tempo (e probabilmente nemmeno tutte le capacità) di farlo. Non è che qualcuno conosce un web designer che lavora con WordPress in cerca di impiego?

Sposare uno scienziato 11 dicembre 2009

Inviato da Marco in : Famiglia, Scienza e dintorni 18 commenti

Dove nella fattispecie lo scienziato sarebbe il sottoscritto, e la mia signora quella che lo ha sposato, e che ne scrive oggi su La Stampa, o meglio su Torino Sette, l’inserto della capitale sabauda che non sta mai ferma. Uno stralcio al volo, il resto qui:

Sposando uno scienziato ho sposato, mi verrebbe da dire, un metodo. Un approccio rigoroso, ragionato e lucido ai problemi e, soprattutto, alle paure (in genere le mie). Un antidoto alle credenze, alle ingenuità, alle semplificazioni o, detto altrimenti, un costante incoraggiamento al dubbio, alla verifica, alla riproducibilità.

È perché ho sposato uno scienziato – nel dettaglio, un fisico sperimentale – che nessuno in casa ha paura del forno a microonde, tutti (se si esclude la suocera) ci teniamo galileianamente alla larga dall’omeopatia, e persino io che sono un’impenitente umanista, ho riscoperto il valore liberatorio delle misure. Perché lo scienziato, si sa, misura tutto.

Che cosa potrei aggiungere di più a un quadro così esageratamente lusinghiero? :-)

Trielina 14 giugno 2009

Inviato da Marco in : Famiglia, Vita di frontiera 14 commenti

Piccoli segreti che ogni giovane padre ciclista dovrebbe conoscere:

  1. Se andate in bici con la vostra pupa (o pupo) sul seggiolino posteriore, ricordatevi che il suo doudou, orsacchiotto o bambolina preferita cadrà sicuramente. Rassegnatevi.
  2. Se non perderete il doudou, sarà solo perché  rimarrà incastrato nella catena della bici. Proprio quella catena che avete giurato di pulire ieri, ma poi vi siete dimenticati. Mi spiace, è inevitabile.
  3. Il grasso delle catene delle biciclette è praticamente indelebile. Più il colore del doudou tende al rosa pallido, più le macchie di grasso saranno nere e incancellabili.
  4. I doudou sono immancabilmente realizzati in materiale sintetico, potete lavarli solo a 30 gradi se non volete che si sciolgano. Un lavaggio a 30 gradi cancella solo lo sporco intorno alle macchie di grasso di catena di bici, e rende il nero di queste più brillante, aumentandone squisitamente il contrasto.
  5. Mentre la vostra pupa (o il vostro pupo) fa la siesta potete tentare di sottrarre il doudou sfregiato, e provare a smacchiarlo. Fate piano, siate lesti. E sappiate che detersivo per piatti, liquido per lavaggi a mano e sgrassatore spray sono inutili contro il grasso da bicicletta. Neanche combinati fanno nulla. Fidatevi.
  6. Nemmeno l’alcool del fornelletto per la fonduta funziona, in compenso lascia simpatici aloni giallastri. Fate una prova in un luogo sicuro del doudou, tipo l’ascella (funziona per doudou vagamente antropomorfi), potrete sempre tentare di spacciare l’alone per una macchia di sudore. Forse funzionerà.
  7. Per quanto disperati, non consultate nessun forum femminile su internet chiedendo di macchie e smacchiatori; vi proporranno roba tipo “tamponate con olio d’oliva” o “spremete mezzo limone sulla macchia”. Nessuna di queste cose funziona (questi forum devono essere frequentati da personaggi tristi e perfidi). Se nella disperazione decidete comunque di tentare, assicuratevi che vostra moglie sia fuori casa. L’olio di semi di girasole macchia meno di quello extravergine d’oliva.
  8. Le macchie di grasso di catena di bicicletta spariscono con olio di gomito e trielina. Trielina, trielina, trielina. Ottimo, efficiente tricloroetilene. Perché non ci avete pensato prima? Magari potete pensare di tenerne sempre un po’ nella borraccia della bicicletta.
  9. Pregate per una siesta della pupa lunga abbastanza. Vi servirà.

Tenetele da parte per i vostri figli 3 giugno 2009

Inviato da Marco in : Famiglia, Nuvole parlanti 5 commenti

thefuture

Non so voi, ma io continuo a pensare che Calvin e Hobbes sia la migliore striscia mai scritta, e che Watterson sia semplicemente un genio. Quando sono incappato nell’immagine qui sopra, non ho potuto fare a meno di commuovermi. Tutto qui.

Family-unfriendly 29 aprile 2009

Inviato da Marco in : Famiglia, Life hacking, Scienza e dintorni 26 commenti

Un tizio di quelli di cui mi fido dice – più o meno – che il segreto di un blog di successo è riempirne le pagine con le proprie ossessioni. Facendo un po’ di autocoscienza nei 13 minuti di pausa pranzo che mi sono concesso oggi, sono giunto alla conclusione che queste sono le 3 cose che mi ossessionano in questo ultimo periodo:

  1. la qualità del mio tempo, e im particolare del tempo speso in famiglia (complice di questa ossessione c’è il nuovo lavoro a tempo pieno di Irene);
  2. il modo osceno con cui l’informazione nel mondo della fisica delle particelle viene trasmessa e comunicata (e dunque, come PowerPoint in primo luogo – e il cattivo uso del web secondariamente – stia erodendo le nostre menti forse-un-tempo-brillanti e ci – noi la mandria dei fisici delle particelle – stia rendendo dei burattini dislessici incapaci di esprimerci), e il tempo che si perde in questa comunicazione monca e pasticciata;
  3. il modo incivile e insensato in cui le attività comuni – leggi: i meeting – legate alla fisica della particelle sono organizzate.

Decido di seguire il consiglio del tizio di cui sopra, e do libero sfogo alle mie ossessioni del periodo. Fatevene una ragione, questo blog si occupa appunto di borborigmi. Oggi imbratto dunque queste pagine con qualche lamentazione a proposito del punto 3. (e non temete, prima o poi raglierò anche a proposito del punto 2.; del punto 1. mi sono già preso la briga di parlare).

ical_crazy_daysÈ ufficiale: se volete fare carriera nel magico mondo della fisica delle alte energie, scordatevi di avere una famiglia; oppure premuratevi di avere una famiglia di qualcun altro di prende cura al posto vostro; oppure preparatevi a lottare.

Vi prego di osservare qui sulla sinistra l’organizzazione delle mie giornate di ieri e oggi: tralasciate per un attimo il delirio di ieri pomeriggio (ognuno dei meeting sovrapposti che vedete era in un posto diverso: ho fatto un bell’esercizio di corsa!), e concentratevi per un momento sulle riunioni di oggi. La prima inizia alle 8:30, l’ultima finisce alle 19:30. Non è la quantità di tempo che mi impressiona (ieri sera alle 23 finivo di correggere un articolo di cui sono referee: gli straordinari non mi spaventano mica). Ma supponiamo che io tenti di essere un padre vagamente responsabile e coinvolto nella mia vita familiare, e diciamo per esempio che io mi occupi di portare Giulia all’asilo tutto i giorni, di recuperarla all’asilo circa un giorno su due, di cucinare la cena per lei e per la mia signora tutti i giorni, e altre cosette simili. Cosa avrei dovuto fare oggi? Uscire di casa alle 7:30 e ricomparire alle 8 di sera? Senza vedere la mia figliola sveglia, e scaricando tutto il peso della gestione di casa e famiglia su mia moglie, che peraltro lavora anch’essa a tempo pieno? Oppure lasciare Giulia all’asilo 12 ore?

La mia conclusione arrabbiata: se sei una donna (madre) – o un uomo (padre) deciso ad avere un qualche ruolo nella vita familiare che non sia solo portare a casa lo stipendio e guidare l’ammiraglia nel weekend – scordati di poter far carriera in una qualsiasi organizzazione aziendale o di ricerca composta da più di 50 persone.

La conclusione pseudo-ottimista: se sei etc etc, potresti farcela ad avere un ruolo dignitoso – e magari persino importante – in una qualsiasi organizzazione aziendale o di ricerca composta da più di 50 persone. Ma faticherai come un cane, dovrei essere ordini di grandezza più efficiente di tutti gli altri, litigherai con i tuoi colleghi una volta si e una no, e in generale ti incazzerai moltissimo. Buona fortuna.

P.S. Vado al prossimo meeting, ma quello delle 18 lo salto, e a culo tutto il resto.

La mezz’ora migliore della giornata 8 aprile 2009

Inviato da Marco in : Famiglia, Vita di frontiera 19 commenti

Esci dall’ufficio alle cinque e mezza per andare a recuperare la tua progenie all’asilo, e ti senti costantemente un fannullone degenere che ha passato appena 8 ore e mezza a lavorare. Insomma, niente di lontanamente paragonabile ai tuoi colleghi americani, che spesso passano la notte al CERN sul divano sfondato che hanno fatto installare nell’ufficio; o alle dodici ore di prammatica di qualunque studente di dottorato cinese che si rispetti (e che abbia ottenuto il permesso di venire fino a qui). Il senso di inadeguatezza e di essere fuorigioco nella competizione si appollaia sulla spalla per tutto il tragitto, accompagnato da insani progetti di notti insonni spese a recuperare il presunto distacco.

Arrivi all’asilo alle cinque e quaranta – per fortuna non è distante – e nella penombra della bella aula colorata, tra disegni fatti con i colori a dite e i mobili in miniatura, ci sono solo più cinque bambini, decisamente spossati dalla lunga giornata di gioco; tentano di giocare ancora un po’, ma che in fondo al cuore ormai da un po’ aspettano e basta. D’improvviso alla sensazione di inadeguatezza professionale e fannullomismo si sostituisce quella di padre degenere: le 5 e mezza sono troppo tardi, la giornata è lunghissima per questi pupi, devo provare ad arrivare prima! In ogni caso non c’è speranza: deve esistere una legge misteriosa per cui il senso di colpa, come l’entropia, non può fare altro che aumentare.

Appena fuori dall’asilo ci sono i giardinetti, e tutti i giorni, stanca o meno, Giulia indica con chiarezza i suoi desideri: un giro sull’altalena è diventato un rito immancabile. La forsizia è un’esplosione gialla tutto intorno, e inizia a fare caldo; Giulia ridacchia goduta mostrando i sui tre denti e mezzo, mentre la spingo avanti e indietro sull’altalena. Che si impicchino americani tristi divano-muniti e cinesi efficienti e infaticabili: è la mezz’ora migliore della giornata. E, senza, io sarei una persona peggiore.

Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso 5 aprile 2009

Inviato da Marco in : Famiglia, Letture e scritture, Memorie, Militanza, Montagna 19 commenti

La facile cresta doveva essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.

- E per scendere?

- Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora; il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale.

Ci eravamo tolti le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline.

Ma tornammo a valle con i nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella e in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.

Non hanno servito a lui, o non a lungo. Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quelli sciagurati sgherri di quindici anni che la Repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.

Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era un uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto.”

Ferro (da “Il sistema periodico” di Primo Levi)

zio_sandro_800pxSandro Delmastro era mio prozio paterno, il fratello minore della nonna. Venne ucciso 65 anni fa a Cuneo, il 5 aprile del 1944, qualche mese prima che nascesse mio padre.

Di lui restano una piccola lapide a Cuneo, di cui avrebbe riso, e la foto seduto sullo sperone di roccia sporgente nel vuoto, che da bambino guardavo con ammirazione tutte le volte che andavamo a trovare Nonna Adele e la zia Gabriella a Zubiena.

E restano quelle parole che ancora oggi raccontano le sue azioni; che forse sono nulla, o forse no.

Importare passeggini dalla Francia? 29 marzo 2007

Inviato da Marco in : Famiglia, Militanza, Scoutismo 7 commenti

In Italia quando un movimento di sinistra vuole fare un po’ di pressione di piazza organizza un corteo. Se invece il movimento è più conservatore e l’organizzazione viene da destra, di solito ci si trova un filoanglofono qualcosa-day. Che poi è proprio uguale a un corteo, solo con cartelli e slogan più tristi, e di solito meno gente.

L’ultima vaccata di cui ho sentito è il family day che dovrebbe tenersi all’inizio di maggio. Apparentemente un’occasione per gli amanti della famiglia di mostrare il loro attaccamento, nella pratica si tratta di una manifestazione fortemente perorata dalla gerarchia della Chiesa Cattolica italiana per ribadire la sua contrarietà a ogni tipo di regolamentazione delle coppie di fatto, e sbandierare, manco ce ne fosse il bisogno, la sua dichiarata omofobia.

Scopro con una certo rammarico che il lavoro di normalizzazione di Ruini sulle associazioni di matrice cattolica in Italia sta dando i suoi frutti. Pure i vertici scout dell’Agesci, nel passato se non progressisti almeno più cauti nel fiancheggiare ciecamente ogni diktat della CEI, non hanno esitato a firmare il manifesto “Più famiglia” (ma chi cura le relazioni pubbliche di questa gente? Il nipote di Bombolo? Allora perché non chiamarlo “Più moglie per tutti”?) e ad aderire all’iniziativa. Bene, bravi. Che non ci siano dubbi da che parte state andando e chi tira i vostri fili, mi raccomando. Da parte mia, mi sdegno schifato (ma non cado dalle nuvole, la linea era già piuttosto chiara dal referendum sulla fecondazione assistita).

E mi chiedo: ma tutta sta gente a cui sta così a cuore “la famiglia”, qualcuno l’ha mai vista scendere in piazza con la stessa veemenza, chessò, contro la precarizzazione del lavoro? Non è che assecondando una società che sposta il limite dell’età di ingresso nella vita adulta sempre più avanti si faciliti la vita ai giovani che una famiglia la vorrebbero pure. Oppure a favore di politiche che aiutino le famiglie con figli? Ho scoperto di recente (se volete in numeri, leggetevi i passeggini di Parigi…) che in Italia avere più di due figli è fiscalmente sconveniente. Ma come? Non dovrebbero esserci delle agevolazioni? Nessun porporato che tuoni?

Ho scoperto dalle chiacchiere al caffé al CERN che molti miei colleghi francesi hanno un sacco di figli. Tre è la norma, molti ne hanno 4 e anche 5. E non sono membri dell’Opus Dei, anzi, spesso sono esemplari dello scienziato agnostico medio. Come si spiega? Perché dalla Francia importiamo sono camembert (e energia nucleare, ma senza dirlo agli ecologisti della domenica)? Il mio summer student danese dell’anno scorso aveva 25 anni, stava scrivendo la tesi di laurea, si preparava a fare prima il servizio militare e poi il dottorato, e aspettava un bambino. Già, perché le politiche sociali della Danimarca in fatto di famiglia sono tali che nessuno si preoccupa a metterne su una mentre ancora studia. Provate a suggerirlo a un universitario italiano. Pure a uno di Comunione e Liberazione, se avete i coraggio di avvicinarvi. E vedrete. Ipocriti.

Piero Delmastro 6 luglio 2006

Inviato da Marco in : Famiglia, Memorie, Montagna aggiungi un commento

Piero DelmastroUn anno fa mancava mio zio Piero.

Era una persona solitaria e schiva, piemontese all’estremo, se possibile.

Nonostante questo suo essere chiuso, “orso”, è riuscito – probabilmente senza volerlo – a essere una figura importante per me. Era un alpinista, non amava raccontare le sue imprese, ma ho sempre avuto l’impressione di percepire la passione inquieta che lo aveva portato a scalare. E’ stato il compagno di Ugo Manera, ma questo io l’ho scoperto solo più tardi, leggendo “Pan e pera”, perchè da lui non ho mai ascoltato nessuno di quei racconti.

Non siamo mai andati in montagna insieme. Era sempre molto dissacrante rispetto a tutto, scettismo e cinico quasi per partito preso, come se volesse convincerti che in fondo non ci fosse nulla che importasse per lui. Doveva essere il suo modo di difendersi, da cosa chissà.

Per un certo periodo veniva a prendere il caffè da noi il sabato pomeriggio dopo pranzo, verso le 2. Passavamo un’oretta insieme prima che io infilassi i pantaloncini corti e il fazzolettone per correre ad attività con gli scout. Arrivava in via Bidone da via Pigafetta a piedi, sempre in maniche corte, come se il freddo non gli facesse nulla. Le sue avventure di allora erano la Russia, poi la Cina, dove era stato a lungo per lavoro e che dipingeva con il consueto disincanto. Ma ogni tanto gli uscivano anche piccole frasi sulla montagna, che segretamente conservavo come i consigli di un saggio. Nel 2000 abbiamo passato il capodano al rifugio Talarico: mentre studiavo la mappa, con un gesto improvvissamente molto attento mi ha mostrato tutti i versanti potenzialmente pericolosi per le valange. E poi cose come: “impara lo spazzaneve, sulle piste non serve a nulla, ma in montagna in un sentierino stretto è bene che tu lo sappia fare”.

Non so se l’ho mai veramente conosciuto, se qualcuno lo ha mai veramente conosciuto: a un certo punto ha eretto un muro tra lui e il mondo, un muro difficile da penetrare, che l’ha portato a morire da solo.

Quello che però so è che, sotto questa scorza che copriva chissà quali dolori, c’era un uomo buono, di una bontà schiva che sembrava far fatica a mostrarsi. Nel 1989 lavorava a Napoli, ma era a Torino per la mia Cresima. Mi portò una maglietta polo della Converse, simile a quelle che portava sempre lui, in estate come in inverno. Una maglietta firmata alla fine degli anni 80 era una regalo grosso per un adolescente, ma lui si schernì dicendo che era probabilmente finta, che a Napoli sanno fare dei falsi similissimi. Quella maglietta è ancora nel mio cassetto.

E poi so che mi manca, e mi manca la possibilità di dirgli le cose che avrei voluto condividere con lui. Quando è morto ho ereditato il suo materiale da montagna. Delle tante cose, una in particolare mi fa vibrare: il suo martello da alpinismo, rigato dei colpi dati su chissà quale rocca sperduta, a sfogare sulla roccia paure e speranze e desideri e dolori. Uno dei suoi moschettoni è sempre attaccato al mio zaino, un ultimo modo di andare in montagna insieme, di non dimenticare, pure nel silenzio, i legami misteriosi che ci uniscono.