E se… 6. Pubblicare sul serio 3 febbraio 2010
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 17 commenti
E se… le uniche pubblicazione valide per ogni tipo di valutazione comparativa fossero quelle apparse su riviste peer-reviewed internazionali?
- Apparentemente ti serve una monografia. Durante la settimana tra Natale e Capodanno ero in vacanza con un amico (e la sua famiglia, e la mia), il quale, durante una delle conversazioni serali al chiaro di luna, mi ha illuminato su una consuetudine tipica delle facoltà umanistiche (ma non solo) che non conoscevo. In sostanza, se un giovane assegnista di ricerca in una di queste discipline – per dirne una (quasi) a caso: giurisprudenza – vuole sperare di accedere a un posto da ricercatore, è bene, anzi, è praticamente obbligatorio, che nella sua lista delle pubblicazioni abbia (anche, solo) una monografia.
- Cos’è una monografia? Apparentemente è una specie di libro, che contiene, collezione e illustra i risultati della ricerca dell’aspirante ricercatore in questione. Fin qui tutto bene. Le note dolenti arrivano dopo: queste monografie verrebbero solitamente pubblicate a pagamento da case editrici italiane specializzate in questo tipo di pubblicazioni. Auch! Perché la cosa mi fa saltare sulla sedia? Fondamentalmente per due motivi.
- Non c’è niente di male a pagare per pubblicare qualcosa. In qualunque modello di pubblicazione scientifica circola del denaro: in quello tradizionale sono le biblioteche che si abbonano alle riviste a pagare; in quello Open Access sono gli autori che contribuiscono ai costi di pubblicazione, per consentire invece una fruizione gratuita da parte del pubblico. In entrambi i casi la circolazione di denaro non è la clausola che dà accesso alla pubblicazione: lo scrutinio, la revisione e l’eventuale accettazione di un lavoro avviene da parte di un organismo indipendente dal giornale che pubblica: i referee sono esperti della materia di cui il giornale tratta, che – a titolo gratuito! – rivedono, scremano e scelgono i lavori degni di essere pubblicati, in un meccanismo stranoto e condiviso che va sotto il nome di peer-review.
- Se io invece pago una casa editrice specializzata perché pubblichi senza peer-review la mia monografia, in fondo è solo la transazione di denaro che determina se il mio lavoro sarà pubblicato o meno. Certo, ci sarà anche un minimo di cura editoriale, non ne dubito. Ma come potrebbe l’aver pubblicato o meno il proprio lavoro con questo meccanismo essere un criterio di valutazione del merito scientifico, se non è il merito stesso e la qualità del lavoro – valutati da una commissione di pari – a determinare la possibilità e l’opportunità della pubblicazione?
- Dunque, come e quando l’aspirante ricercatore decide che la sua monografia è pronta per essere pubblicata? Di solito quando il suo referente, il professore che lo tiene sotto la sua ala, il suo tutore, gli darà il suo assenso. L’assenso del proprio tutore finisce per essere l’unica verifica di qualità per una pubblicazione di questo tipo. Questa è il secondo punto problematico: anche volendo concedere alla valutazione del proprio tutore una garanzia di qualità (vogliamo?), questo tipo di valutazione rimane sempre e comunque interna al proprio ristrettissimo circolo di colleghi. E la qualità internazionale? E la rilevanza al di fuori del proprio dipartimento?
- Le obiezione tipica a queste critiche è: “nelle materie umanistiche il modello delle riviste internazionali peer-reviewed che si usa in quelle scientifiche non può funzionare”. E perché mai? Perché gli argomenti di ricerca non sono rilevanti in un contesto internazionale? Onestamente, non posso e voglio crederci. Sono sicuro che esistono stimate riviste internazionali di giurisprudenza o di italianistica o di storia moderna che sarebbero ben liete di pubblicare un lavoro sullo Statuto Albertino, una nuova analisi critica della poetica di Carducci, o una disquisizione sul ruolo di Lelio Basso nella nascita dei tribunali internazionali. Sempre che questi lavori siano seri, rilevanti, originali, competitivi. O forse è proprio questo genere di qualità che spaventa?
Leggi le altre puntate:
- E se… 5. Raccomandare alla luce del sole
- E se… 4. Smettere di lavorare gratis
- E se… 3. La valutazione della ricerca
- E se… 2. I finanziamenti
- E se… 1. I concorsi
E se… 5. Raccomandare alla luce del sole 2 novembre 2009
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 7 commentiE se… ogni domanda per una posizione in Università o presso un Ente di Ricerca dovesse essere accompagnata da tre lettere di raccomandazione?
- L’Italia sembra essere l’unico paese dove la consuetudine di richiedere un certo numero lettere di raccomandazione in occasione di una domanda per uno nuovo lavoro in ambito accademico non esiste. La cosa è certamente legata all’illusione di oggettività e alla pretese di assenza di responsabilità di quell’istituto desueto e malato che è il concorso, sul quale ho già abbondantemente ragliato altrove.
- La raccomandazione è tutt’altro che una pratica inesistente in Italia. Per qualunque concorso o selezione in ambito universitario e di ente di ricerca, non crederete mica che le commissioni siano cieche e sorde, e guardino solo il curriculum e le prove dei candidati, vero? Le telefonate ai professori di riferimento, i consulti e le ricerche di informazioni sono all’ordine del giorno. La cosa di per se è buona: se doveste selezionare un candidato tra molti, veramente vi fidereste solo del CV o del risultato di un tema o di una serie di esercizi, senza chiedere un consiglio a chi con questa persona ha già lavorato, magari per anni? Il punto grave è che questa procedura avviene esclusivamente sottobanco, mentre nel resto del mondo non solo è alla luce del sole, ma è obbligatoria. Il vantaggio di formalizzare la procedura di raccomandazione è duplice.
- Da una parte obbliga chi raccomanda a fare delle scelte: per esempio, non tutti gli studenti che fanno un dottorato con un certo professore sono ugualmente bravi, questa persona non dovrebbe avere dunque nessun interesse a dire eccezionalmente bene di ognuno di loro. E, come si dice, “carta canta”: all’ennesima lettere roboante su un candidato mediocre, chi gli crederà più? Per questa ragione nel resto del mondo civilizzato è normale rifiutare una lettera di raccomandazione a qualcuno di cui non ci si sente di dire più che bene: una lettere mediocre è peggio che nessuna lettera! Questo ha un vantaggio secondario: in occasione di un passaggio di carriera (da dottorato a assegno di ricerca, da contratto temporaneo a posto fisso) il referente del candidato si trova nella condizione di dirgli esplicitamente (attraverso una lettera più o meno buona, o il rifiuto di scriverla) se ha apprezzato o meno il suo lavoro.
- Dall’altra parte la persona che a bisogno delle lettere, e a cui ne servono in genere tre, deve fare lo sforzo di pensare chi può testimoniare veramente la qualità del suo lavoro. Se la testimonianza non è solo un “è molto bravo” sussurrato al telefono, ma una lettera che deve circostanziare con fatti e confronti questa bravura, non è detto che il miglior redattore sia per forza la persona con il maggior peso politico. Spesso il barone che ha solo firmato la tesi, ma ha seguito poco o niente il lavoro, scrive lettere lusinghiere ma generiche, e questo genere di raccomandazioni si riconoscono lontano un miglio e non sono considerate come specialmente eccellenti. A volte un ricercatore meno “famoso” ma più vicino al lavoro e alle qualità del candidato può fare meglio: si tratta di un sistema che, oltre a responsabilizzare e a forzare trasparenza e scelta, impone un’esplicita meritocrazia dei fatti. Inoltre, doveno il candidato fornire tre lettere, dovrà veramente andare oltre alla cerchia dei sui più stretti collaboratori, e dimostrare di aver costruito legami, relazioni, collaborazioni al di la del suo orticello.
Leggi le altre puntate:
- E se… 4. Smettere di lavorare gratis
- E se… 3. La valutazione della ricerca
- E se… 2. I finanziamenti
- E se… 1. I concorsi
E se… 4. Smettere di lavorare gratis 18 giugno 2009
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 11 commentiE se… giovani laureati di belle speranze, dottorandi, assegnisti di ricerca e ricercatori precari la smettessero di lavorare gratis? E se, più esplicitamente, fosse loro vietato di assumente qualunque incarico didattico non retribuito? E se, a margine, abolissimo l’ignominia dei professori a contratto?
- Funziona più o meno così. Tu ti sei appena laureato e speri di poter restare in università per continuare a fare della ricerca. Oppure hai appena vinto il concorso di dottorato, e ti senti di botto un accademico rodato, finalmente dall’altra parte della barricata. Oppure hai iniziato da poco un assegno di ricerca o un altro contrattino precario, e non diresti mai di no al professore che ti ha sostenuto fino ad adesso. Rifiuteresti dunque forse un incarico didattico, da assumere come una forma di volontariato benevolo? Giammai. Perché ti illudi che la visibilità che questo incarico di darà in università ti aiuterà ad avanzare; perché sei vanitoso, e non vedi l’ora di stare dall’altra parte della cattedra; perché lo fanno tutti, e non puoi certo dire di no al tuo mentore: se dici di no tu l’incarico sarà assunto da un altro, che ti sorpasserà nella classifica di gradimento del tuo professore referente. E dunque accetti.
- Fai un danno a te, e agli altri. Insegnare è una cosa seria, che richiede tempo e dedizione. Molto più tempo e molta più dedizione che le sole ore di esercitazioni frontali o di laboratorio o di seminario che ti hanno regalato, e che tu hai accettato gongolante. Tempo e dedizione che dovrai tirare fuori in qualche modo; e, siccome le giornate hanno una durata limitata, lo farai sottraendo tempo al tuo incarico primario di dottorando, assegnista, ricercatore precario: fare ricerca. Un dottorando o un assegnista che spenda i suoi pomeriggio a fare orali per conto del suo professore si sta dando la zappa sui piedi, perché alla fine sarà (dovrebbe essere) valutato per la qualità e l’originalità della sua ricerca, non per le ore di lezione ed esami che ha regalato al suo professore (ehi! Sei un dottorando o un assegnista? Rileggiti per bene il contratto: non c’è scritto da nessuna parte che tu abbia degli obblighi didattici!). E fa un danno al sistema universitario perché, siccome sta regalando le sue prestazioni didattiche, queste non verranno conteggiate nell’organico ufficiale. Magicamente allora l’università potrà dunque sostenere di essere in grado di gestire corsi di laurea a cui sono iscritte centinaia di persone con una manciatina minuscola di professori. O meglio, lo potrà sostenere il ministero, che dunque non avrà alcuno stimolo a rivedere il sistema di distribuzione dei fondi e l’organizzazione generale. Com’è economica l’università, con la gente che ci lavora gratis!
- Come può esserci competizione e meritocrazia senza retribuzione? Perché dovrei assumere il professore più bravo (che probabilmente costerebbe caro) quando posso avere quello più economico (l’assegnista o il ricercatore precario che è pronto a lavorare gratis)?
- Il sonno della ragione genera mostri. E questi mostri si chiamano professori a contratto, che sono l’apice della stortura di un sistema che si avvale di collaborazioni didattiche gratuite (o quasi). Premessa: il “professore a contratto” viene inventato per permettere alle università di avere come docenti “straordinari” professionisti di chiara fama nell’ambito della loro disciplina, che vengano ad affiancare occasionalmente gli accademici veri e propri con corsi monotematici estemporanei. Peccato che questo utilizzo sia veramente ridotto, e oggi si usi invece l’istituto del professore a contratto per assumere come docenti “ordinari”, a totale discrezione e senza concorso alcuno, semplici laureati compiacenti che accettano le paghe da fame (stiamo parlando di cifre dell’ordine del migliaio di euro. L’anno!) pur di mettere un piede in università dalla porta di servizio, fregiarsi del titolo di professore, e mettersi in lista d’attesa sperando che la loro compiacente sottomissione gli renda a tempo debito in cambio un posticino, un concorsino, un altro contrattino. Il peggio è poi che il numero massimo di professori di questo tipo che una facoltà può avere è conteggiato appunto per facoltà, e non per corso di laurea. È dunque possibile istituire interi corsi di laurea senza praticamente nemmeno un ordinario o un associato che vi insegni. Vorreste iscrivervi? Io no.
- Qualcuno di ribella. E meno male. Era ora.
E se… 3. La valutazione della ricerca 2 aprile 2009
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 8 commenti
E se… la ricerca di dipartimenti e persone – quella che dovrebbe servire a destinare fondi e incentivi – fosse valutata attraverso un processo di peer-reviewing anonimo e internazionale?
- Lasciamo perdere i numeri. Vorremmo assegnare una fetta consistente dei fondi di ricerca dei dipartimenti, o degli incentivi ai singoli ricercatori, in funzione della qualità e quantità della ricerca effettuata nel periodo precedente. Ci serve dunque un sistema per effettuare questa valutazione; sistema che sia efficace, imparziale, autonomo, robusto. Di solito la prima cosa che ci viene in mente è quella di affidarci a qualche tipo di estimatore oggettivo, per esempio un criterio bibliografico (quante pubblicazioni? Quante citazioni? Quanti interventi a conferenze?) più o meno complicato. Che ne dite dell’h-index? O del g-index? Vi rivelo un segreto: da soli, questi criteri non servono veramente a molto. La verità è che le variabili esterne sono troppe perché l’oggettività desiderata venga veramente raggiunta. Siamo per esempio sicuri di voler valutare meglio qualcuno che pubblica molto (magari però in modo non troppo approfondito) piuttosto che qualcuno più scrupoloso che pubblica meno? Se non siete convinti, vi prego di leggere Stop the number game, che analizza molto bene la situazione: vi ricrederete. Ma nel caso foste troppo pigri per affrontare un’analisi dettagliata, i fumetti ci vengono in aiuto: tre tavole di PhD Comics per smontare in uno sguardo l’affidabilità degli Impact Factor, del numero di Invited Talks, delle firme sugli articoli e della loro reale rappresentatività di chi ha fatto il lavoro. Ci rivediamo dopo le strisce.
- Non ci resta che il peer-reviewing. Peer-review significa letteralmente controllo dei pari: è quel meccanismo per cui un comitato di persone esperte nel campo in questione si assume la responsabilità di valurate la qualità di un lavoro scientifico. Per intenderci, è il processo che governa la selezione delle pubblicazioni sulle riviste scientifiche. Che ci crediamo o meno, soltanto affidando a un comitato di esperti la valutazione della ricerca otterrete dei risultati decenti e se possibile impaziali. Soltanto l’intellgenza delle persone sa farsi strada attraverso i freddi criteri bibliomtrici, e valutare il peso da dare ai numeri; e se va bene per le pubblicazioni (che dovrebbero essere la misura della produzione scientifica), perché non dovrebbe funzionare per la ricerca in sé? Ovviamente potete aggiungere tutti i dettagli che volete per condire lo scenario: divisione per aree tematiche, indicazione di aree di priorità, etc. Il concetto di base non cambia.
- Chi ha paura dell’anonimato? Un buon processo di peer-reviewing dovrebbe essere blinded, ovvero anonimo, per minimizzare le interferenze e i conflitti di interessi. Apparentemente in Italia questa cosa non si può fare. Perché? Abbiamo un problema culturale con l’anonimato dei revisori? Come possiamo garantire altrimenti l’imparzialità del giudizio da parte di persone che sono – proprio in quanto pari – inseriti a loro a loro volta nell’ambiente accademico e scientifico, e dunque potenzialmente soggetti a pressioni? Semplicemente non possiamo.
- E se ci mettessimo qualche straniero? Se proprio volessimo fare le cose per bene, potremmo immaginere di aggiungere al comitato dei revisori qualche ricercatore straniero di chiara fama e affermata eccellenza. Aggiungerebbe alla valutazione un occhio imparziale, distaccato e attento alla reale importanza del progetto di ricerca rispetto agli standard mondiale. Sarebbe possibile nel nostro paese? Chissà.
- Ehi! Ma noi questo sistema ce l’abbiamo (quasi) già. Con decreto legislativo del 1998 è stato istituito il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), che in linea di principio dovrebbe proprio occuparsi di questa benedetta valutazione. La domanda non è dunque tanto “come valutare la ricerca?” quanto piuttosto “perché dopo l’uscita del rapporto del CIVR non è successo nulla, e la ripartizione di fondi (e stipendi) per il periodo successivo non è stata minimamente differenziata in base ai risultati del rapporto?“. Possiamo passare anni a discutere anni di come incentivare il merito scientifico e di quali siano gli strumenti migliori per valutarlo, ma a nulla serve tutto questo se alla creazione dei mecanismi di valutazione non segue un’azione (politica) che (con coraggio) ne utilizzi i risultati per differenziare l’allocazione delle risorse.
- P.S. Manco a dirlo, il sito del CIVR è morto, e le copie del rapporto di valutazione che erano accessibili fino a poco tempo fa sembrano scomparse. Il che la dice lunga su come questo genere di esercizio di valutazione sia considerato importante nel nostro simpatico paese. Siamo onesti: noi non vogliamo essere valutati. In fondo l’allocazione indifferenziata delle risorse fa comodo a tutti, da una parte e dall’altra del tavolo.
Leggi le altre puntate:
E se… 2. I finanziamenti 23 gennaio 2009
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 38 commenti
E se… il 25% dei finanziamenti agli atenei e ai dipartimenti fosse assegnato in base alla qualità della ricerca effettuata nei 3 anni precedenti? E se lo stesso criterio si applicasse agli stipendi di ricercatori e professori?
- Si parla molto di penuria di fondi per la ricerca in Italia. Non metto in dubbio che la scarsità dei finanziamenti sia un problema reale, ma non penso che sia il problema principale: il nodo primario è che questi fondi vengono di fatto distribuiti in modo indifferenziato a università e dipartimenti. A prescindere dalla quantità totale dei fondi a disposizione, non c’è nessuna reale competizione per assicurarseli: un ateneo con dipartimenti eccellenti che abbiamo un’ottima produzione scientifica riceve potenzialmente gli stessi fondi di un dipartimento mediocre della stessa taglia.
- La stesso problema si ripresenta nelle retribuzioni. L’entità dei salari di ricercatori e professori è esclusivamente determinata dall’anzianità di servizio. Non esiste nessun meccanismo di differenziazione che premi l’eccellenza, l’impegno e la responsabilità, e che penalizzi la pigrizia.
- Soltanto in un sistema in cui esista una reale competizione per i fondi a livello di atenei e dipartimenti diventa possibile liberalizzare le assunzioni e abolire i concorsi: se assumo il nipote del rettore per fargli un favore, ma questo signore è un fannullone incompetente, negli anni successivi mi ritroverò a non poter assumere più nessuno (o a non poter comprare materiale, o a non poter andare a conferenze, o…), perché non ne avrò la possibilità finanziaria. E il mio stipendio, come quello quello del nipotino, ne subiranno allo stesso modo le conseguenze.
- 25% è ovviamente un’approssimazione. Potrebbe essere il 30% e andrebbe bene lo stesso. Il punto è che si deve trattare di una percentuale consistente. Attualmente meno del 2% dei fondi sono distribuiti in base ai risultati ottenuti nell’attività di ricerca: decisamente una percentuale trascurabile, che non può certo incentivare nessuno sforzo verso un miglioramento e l’eccellenza, o scoraggiare nepotismo, pigrizia o cattive scelte. Anche il periodo di 3 anni è indicativo: magari vanno meglio 2, magari 4, possiamo discuterne. Il nocciolo rimane lo stesso: fondi e retribuzioni devono dipendere in modo sensibile da quanto fatto nel periodo precedente.
- La ricerca deve essere il criterio principale nella valutazione della distribuzione dei fondi. Certo, le università fanno anche (e spesso soprattutto) didattica, e anche questa va valutata, e premiata e incentivata nella sua eccellenza. Ma credo che la didattica debba rimanere un criterio vassallo alla ricerca: un dipartimento in cui si faccia ricerca di prim’ordine, con ricercatori e professori attivi su progetti all’avanguardia nella loro disciplina, sarà sempre un ambiente stimolante per gli studenti. Un dipartimento con ottimi pedagoghi che non fanno (più, mai) ricerca non può garantire lo stesso ambiente. In più, una distribuzione di fondi legata alla sola didattica tenderebbe a stimolare la nascita atenei dedicati esclusivamente all’insegnamento, fenomeno potenzialmente pericoloso per la qualità e l’aggiornamento della didattica stessa.
- Manco a dirlo, qui si apre un punto fondamentale: come si valuta la qualità della ricerca di un ateneo? E di un dipartimento? E di un singolo ricercatore? E chi è incaricato di valutarla? Di questo discuteremo in una prossima puntata. Ma possiamo già dire che la valutazione di ricercatori e professori rimane un affare interno al dipartimento: come per le assunzioni, il dipartimento dovrebbe avere la libertà di differenziare i salari in base insindacabili criteri interni. Criteri che, se l’entità dei fondi del dipartimento fosse sostanzialmente legata all’attività di ricerca, alla fine non potrebbero che essere anch’essi correlati al contributo del ricercatore o del professore a questa attività.
- Non vi sarà sfuggito il fatto che non ho mai nominato il termine “Facoltà”. Le Facoltà sono raggruppamenti di Dipartimenti: sono enti molto eterogenei, e spesso responsabili di organizzazione farraginosa e burocratica. Probabilmente andrebbero abolite, ma di questo magari riparleremo altrove.
- Per finire, due parole sull’attuale Quota di Riequilibrio. Circa il 70% dei fondi delle università viene da quello che si chiama Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Una parte del FFO viene assegnata secondo la cosiddetta Quota di Riequilibrio (QR), che mira a attribuisce una frazione dei fondi pubblici in base al numero di full time students e al costo standard per studente, basandosi sul discutibile principio che le Università che offrono servizi migliori vengano frequentate da più studenti. Il che è palesemente falso: il meccanismo della QR di fatto incentiva l’abbassamento degli standard formativi – faccio corsi ed esami più facili, promuovo e laureo più studenti, più studenti di iscrivono, prendo più fondi. Bella storia, bravi tutti. Per approfondire questo punto, consiglierei di iniziare dal forum degli Innovatori Europei.
Leggi le altre puntate:
E se… 1. I concorsi 10 gennaio 2009
Inviato da Marco in : E se... (università e ricerca), Politiche della ricerca 51 commenti
E se… i concorsi universitari venissero aboliti, ed il reclutamento di ricercatori e professori avvenisse per assunzione diretta e insindacabile (ovvero per cooptazione) da parte dei dipartimenti?
- Il concorso è deresponsabilizzante. La commissione che seleziona il candidato vincente oggi non è in alcun modo responsabile a posteriori della scelta del candidato. Non subisce danni – di carriera, salariali – nel caso in cui la persona selezionata si riveli debole o inadatta alla posizione (“eh, che vuoi farci, ha vinto il concorso“), né al contrario riceve alcun incentivo per aver sezionato un candidato che si dimostri veramente brillante e produttivo. E ovviamente di incentivi e responsabilità riparleremo in uno dei prossimi post della serie.
- I concorsi pretendono di valutare una qualità oggettiva dei candidati che non esiste. Il numero di pubblicazioni, per prendere l’esempio più eclatante, raramente è collegato alla qualità della ricerca della persona: sono troppi i fattori in ballo (per esempio, la dimensione delle collaborazioni scientifiche di cui ha fatto parte il candidato). Solo una valutazione personale (della produzione scientifica, delle capacità didattiche, delle qualità organizzative) di cui si assuma la responsabilità di chi effettua la selezione ha un qualche senso. E, non dimentichiamolo, non esistono candidati buoni per ogni posto, in ogni momento.
- Il concorso valuta il passato dei candidati. La procedura concorsuale non lascia spazio per scegliere quel candidato che mostra di avere il miglior progetto – di ricerca, didattico, organizzativo – per il futuro del dipartimento che lo sceglie. Ma non è per questo che lo si assume?
- Più ampia è la base del concorso, più generali sono i criteri di valutazione. Come può un concorso nazionale selezionare i candidati migliori per le realtà locali che li assumeranno? Al limite potrebbe (come succede in Francia) dichiararne una generica idoneità, scremando i candidati rispetto ad un livello minimo.
- I concorsi si manipolano. Nonostante l’apparente imparzialità, oggi i concorsi vengono in maggioranza vinti dai candidati designati a vincerli al momento in cui il concorso viene bandito, nascondendo così una procedura di cooptazione de facto, ammantata di democraticità e apertura. E che però implica allo stesso tempo l’assenza di responsabilità. Troppo comodo.
- I concorsi hanno (di fatto) sempre un vincitore (e a volte due!). Quale azienda assumerebbe comunque qualcuno, se tra i candidati che si presentano non ce ne fosse nessuno idoneo al ruolo proposto? Eppure sono rarissimi i casi in cui il posto bandito non viene assegnato, persino nel caso in cui il candidato “interno” segretamente designato come vincitore per qualche ragione non si presenti. E allora?
Ecco qua. Colgo l’occasione dall’approvazione a colpi di fiducia della legge Gelmini (detto tra noi, poco coraggiosa e potenzialmente inutile – se non dannosa) per lanciare la serie di E se… dedicata all’università e alla ricerca in Italia, serie che inizio con l’annosa questione del reclutamento. Come accennavo, l’idea è quella di evidenziare una nodo problematico del sistema, gettando sul tavolo una soluzione drastica e provocatoria seguita da alcuni punti per contestualizzarla. Prese una per una, le proposte della serie potrebbero sembrare irrealizzabili e persino controproducenti (nel caso di quello di oggi, per esempio, l’obiezione potrebbe essere: bravo! Così i baroni non avranno più freni, e l’assunzione indiscriminata di figli e nipoti sarà agevolata), ma man mano che la serie crescerà il quadro generale sarà più chiaro, e, spero, coerente. Le idee che ci troverete non sono mica nuove: a chi volesse approfondire, consiglio di iniziare dalla lettura de L’università truccata di Roberto Perotti. I banner sono ritagliati dalle copertine dalla serie “What if…” della Marvel. Buona meditazione.





