salta alla navigazione

Sul ruolo dei blog nella comunicazione (istituzionale) della scienza, e altre amenità 30 aprile 2010

Inviato da Marco in : Fisica, Mezzi e messaggi, Militanza, Scienza e dintorni 41 commenti

Stavo per rispondere con un commento al post di Peppe Liberti pubblicato oggi su Rangle, ma poi il commento mi è venuto lunghino e ho pensato che forse potevo scriverlo direttamente qui, ché l’argomento è interessante per seppellirlo nei commenti.

Antefatto. A inizio Aprile a Frascati si è tenuta ComunicareFisica, una conferenza dedicata alla comunicazione e divulgazione della fisica organizzata dall’INFN. Per la prima volta l’evento aveva una sessione dedicata ai blog, e molti dei migliori blogger che si occupano di fisica sulla rete sono stati invitati a presentare il loro sito e a discutere in una tavola rotonda finale del ruolo dei blog nella divulgazione: Amedeo Balbi, Tommaso Dorigo, Gianluigi Filippelli, Peppe Liberti, Annarita Ruberto e anche Stefano Bagnasco (inciso: anche il sottoscritto era stato invitato, ma alla fine non ci è andato per una serie di ragioni sulla quali sorvolo, perché non fanno esattamente onore agli organizzatori). Nel corso della conferenza e dopo sul suo blog, Tommaso ha sollevato la questione del riconoscimento “ufficiale” dell’attività di blogging divulgativo dei ricercatori. Peppe oggi riprende l’argomento, cogliendo l’occasione della micro-intervista che il blog ufficiale di LHC Italia ha fatto al sottoscritto venerdì scorso (per telefono, da Madrid), e che apparentemente linka per la prima volta questo blog da un sito di comunicazione della fisica istituzionale. Peppe (oltre a fare un complimento nemmeno tanto nascosto al sottoscritto, che non sono sicuro di meritare) è ovviamente contento della cosa, perché vi legge un’apertura della comunicazione scientifica istituzionale a quella più personale e anarchica dei blogger ricercatori. Sarà vero?

Forse è così, ma io non ne sono molto sicuro. È vero, ci sono segnali di apertura e interesse della comunicazione scientifica ufficiale a quella dei blog dei ricercatori e degli insegnanti. La sezione dei blog a ComunicareFisica ne è probabilmente una prova (il link di LHCItalia a queste pagine forse un po’ meno: penso sia più un accidente quasi casuale che una scelta programmatica), ma i blogger che hanno partecipato alla conferenza sanno bene che la presenza dello spazio dedicato ai blog non era apprezzata veramente da tutti. Penso ci siano ragioni culturali piuttosto chiare del perché quella che Peppe chiama la “comunicazione fuori dai canoni” non è amata da chi commissiona la comunicazione istituzionale (non necessariamente da chi la fa, ma la cosa non conta: questi devono comunque rendere conto). E del perché non lo sarà, perlomeno non prima di un profondo cambiamento culturale che mi sembra lontano. Vediamo se riesco a spiegarmi.

Conversazione. La parola chiave che sorregge tutta la novità (beh, novità che ha già qualche annetto) del Web 2.0, di cui i blog sono una delle espressioni, è conversazione. Questo blog piace certo ai suoi lettori perché io sono bravo e brillante e scrivo bene e so intrattenere :-) , ma anche (io direi persino soprattutto!) perché chi passa da queste parti può commentare quello che scrivo, lanciare le sue domande, interagire con gli altri lettori e con me, che faccio un punto d’orgoglio del rispondere a tutte le domande e i commenti che ricevo. Alla fin fine, le chiacchiere nei commenti ai post sono spesso altrettanto informative degli articoli stessi, e molte delle risposte arrivano degli stessi lettori, alcuni dei quali sono anch’essi fisici o studenti di fisica. La comunicazione ufficiale della fisica (ma non solo) in Italia non ha ancora affatto digerito questo modello interattivo, non mi sembra affatto pronta a lanciarsi su questo sentiero, e preferisce sistematicamente il modello unidirezionale (io parlo, voi ascoltate). Le ragioni sono sicuramente storiche e culturali, ma anche di impegno (pratico e politico) richiesto: investire in uno spazio anche interattivo efficace è molto più costoso (in termini di tempo e di coinvolgimento) di uno spazio monodirezionale, e richiederebbe probabilmente una delega politica troppo grossa ai sui redattori e collaboratori (chi risponderebbe ai commenti su un sito ufficiale dell’INFN o del CERN? Con che tempi? La dirigenza sarebbe disposta a delegare questo compito a dei semplici ricercatori? Con quali spazi di manovra, quali libertà?). Se e quando avverrà, si tratterà di una scelta molto coraggiosa, che mi sembra decisamente non in linea con la tipica cultura odierna della comunicazione in Italia.

Il volto umano dello scienziato. L’altra ragione per cui i blog personali che affrontano la divulgazione scientifica hanno successo è proprio il loro aspetto personale. Io qui parlo di fisica, certo. Ma spesso lo faccio con il mio cane, e non disdegno il raccontare anche qualcosa della mia vita di persona dietro al grembiule di ricercatore, il gridare le mie indignazioni politiche, il condividere le mie altre passioni di uomo. Molti degli altri blogger (Lo stesso Tommaso, per esempio, o Peppe) fanno lo stesso, ognuno con il suo stile e le sue sensibilità. Questa cosa piace, avvicina, riduce la distanza tra una scienza spesso percepita come arcana e irraggiungibile. Ma non può che funzionare nella dimensione di un blog personale e autonomo, o al limite – ma comunque in misura minore – in un blog collettivo lasciato libero e senza troppe pretese di ufficialità (come per esempio quello di USLHC. Ma quelli sono americani, la comunicazione moderna l’hanno inventata loro).

La libertà di dire cosa penso. Come scrivo chiaramente nell’introduzione, quello che dico da queste parti non è che la mia personale opinione. Se scrivessi per un blog collettivo dell’INFN o del CERN potrei certo metterci un po’ del colore della mia passione personale, ma non mi permetterei mai di affrontare certi temi che mi stanno a cuore, o di divagare troppo sulla mia vita privata. Esiste un patto chiaro – anche se spesso non scritto – tra l’editore di una pubblicazione e chi quella pubblicazione la fa: se si vuole la libertà assoluta, allora bisogna accettare di essere gli editori di sé stessi, altrimenti si cadrà necessariamente in contraddizioni che non dovrebbe essere possibile ignorare. Non c’è niente di male, certe battaglie si possono certamente combattere dall’interno (vedi per esempio la recente questione di Saviano con la Mondadori), quello che deve essere chiaro però è che queste battaglie ci saranno inevitabilmente (e facilmente si perderanno), a meno scegliere di rispettare la linea editoriale. La speranza di una totale libertà di dire quello che si vuole, associata però con il riconoscimento ufficiale del proprio pensiero come parte di una comunicazione istituzionale – cose che sembra essere un po’ la richiesta di Tommaso – mi sembra un’illusione, e per certi versi  persino una richiesta ingiusta e infantile. Per le stesse ragioni, mi sembra improbabile che un’istituzione come l’INFN o il CERN possa anche solo linkare ufficialmente una serie di blog personali come risorse “consigliate”: si tratterebbe di un avvallo a priori su tutti i contenuti, che dubito possa arrivare gratuitamente. Al limite posso immaginare qualcosa come una serie di link a risorse esterne dichiarate “interessanti”, ma ovviamente si tratterebbe di un’altra cosa.

Nessuno mi paga per scrivere questo blog. Non ne traggo nessun vantaggio professionale, e lo faccio nel mio (raro) tempo libero, per divertimento, curiosità, vocazione, una certa dose di intenzionalità educativa e politica, e certamente anche vanagloria. Se qualcuno decidesse di pagarmi, o mi proponesse di fare qualcosa di simile in un contesto più ufficiale, non lo farei certo nello stesso modo in cui lo faccio qui. Non sarebbe necessariamente peggio, ma credo debba essere chiaro che il risultato sarebbe diverso. Magari non molto, ma certamente un po’. Non facciamoci illusioni.

Il calore e l’orgoglio 26 aprile 2010

Inviato da Marco in : Fisica, Scienza e dintorni, Vita di frontiera 23 commenti

Giovedì sera sono partito per Madrid, facevo parte della commissione esaminatrice della tesi di dottorato di C., una splendida ragazza spagnola con cui ho lavorato parecchio negli ultimi anni. È stata un’esperienza ricca e interessante, non soltanto dal punto di vista professionale (C. ha lavorato duro un questi anni, e i suoi risultati sono ottimi, originali e utili), ma anche – soprattutto! – dal punto di vista umano. Fondamentalmente per due ragioni.

Gli spagnoli sono caldi. La discussione della tesi è iniziata alle 12:30 (per fortuna mi avevano avvertito, e avevo fatto una bella colazione), la presentazione è durata un’oretta seguita da una mezz’ora di domande e dalla proclamazione cum laude. Verso le 2 del pomeriggio abbiamo dunque avuto diritto a un aperitivo, approntato nel laboratorio dove sono stati costruiti i moduli dell’endcap del calorimetro elettromagnetico di ATLAS. Aperitivo è probabilmente riduttivo: l’opulenza di vassoi caldi e freddi ricordava più un rinfresco di matrimonio che uno spuntino accademico. Verso le tre J. – il relatore di C. – mi ha strappato alla frittura di calamaretti per portarmi al pranzo ufficiale, quello con il direttore del dipartimento e il resto della commissione. Tra le 3 e le 5 si sono tutti accuratamente presi cura che non mi scendesse la glicemia nel sangue, piazzandomi a una tavola imbandita del vicino club di tiro. C. era molto preoccupata, il direttore del dipartimento aveva infatti deciso di portarmi in questo ristorante un po’ destrorso, ma mi ha tranquillizzato: alla sera mi sarei rifatto. Sera? Rifatto? Non sono mica un maialino all’ingrasso, ho pensato. Illuso! L’ospitalità è sacra, da quelle parti. E dunque: tra le 5 e le 7 ho visitato tutti i laboratori in qualche modo collegati con ATLAS e la fisica delle particelle, e in ognuno c’era un tecnico appostato con una bottiglia di vino con le bolle pronto brindare e ribrindare alla tesi di C. Infine, verso le 7, coccolati dalla splendida luce radente del tramonto spagnolo, J. e C. mi hanno infilato in macchina e portato di villaggio in villaggio sulle montagne che circondano Madrid a visitare la caratteristica architectura negra. Col definitivo calare del sole abbiamo raggiunto la famiglia di C., e sono stato dunque opportunamente abbracciato e sbaciucchiato da ogni sorta di zia (“guapo guapissimo!”), ho visitato camere, cucine e bagni delle case di famiglia, sono finito a chiacchierare – si fa per dire – in finto spagnolo con cugini e amici convinti che, se avessero parlato lentamente, li avrei certamente capiti. La cena non è iniziata prima delle 10:30 (scherziamo?), e solo dopo essere stati ben certi che non portassi a casa una cattiva idea degli spagnoli – e del loro cibo, e del loro vino, e dei loro dolci, e dei loro regali – mi hanno finalmente riportato in albergo. Erano le due del mattino, e il mio aereo di ritorno a Ginevra mi aspettava con puntualità svizzera sulla pista alle 9. Altro che le tesi di dottorato a Milano o a Torino. Altro che i rinfreschetti del CERN. Hola!

Quello che non tutti sanno. Oltre all’affetto e alla dedizione e all’amicizia, c’è però ben altro che mi sono portato a casa da questa esperienza. C. è infatti una ragazza brillante, capace e attiva, ma ci sono cose che non tutti sanno della sua esperienza di vita e di studio. C. ha i genitori divorziati da tempo, e una mamma che lei stessa definisce “fuori controllo”. Per questo intorno ai vent’anni C. se n’è andata di casa e si è trasferita da Madrid a Saragoza, portandosi dietro il fratello di otto anni più giovane di lei. A Saragoza ha trovato un lavoro o due per mantenere lei e il fratello, e per mandare qualche soldo a casa alla mamma rimasta a Madrid. Dopo tre anni di questa vita ha pensato bene di iscriversi (anche!) all’università per studiare fisica, continuando a lavorare e a mantenere il fratello. Lo ha fatto sufficientemente bene da ottenere una borsa di dottorato una volta laureata – borse che in Spagna sono attribuite principalmente per meriti di studio – e a farsi spedire a fare il dottorato al CERN dove ci siamo conosciuti. C. ha vinto da poco una meritatissima Fellowship al CERN che inizia questa settimana, e la settimana prossima parte per Pechino a presentare il suo lavoro; suo fratello adesso fa l’università, e si è iscritto a fisica anche lui; la mamma rimane fuori controllo (l’ho conosciuta, posso ampiamente confermare), ma la cosa conta molto meno oggi. C. ha un fidanzato italiano di Saluzzo che si occupa di informatica qui al CERN con cui vive e fa progetti, e sta avendo una carriera assolutamente meritata, persino di più di quanto molti possano immaginare, vedendone spesso solo la facciata sorridente e vulcanica che si porta dietro. Quando può, C. si toglie le scarpe e cammina a piedi nudi, perché, come mi confessava lei stessa l’altra sera, ormai ha fatto la scorza. Congratulazioni, dottoressa.

Purché sia accertato 16 aprile 2010

Inviato da Marco in : Scienza e dintorni, Zen da taschino 223 commenti

Un vero scienziato accetta qualsiasi fenomeno, anche se inspiegato, purché sia accertato.

Giuliano Toraldo di Francia, “Errori e miti nel concetto comune di scienza”, in Pensiero scientifico e pensiero filosofico, Muzzio (1993)

(hat tip al Prof. Sentimento Cuorcontento)

LHC Q&A 1. Quanto idrogeno? Come si compensa l’effetto della gravità? 13 aprile 2010

Inviato da Marco in : Fisica, LHC, LHC F.A.Q. 38 commenti

La serie di articoletti sul funzionamento di LHC sta avendo un discreto successo, e nei commenti alle diverse puntate spuntano domande come funghi, alle quali tento di rispondere più o meno celermente. Certe domande ritornano, perché – mi rendo conto – andare a scavare tra i commenti per cercare le eventuali risposte alle curiosità che gli articoletti sollevano non è un;impresa comoda. Ho pensato allora di rispondere ad alcune delle domande ricorrenti in qualche articolo dedicato, mano a mano che si accumulano e sembrano generare interesse. Come diceva un saggio a suo tempo:

Non esistono domande stupide e nessuno diventa stupido, fino a che non smette di fare domande.

Q&A è l’acronimo inglese per Questions and Answers, che si usa spesso per cosette del genere. Ma bando alle ciance, iniziamo dai primi due quesiti che ho selezionato, sperando che restiate soddisfatti.

Quanto idrogeno molecolare serve a produrre i protoni che circolano dentro LHC?

Facciamo due conti, arrotondando per eccesso. Se e quando LHC raggiungerà la sua luminosità nominale, nell’acceleratore circoleranno 2808 pacchetti per fascio, da circa 1011 protoni l’uno (dicevo per eccesso, perché per esempio in questi giorni abbiamo due soli pacchetti per fascio, ognuno con molti meno protoni: siamo solo agli inizi). In questa configurazione nominale, fanno più o meno 6 × 1014 protoni in tutto l’acceleratore. La massa di un protone è circa 1 GeV/c2, ovvero 1,6 × 10-24 g: nelle migliori condizioni, all’interno di LHC circola dunque l’equivalente di circa 10-9 g di idrogeno. Dunque, in sostanza, molto poco! Vi lascio fare i conti di quanto idrogeno molecolare corrisponda questa quantità. Guida per i pigri: una molecola di idrogeno contiene due atomi di idrogeno; una mole di idrogeno molecolare contiene circa 6 × 1023 molecole, ergo 12 × 1023 atomi di idrogeno; dentro LHC nelle migliori condizioni circoleranno dunque 0.5  × 10-9 moli di idrogeno molecolare; andatevi a cercare quanto spazio occupa una mole di idrogeno molecolare in condizioni di pressione e temperatura normali, e calcolatevi quanto ne occuperebbe l’idrogeno necessario a formare i fasci di LHC. Ovviamente non tutto è così preciso, e nel processo di accelerazione ci sono perdite e efficienze non perfette da tenere in conto, ma insomma, vi siete fatti un’idea grossolana, e gli ordini di grandezza sono corretti.

Quando viene fatto girare un fascio di protoni, ovvero i pacchetti che lo costituiscono, quali sono i dispositivi che compensano l’accelerazione di gravità che farebbe cadere le particelle come qualsiasi altra cosa sulla terra? Sono particolari configurazioni dei campi magnetici nei magneti superconduttori, e quali?

I magneti che tengono in orbita i fasci e li focalizzano sono più che sufficienti a contrastare la forza di gravità che i protoni del fascio subiscono. Si tratta di un effetto molto piccolo, e la forza necessaria quasi trascurabile (adesso che sapete quanto pesa il totale dei protoni dei fasci di LHC, non dovreste avere troppi problemi a tradurre questa massa in forza necessaria a contrastare la gravità che subisce). Ci sono effetti ben più fastidiosi da compensare: per esempio, essendo i protoni tutti carichi positivamente, non amano molto essere impacchettati insieme in spazi molto piccoli, e hanno tendenza a respingersi per repulsione elettrostatica. Inoltre, mentre viaggiano a quasi la velocità della luce, i protoni di un pacchetto generano un campo elettromagnetico che disturba quelli dei pacchetti vicini, generando delle instabilità e dei moti bizzarri dei fasci, che vanno corretti al volo con un sistema complicato di aggiustamento dei campi magnetici. In generale, i magneti responsabili della focalizzazione dei fasci sono dei quadrupoli, che vengono alternati con direzioni dei campi opposte per focalizzare in entrambe le direzioni trasversali dei fascio.

Un paio di bosoni W dentro ATLAS 8 aprile 2010

Inviato da Marco in : ATLAS, Fisica 51 commenti

Dentro i circa 120 \mu b^{-1} di collisioni pp a 7 TeV che abbiamo raccolto nell’ultima settimana c’erano tra le altre cose un paio di simpatiche sorprese di Pasqua: una paio di (candidati) bosoni W che avrebbero deciso di decadere rispettivamente in un elettrone e un neutrino, e in un muone e un neutrino. Eccoli qui, in tutto il loro splendore:

Veloce chiave di lettura del display qui sopra: l’elettrone in questione è quello che lascia una bella scia gialla nel tracciatore centrale (che come vedere non è curva tanto quanto le altre tracce azzurre: questo è un sintomo di alta energia rispetto alle traccie del “fondo”), e che rilascia energia nel calorimetro elettromagnetico (la zona in verde) fermandosi li. Il neutrino non si vede, ma si vede che manca un bel po’ di energia trasversa (il cui totale si conserva nelle collisioni), cosa che è la firma tipica di una particella che interagisce poco o niente. Le energie e le direzioni dell’elettrone e del presunto neutrino sono compatibili con il fatto che provengano dal decadimento di una stessa particella, la cui massa è compatibile con il bosone W. Bingo.

Un’ancora più veloce chiave di lettura del display qui sopra: il muone è quello che lascia la traccia rossa nello spettrometro per muoni, dall’altra parte manca un bel po’ di energia trasversa come nel caso precedente, di nuovo sintomo della presenza di un neutrino. Anche qui le energie e le direzioni sono compatibili con il decadimento di un bosone W. Ri-bingo.

Viste le sezioni d’urto a queste energie e la quantità di dati, abbiamo probabilmente avuto un po’ di fortuna. Ma al di là di questo, è bello vedere che il Modello Standard sembra funzionare a dovere anche da queste parti :-)

P.S. Qualcuno mi chiedeva di spiegare un po’ come interpretare gli event display che ogni tanto pubblico. Ovviamente ci va un po’ di più di questo annuncio lampo, ma appena finita la serie su LHC passiamo ai rivelatori, promesso.

Large Human Collider, la comune delle particelle 7 aprile 2010

Inviato da Marco in : ATLAS, CERN, Fisica, Mezzi e messaggi, Scienza e dintorni 13 commenti

La settimana scorsa è uscita su Nature un’interessante news featuresegnalatami per prima dall’Oca Sapiens – intitolata The Large Human Collider. L’articolo discute i risultati di alcuni studi sociologici sui modi di funzionamento e interazione del CERN in generale e delle grandi collaborazioni degli esperimenti di LHC in particolare. Si tratta di una lettura molto interessante, dunque se masticate un po’ di inglese ve la consiglio di sicuro.

Per una serie di coincidenze Radio 3 Scienza, il quotidiano scientifico della terza rete di Radio Rai, mi ha invitato a discutere in trasmissione dell’articolo e degli argomenti correlati (come si manda avanti e si tiene insieme una collaborazione scientifica di questa taglia? Come si prendono le decisioni? Come si riconosce il merito individuale? Come si comunica dentro e fuori?). La puntata si intitola “La comune delle particelle“, è andata in onda in diretta lunedì mattina, e la potere riascoltare tramite il podcast della trasmissione oppure direttamente dal loro sito (sorbole, se non riuscite ad ascoltarlo e proprio ci tenete me lo dite e vi piazzo l’mp3 anche qui, ok?).

In realtà non sono molto soddisfatto del risultato: oltre al sottoscritto, che avrebbe probabilmente dovuto interpretare la parte dell’animale sotto osservazione, sarebbe dovuto intervenire un sociologo che invece alla fine non c’era. La redazione e il conduttore hanno perciò dovuto improvvisare con il materiale a disposizione (me!), con risultati a mio parere non eccelsi (eh, il prodotto è quello che è). Paradossalmente io avrei mandato in onda la conversazione con il redattore che ho avuto un’oretta prima della diretta: sarà per il clima rilassato, sarà perché avevamo più tempo a disposizione dei dieci minuti della diretta, ma secondo me ci siamo detti (ho detto!) delle cose più interessanti.

In ogni caso, mentre rileggevo l’articolo di Nature con in testa la partecipazione alla trasmissione, mi ero appuntato un po’ di cose che mi sembrano interessanti da discutere o almeno accarezzare, anche se probabilmente troppe per i tempi e i modi della radio. Ricopio qui gli appunti, più o meno come sono sul mio quadernetto blu, da accompagnare eventualmente a lettura dell’articolo e ascolto della puntata.

Le collaborazioni di LHC come esperimenti sociali

Gerarchia e modalità di presa delle decisioni

Il modello della comune come bolla cognitiva

Il sacrificio dell’identità personale

La mediazione continua per ottenere l’unanimità

La grandi collaborazioni e il processo di peer-review

Le collaborazioni di LHC e i blog

Gli incubi dei fisici delle particelle