Etichette e buste

Non c'è niente da fare, i bambini sono degli esserini pacchiani. Privi di gusto, con una certa propensione per il kitsch e il bruttino. Tu hai un bel comprare loro graziosi giochini in legno ecologici ed educativi, o simpatici pupazzetti di bonari animaletti realizzati in stoffe color pastello, oppure sonaglini intelligenti che svilupperebbero la mente: non appena dalla cantina di un amico esce il primo trabiccolo in plasticaccia bianca rigorosamente "made in China" con appeso un brutto e rumorosissimo coniglio rosa shocking, beh, puoi stare sicuro che diventerà il loro gioco preferito. Altro che bonaria ecologica morbidezza educativa. Balle! Il gioco deve fare rumore e casino, e se possibile essere vistoso: in questo, nulla può competere con le cineserie. A giudicare dalla faccia entusiasta, direi che a oggi il pupazzo preferito di Giulia è una papera giallo limone con un ridicolo cappellino rosa, che starnazza elettronicamente "quack quack quack" se le si pigia la coda. Quando l'abbiamo ereditata stavo per buttarla, mia figlia mi ha subito rimesso ben in riga nella mio pregiudizio aristocratico. Tiè.

Non che poi il giocattolo in sé sia veramente necessario: nell'ottica di "vistoso-e-rumoroso", a cinque mesi nulla può battere due cose: le etichette stesse dei giocattoli, e la carta. Avete presente quelle lunghe strisce bianche che spuntano dalla coda di orsetti e conigli per proclamare l'origine "made in Vietnam" e spiegare ai genitori come lavarli? Quelle che uno di solito si affretta a tagliare via? Meno male che quanto a tagliare via siamo pigri: ragazzi, quello è il divertimento! Il gioco in sé non è che un mero supporto! E-ti-chet-ta! Yum, saporita al gusto e rumorosa al tatto, che spunti bianca e riconoscibile da questo inutile e silenzioso oggettino, etichetta, io ti amo - dicono gli occhi di Giulia - e più sei grande meglio è. Quanto alla carta, anch'essa è in cima alla classifica del gusta e del rumore. Giulia potrebbe passare le ore (ok, d'accordo, le decine di minuti) a sfogliare, strappare e tentare di consumare il catalogo Ikea o l'ultimo numero di Alp. Più la carta scricchiola e si scioglie in bocca meglio è: valgono gli stessi criteri dello scartoccio da cerbottana. Credo adorerebbe Novella 2000. Bene. Ma in assoluto preferite sono le buste in carta strariciclata con la finestrina in plastica trasparente per l'indirizzo: al contatto con la saliva si disfano meglio dei plasmon, e intanto, gente, scri-cchio-la-no! In cima alla classifica di Giulia ci sono quelle della Brigata del Traffico di Ginevra, che nell'ultima settimana deve aver trovato il modo di scoprire dove abitano tutti i possessori di auto in targa verde, e sta inondando i cernioti di multe. A me, due volte 120 franchi per aver sfrecciato a ben 61 e 63 chilometri all'ora nell'abitato di Meyrin, violentando i rigidi 50 all'ora svizzeri. Maledetti. Se non fosse per le buste sarei pure arrabbiato.

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Un Commento

  1. Ex bambino
    Pubblicato il 22 novembre 2011 alle 16:07 | Permalink

    Vorrei ricordarti che i gusti estetici sono soggettivi. La tua bellezza non corrisponde alla bellezza degli altri.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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