Giornalismo partecipativo?

Sto rimuginando da quando sono ritornato del Roverway di democrazia partecipativa e ruolo di stampa e mezzi di comunicazione in generale nel processo di formazione dell'opinione pubblica.

La riflessione è fortemente legata agli ultimi anni di servizio nella Pattuglia Stampa nazionale Agesci, con tutte gli scotti e le delusioni che questa esperienza mi ha regalato. Può un'organizzazione che si definisce democratica avere un unico organo di stampa centrale, di fatto controllato dall'organo che detenie il potere amministrativo e legislativo? Si, può, ma come per magia smetterà immediatamente di essere un'organizzazione democratica, e nella migliore dele ipotesi si trasformerà in un monarchia illuminata o più facilmente un sistema oligarchico.

Ho conosciuto Mario Tedeschini Lalli un paio di anni fa a un laboratorio di giornalismo organizzato dalla Pattuglia Stampa nazionale Agesci: avevamo invitato Mario come ospite per la tavola rotonda della serata, si parlava di nuove media, multimedialità e frontiere dell'espressione giornalistica, ma inevitabilmente si è finiti a discutere anche di libertà di stampa in associazione. Mario è stato invitato al Roverway per una delle tavole rotonde, quella appunto su infomazione e comunicazione (che ho colpevolmente disertato, passando tra quella sulla legalità a cui ho già accennato a quella su identità e differenza). Ho scovato sul suo blog l'outline che ha scritto per questa occasione, che riprendo perchè sembra volermi pizzicare proprio sui temi che mi gironzolano in testa:

Democratic societies need to keep governments accountable. To do that, they need free speech. Freedom to express oneself not enough, though, if your speech can reach only a few. You need to reach many.

(...)

Will [the audience] be ready to take part in that conversation? Will you have the means, the semi-professional skills, the ethical strength, the time and the will to make it meaningful?

Quali sono le possilità concrete di fare giornalismo indipendente all'interno di un'associazione? Le nuove tecnologie possono aiutare l'emergersione di voci indipendenti e magari minoritarie in un contesto come l'associazionismo? Sono pensabili iniziative di citizen journalism in ambito scout? Come? Dove? Quando? Perchè? Chi?

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3 Commenti

  1. Mario Tedeschini Lalli
    Pubblicato il 30 agosto 2006 alle 17:38 | Permalink

    Caro Marco,

    ho visto il tuo commento al mio post (il trackback veramente dovrebbe funzionare, in questo caso è: http://www.typepad.com/t/trackback/5650392). La questione che poni è molto complessa e io - come forse dissi a quell'incontro di un paio d'anni fa - sono stato sconfitto quando negli anni Ottanta proposi la stessa riflessione insieme ad altri (es.: Alberto Romagnoli).

    Comunque, in breve: sì, le nuove tecnologie aprono una situazione completamente nuova per la comunicazione pubblica nelle società e un'associazione è una società. Una situazione completamente diversa da quella degli anni Ottanta. Naturalmente questo ha delle conseguenze, che in alcuni casi potrebbero non essere necessariamente positive per l'Associazione e occorre muoversi con prudenza, in modo - per l'appunto - il più "professionale" possibile. Poiché non c'è più una chiara differenza tra comunicazione pubblica e comunicazione privata, occorre assumere atteggiamenti responsabili (da comunicazione pubblica) anche nella comunicazione privata o semiprivata... non so se mi spiego.

    Se vuoi scrivimi all'indirizzo di mail che ho messo per postare questo commento. Io non ho trovato la tua mail...

    Buona strada

  2. Marco
    Pubblicato il 30 agosto 2006 alle 18:21 | Permalink

    Yep, hai ragione, sono io che ho pasticciato con i trackback, eccolo che funziona.

    Per il resto, grazie per la risposta: mi rendo perfettamente conto della delicatezza della questione, del confine labile tra pubblico e privato e della necessità inderogabile di professionalità ed equlibrio. Ma questo è un discorso lungo che magari riprendiamo privatamente (il mio indirizzo è marco@bivacco.net, oppure marco.demastro@email.it, oppure... 🙂 Possibile che non li abbia messi da nessuna parte? Che vergogna...).

    A presto, buona strada a te. M.

  3. Fabio Geda
    Pubblicato il 1 settembre 2006 alle 11:57 | Permalink

    Prendo spunto dalla scritto di MTL.

    Will you have the means, the semi-professional skills, the ethical strength, the time and the will to make it meaningful?

    Io penso di sì. Credo sia possibile mettere insieme un gruppo di persone che, al suo interno, abbia le competenze necessarie, la forza e la volonta per rendere significativo un progetto del genere. Bisogna cercarle. Sceglierle. Ma a questo punto nasce il problema: come fa, il gruppo dei fondatori del progetto, a non cadere nella trappola di scegliere le persone in base al giornale che "loro" vorrebbero creare? Intendo: non è forse normale pensare che le persone che andrò a scegliere saranno tutte persone che, più o meno, la pensano come me? Forse è inevitabile. Allora, è necessario che il giornale sia, dichiaratamente - in qualche modo - schierato? Cosa vuol dire schierarsi, in Agesci? E' possibile schierarsi, in Agesci? E, se non ci si schiera, non si rischia di trasformare il giornale in una sorta di Posta del Cuore dove tutti scrivono per raccontare le proprie magagne?

    Will [the audience] be ready to take part in that conversation?

    E questo è il secondo problema: che ha che fare con le magagne di cui parlavo. Il pubblico ci sarebbe. Ne sono convinto. Ma quale pubblico? Come parteciperà? La gente ha davvero molte cose molto interessanti da dire? Oppure ha solo voglia di "leggere" cose molto interessanti? Cioè: dev'essere la redazione ha gettare la pietra (perchè così, poi, tutti si divertono a guardare dove cade e si alimenta il gossip associativo) o esiste un pubblico disponibile a lanciare pietre insieme alla redazione (scusate il paragone palestinese del lancio di pietre).

    La questione è complessa. Detto questo, credo che la proposta che gira in testa a Marco (anche se non l'ha ancora spiattellata! Ma si intuisce!) sia da prendere seriamente in considerazione. Certo, come dice MTL, dev'essere un progetto assolutamente "professionale". E ci si deve muovere con serietà e non come dei lagunari ubriachi. Ma meriterebbe davvero un tentativo. Credo che, se fatto bene, si potrebbe fare un gran servizio all'associazione, anche se l'associazione dovesse all'inizio reagire male. Crescere non è mai facile. A volte fa soffrire.

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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