Meeting, meeting, meeting!

Dilbert pre-premeeting

Ci siamo di nuovo. E' arrivata la LAr Week di giugno. E questo vuol dire che sono bloccato in un meeting dietro l'altro per più o meno otto ore di fila tutti i giorni. Ieri per esempio sono entrato in una delle molteplici sale riunioni del Cern (una di quelle senza aria condizionata, e l'estate è decisamente arrivata da queste parti!) verso le 9, e ne sono uscito intorno alle 20. Con 45 dignitosi minuti di pausa pranzo, per carità.

Ai meeting ufficiali si aggiungono i cosiddetti meeting informali. Quando qualcuno mi dice "let's discuss this offline" durante una riunione tremo: significa un incontro in più, che non appare all'agenda, si terrà probabilmente alla caffetteria, ma mi porterà via altro tempo come gli altri. Come se non bastasse, i meeting di questa settimana sono disseminati per il Cern con una logica casuale che rasenta la perfidia. Nella canicola generale vedo i miei colleghi transumare da un building all'altro con un occhio alla mappa. Io, per fortuna, ho la mia bici nuova.

Servono questi meeting? Mah, dipende. Esiste una chiara correlazione inversa tra il numero di persone presenti a una riunione e la sua utilità. Gli incontri nell'auditorium principale sono ufficialmente tempo buttato il 90% dei casi. Ho calcolato che se da settembre a oggi fossi andato a tutti i meeting indetti dalla mia collaborazione, sarei stato seduto in una sala riunione per circa il 50% del mio tempo. Mi chiedo quando avrei lavorato per davvero.

Credo che il problema stia nell'organizzazione della vita interna di questi grandi esperimenti di fisica delle particelle. Le collaborazioni di LEP, per intenderci, contavano un numero di persone dell'ordine del centinaio. Quelle di LHC sfiorano serenamente il migliaio. Con una certa presunzione nel passaggio si sono mutuati gli stessi strumenti di interazione (meeting, mailing list, struttura gerarchica e organizzativa) che funzionavano per la dimensione del centinaio, pensando che scalassero crescendo di un ordine di grandezza. Purtroppo questo si sta dimostrando falso. Il primo effetto è dunque che oggi chi lavora per un esperimentio di LHC ha potenzialmente il 50% del tempo occupato da riunioni (almeno in teoria: è di rigore una selzione!). Il secondo è che esperimenti come ATLAS o CMS contano circa il 50% dei collaboratori impegnati in ruoli di "coordinamento", cioè che di fatto rischiano di non lavorare attivamente. E' un fenomeno che meriterebbe di essere studiato, specie se si pensa che il restante 50% - che di fatto è responsabile della produzione scientifica - è composto per la maggior parte da studenti e precari della ricerca. Qualche sociologo è interessato?

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  • Mi chiamo Marco Delmastro, sono un fisico delle particelle che lavora all'esperimento ATLAS al CERN di Ginevra.

    Su Borborigmi di un fisico renitente divago di vita all'estero lontani dall'Italia, fisica delle particelle e divulgazione scientifica, ricerca fondamentale, tecnologia e comunicazione nel mondo digitale, educazione, militanza quotidiana e altre amenità.

    Ho scritto un libro, Particelle familiari, che prova a raccontare cosa faccio di mestiere, e perché.

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